«Se l’orrore non fosse già abbastanza efficace noi potremmo venir qui narrando altri molti fatti, di donne vilipese, di mercanti svaligiati, e poi appesi col capo all’ingiù nella loro stessa bottega, di mutilazioni nefande, d’atti insomma soprannaturali di ferocia: ma noi non registriamo che fatti di cui abbiamo fondata certezza: e davvero sono fatti che ammettano più incredulità che se fossero inventati».

«Singolare destino è che fra i morti la maggior parte fosse di tal qualità, qual certo non l’avrebbe voluto la Polizia: il vecchio Manganini a lei devoto; il cuoco di Ficquelmont; un operaio del Sala, padre di sei figli; un fanciullo, una donna, e va dicendo. Ricordiamo pure qui con orrore due circostanze: l’ordine preventivo (!!!) mandato allo spedale di tener pronti tutti i dottori pei feriti che colà si porterebbero..... e l’avviso dato alla Somailoff di non lasciar sortire di casa le persone di servizio dopo le tre».

Tanti nefandi assassinj destarono negli animi dei Milanesi i sentimenti della più alta vendetta. Si giurò in secreto l’esterminio degli Austriaci; non vi dovevano essere più accordi fra noi e loro. Non vi ebbe che un voto: gli Austriaci dovranno abbandonare non solo la Lombardia ma tutta intera l’Italia. I nostri fratelli, di questa bella nazione prediletta dal sole, si commossero alle nostre sciagure, e ci promisero ajuto. Al Piemonte, fatto segno della accanita politica austriaca, si attribuiva l’origine delle tante dimostrazioni che ad ogni giorno ad ogni ora si andavano facendo. Il teatro alla Scala, unico sito di convegno della più alta Società di Milano, fu abbandonato, non vi fu un divertimento straordinario, non una festa da ballo, non una soirée, non un segno di carnevale.

Ed intanto che si fa, che si spera? petulanti avvisi della Polizia si leggono affissi ed accomunati coi sinceri proclami del Municipio, e colle menzognere parole dell’ex Vicerè. Vedi il citato documento n. V, ed i numeri VI, VII e VIII. Si voleva una soddisfazione: invano la dimandano il nostro Podestà e gli Assessori municipali. L’insulto alla popolazione fu pubblico, pubblica ne doveva essere l’ammenda: ma no, le ricompense tutte furono per gli assassini, per noi le carceri, gli esili e tutti gli avvilimenti. L’ex Vicerè, Torresani e Radetzky si scambiarono vicendevolmente le loro congratulazioni, gli agenti della Polizia ebbero larghe rimunerazioni, ed il Feld-Maresciallo esponeva a’ suoi soldati, coll’Ordine del giorno del 18 gennajo, la persuasione del suo Principe di conservarsi il regno Lombardo-Veneto fidando nella sua spada e nel valore delle truppe, di cui avevano già date belle prove in settembre e nei primi di gennajo. V. documento n.o IX.

Il Corso Francesco sì perchè ricordava i tristi avvenimenti del gennajo e sì per il nome che portava divenne odioso a tutti i buoni cittadini, i quali si rivolsero a Porta Romana, e quivi incominciarono un nuovo corso che denominarono Corso Pio IX. L’universale scontentezza obbligò la Congregazione Municipale di Milano, sulla proposta fatta dal signor Nazari, Deputato alla Centrale, a stendere una supplica a Ferdinando I, nella quale si mostravano i difetti della pubblica amministrazione ed il modo di correggerli. Fu spedita al trono coll’organo vicereale, ed in pendenza delle risoluzioni sovrane il fermento nel popolo andava crescendo. Un giorno si stabiliva un’adunanza per assistere secretamente a’ divini uffici che si facevano celebrare per le vittime della rabbia tedesca. Un altro giorno un gran concorso alla Scala per festeggiare la Costituzione che gli altri principi italiani davano a’ loro sudditi, e via discorrendo.—Il Vicerè con un secondo proclama invita alla quiete assicurando che egli teneva le redini del governo, e che avendo inoltrato nelle vie legali una dimostranza all’imperatore si lusingava di veder esauditi i voti dei Milanesi. Vedi documento n.o X. Ma questo secondo proclama acquistò minor credenza del primo, e non andò molto che ci persuademmo del vero. Dopo alcuni giorni un proclama di Ferdinando I, spedito da Vienna, ci avvertiva che l’imperatore aveva sempre trattato il regno Lombardo-Veneto come tutti gli altri Stati della Monarchia, e conchiudeva che in ogni caso egli confidava nel valore e nella fedeltà delle sue truppe, saldo baluardo del trono, e nella maggioranza della nazione. Vedi documento XI, al quale tien dietro il n.o XII dell’ex imperiale regio governo.

Frattanto la notizia giunta in Milano della vittoria riportata dai Palermitani sulle truppe del re recò grande consolazione a noi. Erano Italiani depressi e conculcati quanto noi, che si erano levato il giogo dal collo. A dimostrare la nostra gioja si cominciò col recarsi alla cattedrale per ivi recitare in nostro cuore il Te Deum. Più di 16 mila furono, a detta dei più, gli accorrenti, e ben più di 150 carrozze furono da me contate, che colle spalle voltate verso il palazzo di Corte erano fatte segno di un commesso di Polizia, il quale colla matita ed un pezzo di carta andava enumerandoli; ed io facendo mostra di arricciarmi i mustacchi potei girargli intorno e leggere su quella carta i marchesi B.... e V.... il primo con tre carrozze, ed il secondo con due. E sull’interno della cattedrale, che assiepata di gente non lascia luogo a far un passo, che si fa? La Polizia che ne era stata avvertita, fece vestire da Lions duecento sgherri ed armatigli di stili ingiunse loro di cacciarsi nella folla, di eccitar tumulto con grida sediziose, e nello scompiglio di ferire a destra ed a sinistra. Il colpo tuttavia andò fallito; ma per questa mascherata spese la Polizia la somma di 7000 lire austriache.—In appresso per maggiormente manifestare la nostra contentezza si adottò un cappello alla foggia de’ Calabresi, e la Polizia sempre più insospettita contro di noi, sollecitamente pubblica un avviso con cui si proibisce assolutamente l’uso di tal sorta di cappelli, come qualunque altro distintivo (V. documento n.o XIII), e fatti domandare tutti i cappellaj li volle obbligare a ritirarli sotto severe pene. Ai cappelli colla piuma si sostituì l’antica forma, mettendovi però una piccola fibbia d’acciajo sul davanti, e da alcuni si faceva inoltre una piuma collo stesso pelo del cappello. Non andò guari che due proclami ci pervengono da Vienna. L’uno guarentisce la Polizia contro qualunque diceria del popolo, e le affida un assoluto potere, l’altro istituisce il giudizio statario pei delitti politici, la cui procedura sommaria non doveva oltrepassare quattordici giorni a contare da quello in cui l’imputato si presentava all’esame, e portava la pena di morte da eseguirsi colla forca. (V. documenti n.o XIV e XV.)

Non la sola Lombardia si scosse ad una sì vandalica legge, ma l’intera penisola, la Francia, l’Inghilterra. Quest’ultima nazione col mezzo del suo ministro Lord Palmerston dirigeva verso la fine di febbrajo ai primi di marzo una nota all’ambasciatore inglese a Vienna, con cui gl’imponeva di far valere tutta la sua eloquenza e buon giudizio, onde indurre il Gabinetto di Vienna a cambiar sistema nell’Austria, onde conciliarsi tutti li diversi Stati della Monarchia e non aspettare che una rivoluzione sorgesse in danno della Monarchia stessa. L’Austria tuttavia fece la sorda, sempre confidente nelle sue truppe, nei mezzi che la provvidenza gli somministrava aspettava di piè fermo che la nostra pazienza si stancasse. Non erano però di questo parere l’ex Vicerè ed il Feld-Maresciallo. Il ministro Ficquelmont li aveva avvertiti che noi si armavamo, che la nostra pazienza aveva toccata la meta. E come non accorgersene? La nobiltà aveva abbandonata la Corte. Il teatro alla Scala, come abbiamo veduto, abbandonato dai nostri cittadini e frequentato solo dagli uffiziali del presidio austriaco si chiamava Caserma alla Scala; l’allontanamento da qualunque dimostrazione che desse il più piccolo indizio di contento o di attaccamento alla Corte era generale. Il Carnevale (per essere state proibite le feste, maschere, ecc., come dal documento n.o XVI) si terminò col martedì in luogo della domenica a significare così l’osservanza del rito romano, nonchè dall’ambrosiano, e una maggiore osservanza a Pio IX, e via via dicendo che non la si finirebbe più.

Il Vicerè intanto apparecchiasi ad una partenza colla sicurezza che non avrà più ritorno. Egli fa incassare tutto quello che può e suo e non suo, sopra diverse carra che lo precedono verso Verona. Radetzky pensa di chiudersi in castello, e ad onta delle proteste del Municipio (V. documento n.o XVII) fa erigere alcuni fortini intorno ad esso. Graziosa fu la satira o piuttosto profezia che riporto, esposta dai Milanesi sopra alcuni angoli della città e del castello in occasione di questa fabbrica:

Porchi de Todisch!
El savì che si mal vist:
Vorri fabbricaa
Che si minga vi alter i padron de caa:
Cosa serva che tribulee,
Che prima de Pasqua avii de fa S. Michee.

Molti altri accidenti, che precedono la rivoluzione avrei a raccontare, i quali a danno della verità vennero svisati dalla nostra Gazzetta privilegiata: ma se dovessi entrare a fatti particolari sarei infinito; mentre ben pochi sono quelli di un ceto distinto che non ebbero a soffrire perquisizioni della cessata Polizia austriaca. Tra questi sarebbero i due fatti successi il 12 e il 14 febbrajo, narrati falsamente dalla suddetta Gazzetta, l’esclusione degli Studenti all’intervento dei funerali del professore di filosofia dottor Carlo Ravizza, come pure molto vi sarebbe a dire delle stragi commesse a Pavia ed a Padova, ma sarebbe un correre oltre il segno, avendo io promesso di parlare solamente degli avvenimenti di Milano.