Il Lombardo in proposito ai fatti della prima giornata ci reca la seguente importante notizia: «Veniamo assicurati che al primo sorgere della nostra rivoluzione, la mattina del sabbato 18 corr., que’ buoni galantuomini di Radetzky, Torresani e De Betta avevano formato il seguente piano: ottomila uomini divisi in cento sessanta compagnie di cinquanta uomini ciascuna, dovevano invadere la città e portarsi a saccheggiare duecento case dei più distinti signori di Milano, che sarebbero state indicate dal Torresani, nel mentre stesso che altri sei o sette mila uomini avrebbero tenuto a freno il popolo, impadronendosi delle principali contrade e mitragliando, e fucilando senza misericordia tutti coloro che avessero opposta qualche resistenza.—Se questo piano iniquo ed orribile non fu condotto ad esecuzione, lo dobbiamo all’opposizione energica fattagli dal generale Wallmoden, che protestò non avrebbe mai preso parte a tal azione che infamasse per sempre il suo nome e l’armi ch’ei comandava.—Anche il generale Woyna protestò nel senso medesimo.—Il 20 si trattava di sottoporre il generale Wallmoden ad un giudizio di guerra.»

«Furono intercettate due lettere famigliari che reciprocamente si dirigevano i due figli maggiori del ex vicerè del cessato Regno Lombardo-Veneto.—In queste i due Principini ed Arciduchini d’Austria si mostravano più che persuasi, e spiegavano il più vivo desiderio che Radetzky cannoneggiasse la loro diletta Milano con pezzi da ventiquattro, e che domata la rivoluzione facesse piantare due forche, che incominciassero il lungo loro esercizio dall’appiccare quel baron fottuto del podestà Casati».

[24] Narra il citato autore dei Racconti di 200 e più testimoni, che alla testa della gendarmeria precedesse a cavallo il commesso dell’ex polizia Zamarra.

[25] Onde non tralasciare i fatti principali e più interessanti che mi guidano sul corso di questi cinque giorni, devo tratto tratto servirmi anche di notizie già pubblicate da altri, molte delle quali erano trasmesse anche a me nello stesso tempo che venivano spedite al raccoglitore Ronchi, e ad estensori di giornali. Fra queste crediamo degna di riportare la seguente narrazione dell’avvocato Michele Cavalleri, abitante nella contrada di S. Pietro alla Vigna, n.o 2812. «Alle ore 5 circa del giorno 18 marzo, sentii di repente numerosi colpi di fucile in istrada, quindi due palle che ruppero i vetri della mia stanza e fischiarono poche dita da me discosto.»

«Alla novità del fatto, mi avvicinai alla finestra e mi corse agli occhi una numerosa schiera di granatieri ungheresi, difilati lungo la parete opposta della contrada e collo schioppo approntato alla guancia verso tutti i piani della casa. Repentissimi, violenti colpi di scure alla porta, grida feroci lungo la strada, un alto lamento nell’interno della casa mi annunziavano la presenza di una ferale disgrazia.»

«Venni nell’attigua stanza e quivi un’altra fucilata: al repentino evento tosto pensai, che in tal guisa si desse principio ad una sistematica distruzione di casa in casa, vedendone gli abitatori innocui, disarmati e ravvolti fra un diluvio di donne e di figli correnti, lagrimanti, stridenti.»

«Il servitore mi avvisò, che le scuri avevano già fessa la porta, e che a momenti i soldati irrompevano; non esservi altro scampo che il fuggire attraverso i tetti. Grazie alla generosa opera del cittadino Meresalli, impiegato all’ex-governo, affittuario al terzo piano della casa Piazza, Torre de’ Meriggi, congiuntamente a 16 altre persone, padri e madri di famiglia, avemmo, per una finestra laterale al tetto, ingresso nella sua abitazione, e da questa facemmo passaggio a quella dei conjugi Perelli, abitanti al quarto piano di detta casa, dove ospitalmente ricevuto questo profugo stuolo, ebbe per tutta notte asilo e conforto di cibo: che anzi lo scrivente congiuntamente alla sua famiglia, e ad altro, tutti depaurati dal saccheggio e tutti sotto la legge di morte, per molti giorni ancora fruirono di tale asilo che una benemerente carità aveva con proprio pericolo aperto.»

«Appena chiusa la finestra d’ingresso, appena chiuso l’uscio della casa di nostra dimora, i granatieri salirono sul tetto dietro le nostre pedate, collo schioppo alla faccia, determinati ad inseguirci e a far fuoco contro gli usci e le finestre chiuse; quando una voce dei loro diede ordine di fermarsi, non presentando il generale silenzio un sospetto alcuno di nostra vicinissima presenza.»

«Fu in questo stadio, che per la seconda volta il certo pericolo di morte ancora più acerbamente portava angoscia all’anima, perocchè noi avremmo inviluppato nella nostra disgrazia i benefattori che ci avevano raccolti.»

«Non rinvenuta la preda nella parte più alta della casa, corsero i soldati ungheresi alla più bassa, nelle cantine, dove infatti giacevano occultate donne e numerosi fanciulli d’ogni età.»