«Ma essi volevano e cercavano gli uomini, s’avvennero in un figlio del portinajo da tempo infermo, che ferocemente maltrattarono, perchè inabile a sorreggersi. Corsero ai piani di abitazione, gettate a terra le porte, ogni cosa misero a soqquadro, con bajonetta o spada forarono i ritratti, sfracellarono quanto eravi di friabile, gettarono contro terra e con ogni studio di rovina ciò tutto che non poteva levarsi; a colpi di sciabola e scure sforarono i mobili, sfondarono armadj, cassettoni, tavoli; distrussero in una parola quanto loro si presentava davanti, ponendo mano a danaro, orologi, argenterie e lasciando dietro di sè quasi dappertutto un caos di rovine, conducendo però seco loro il portinaio col figlio, il mercante di mobili e due giovinotti.»
«Ma qual fu l’origine di tante angoscie e di tanti disastri! L’essere caduta in istrada una griglia dal secondo piano, senza offesa di persona, pochi passi distante da due o tre granatieri. Essi chiamarono a stormo dalla vicina casa del generale in capo Radetzky, e dalla vicina caserma di san Francesco, in modo che quasi 100 uomini di ogni arma e specialmente circa 60 granatieri, vennero a compiere con frenesia ferina tanto ingloriosa impresa.»
«Meritano quivi una particolare ricordanza i fatti di due donne di servizio Marianna De-Giuli e Giuseppa Rimondi, che tutti i giorni dalla domenica in poi, attraverso i colpi di fucile che piovevano lungo la linea della mia contrada d’abitazione, incaricavansi di far provvigione per le 32 persone quasi tutte donne e fanciulle che a lei commettevansi per la mancante provvista del vivere: e della cittadina Alessio Giuseppina, maestra di scuola, che nel momento del personale pericolo, non dimenticò l’importanza del suo magisterio, ricevendo di piede fermo l’uffiziale ed i soldati, cui disse, che essendo donna ed educatrice, per propria inoffensività e per incolumità delle proprie educande, aspettavasi esente da ogni militare violenza. L’uffiziale dei granatieri ungheresi, fatta visita al domicilio, rispose congedandosi, che egli non aveva sete che di vite maschili, e dappoi ebbe a dire che era per esso un gran piacere l’uccidere 50 o 60 italiani.»
[26] Baracchi, Le gloriose cinque giornate dei Milanesi. Opuscoletto interessante e scritto con molta verità.
[27] Vedi atrocità commesse dagli Austriaci durante la rivoluzione di Milano, estratte da documenti officiali.
[28] Il 22 Marzo, giornale ufficiale, n. I.
[29] Ad alcuno sembrerà fuori di posto questa risoluzione del Re Sardo, che a noi non pervenne che il giorno 24, ma quando si avrà riguardo esser ciò successo in seguito alla rivoluzione del primo giorno cesserà ogni censura.
[30] Circa alle ore due e mezzo pomeridiane del giorno 22 marzo, una grossa palla di spingarda, distrusse in parte una torretta di camino nella casa dello stesso Signor Uboldo in Pantano.
[31] Intorno alle dette maravigliose barricate mobili abbiamo anche i seguenti particolari nella Gazzetta Officiale del 22 marzo. «Antonio Carnevali, già professore di matematica e strategia alla scuola militare di Pavia sotto il cessato regno italiano, nominato in questi cinque giorni alla direzione delle fortificazioni campali, fu egli che immaginò il piano di quell’operazione. A quest’uopo concepì l’idea di alcune barricate mobili che servissero a proteggere i nostri bersaglieri contro i colpi dell’inimico nell’atto che si avanzavano verso la Porta. Mentre scriviamo ci sta sott’occhio un ordine sottoscritto da lui, perchè si formassero delle grosse fascine cilindriche del diametro di once 60 e lunghe once 40, e quest’ordine è accompagnato da un piccolo disegno illustrativo. L’incarico di ridurre ad esecuzione questo pensiero delle barricate mobili, se lo assunse il pittore Gaetano Borgocarati, giovine oltre ogni credere coraggioso, che in tutto il tempo dell’assedio prestò utilissimi servigi alla causa comune, combattendo valorosamente e sprezzando qualsiasi pericolo. Questi si ridusse sulla piazzetta di S. Pietro in Gessate, ed ivi raccolto intorno a sè buon numero di operatori, ebbe ben presto costrutto tre di quelle barricate mobili, quindi due altre ne condusse a termini nel vicino Orfanotrofio dei maschi. Visitate dal Carnevali queste enorme fascine, e approvatane la costruzione, egli stesso insegnava il modo di farle rotolare maestrevolmente ad opportuna distanza una dall’altra e a scala onde potessero negli intervalli di esse uscire i nostri combattenti e offendere il nemico. All’atto pratico furono trovate di grandissimi vantaggi.
[32] L’arresto di un corriere da Verona mise in nostro possesso due lettere scritte in tedesco da uno dei figli dell’ex Vicerè al suo fratello Ernesto. Ne diamo la traduzione nel documento n. XIX, stata pubblicata già nel giornale Il 22 marzo.