I primi movimenti delle truppe sono verso Porta Comasina e S. Giovanni sul Muro, dove scorrono divisi in vari drappelli. Diverse pattuglie a cavallo ed a gran trotto fanno lo stesso, e vengono praticati molti arresti di persone tranquille, le quali sono tradotte in castello e spinte con pugni e puntate di bajonetta. Quindi vanno a rinforzare le guardie alle porte della città, munendole di alcuni pezzi di artiglieria e chiudendone i cancelli onde impedire l’ingresso nella città dei contadini che a migliaja vi accorrono in soccorso dei cittadini: molte pattuglie percorrono i bastioni. Non erano i cento mila ben agguerriti guerrieri che Radetzky ci minacciava colla sua lettera, ma pure un esercito formidabile, in confronto ai nostri, che armati di archibugi da caccia non oltrepassavano a quest’ora i cinquecento, tutti valorosi cacciatori. Questa volta il pigmeo doveva scacciare il gigante.
Un altro reggimento dei nostri si era formato d’ogni sorta di gente, armata la maggior parte d’armi da taglio che venivano somministrate qua e là. Altri portavano, bajonette, altri coltelli da cucina e da tavola, altri picche, lance, chiodi legati a bastoni altissimi, ed ogni altro arnese che si potesse servire a offendere. E quando a questi arnesi si supplì colle carabine e coi fucili? Quando si strapparono di mano al nemico e si vuotarono le caserme prese d’assalto.
All’avanzarsi della mattina persone d’ogni stato e di ogni età van procacciandosi arme di qualunque specie, anche antiche, svaligiando negozi, officine e private gallerie.
Fra quest’ultime ci piange l’animo a veder distrutto, nella galleria d’arme del cittadino Ambrogio Uboldo, il più bel monumento del medio evo che esistesse in Milano. Non vi era principe, non sovrano, non persona cospicua d’ogni nazione che passando per la capitale della Lombardia non si portasse a visitarla e ad ammirare insieme colla quantità degli svariati preziosi oggetti di quella bell’epoca il buon gusto dell’illustre raccoglitore. Alle ore otto di questo giorno, più di cinquanta individui si portarono a questo venerando tempio dell’antichità a nome del Municipio per impossessarsi di tutte le armi. Il cittadino Uboldo accondiscese volentieri a voler distribuire le armi da fuoco e da taglio meglio servibili. Ed oh quanto sacrificio gli dovea costare la sua generosità! Ma il popolo non contento penetra nei corritoi, nelle sale, ed ovunque s’impossessa delle lance, spade, spadoni, pugnali, brandistocchi delle più scelte fabbriche di Milano dei secoli XIV e XV, sciabole moderne con intarsiature a pietre preziose d’ogni nazione, kangiar, archibugi, stutzen, pistole, ec., strumenti di valore inestimabile del numero di circa 350 pezzi, dei quali fino ad ora non arrivò a riacquistare la cinquantesima parte! Fra le armi moderne, molte, consistenti in sciabole, squadroni, spade, giberne, ed un cannone con carro completo, appartennero al cessato governo Napoleonico. In questa specie di saccheggio ebbe pure a soffrire altri guasti di diversi mobili preziosi, e tra questi un tavolo con pietra agata fu rovesciato a terra e spezzato. Vollero inoltre i saccheggianti munizione per le armi da fuoco, ed anche in questo furono fatti contenti dalla generosità dello stesso signore. In mezzo alla sala maggiore eravi un trofeo formato di diverse lance colla tiara ed altri emblemi pontificj, che venne miracolosamente rispettato[30].
Anche il cittadino Merelli, impresario dei grandi teatri alla Scala e Canobbiana, aprì a chi era privo d’armi la poca armeria del teatro, consistente in ischioppi vecchi, molti dei quali inservibili, ed in lance e spade per l’uso della scena e dei mimi, che nelle mani degli ardenti cittadini diventarono brandi d’eroi.
Furono pure svaligiate le sale d’armi del cittadino Pezzoli, consistenti similmente in arme antiche e moderne di molto valore; e alla stessa guisa si andò a prendere tutte quelle da fuoco e da taglio che si trovavano in alcune botteghe d’antichità.
Le barricate che quasi per incanto si erano alzate nel giorno antecedente, si formarono col lastricato delle contrade, con casse e cassoni pieni di ciottoli, con carrozze, carri, panche di chiese e di scuole, tavole, materassi, sedie, pagliaricci, ed ogni altra sorta di masserizie. Fra le moltissime furono distinte a porta Romana che si fecero con tutte le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di S. Giovanni in Conca. Al teatro della Scala con tutte le scranne del teatro. Al Giardino con tutti ali attrezzi che servirono per le feste dell’incoronazione dell’imperatore Ferdinando in re della Lombardia e Venezia di fatale ricordanza, nella contrada del Monte dello Stato con tutte le diligenze della ditta Franchetti. Al Cordusio con alcune centinaja di balle di libri bollettarj presi nel cortile dell’ufficio del Bollo. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine[31]. Al Leone di Porta Orientale si trovò pure un piano-forte a coda, di ottave sei e mezzo, dell’autore Fritz, che il signor Antonio Vago, fabbricatore e negoziante di piani-forti, volle somministrare al bisogno; e dopo otto giorni avendolo ritirato lo trovò intattissimo, sebbene avesse ricevuto ed acqua e sole, e fosse stato tutto coperto di terra.
Tralascio di parlare e lodare coloro che più o meno si adoperarono nell’erezione di questi potenti ripari contro il nemico, rimettendo il lettore a quanto già scrisse il narratore dei Racconti di 200 e più testimoni oculari. Sebbene taccia di molti non devo passar sotto silenzio fra i valorosi il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l’ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro Ponzoni e Valentini Gottardo, dei quali tutti molto si narra nel citato libro.