Il nemico manca di viveri, gli ufficiali furono visti con pezzi di pane nero in mano.

Il nemico diede un armistizio, certamente per potersi raccogliere e ritirare, ma è troppo tardi. Le strade postali sono ingombre d’alberi abbattuti, la sua ritirata diviene già molto difficile.

Coraggio, avvicinatevi d’ogni parte ai bastioni; date la mano agli amici che vengono ad incontrarvi; questa notte la città deve essere sbloccata da ogni parte.

Alcuni fatti degni d’esser ricordati successero in questo giorno e mi è grata fatica il poterveli riferire, o benevoli lettori.

Porta Nuova. Nella sera del 21 dalle ore 7 alle 10 di notte, moschetti, cannoni, obizzi, razzi e quanto d’infernale il nemico aveva, tutto fu volto a vomitar morte e sterminio nella contrada di Brera, e i nostri prodi gli tengono fronte con soli archibugi da caccia, lo fanno indietreggiare, e lo costringono a rifuggirsi ignominiosamente nel palazzo del Comando Militare. Trascorse alcune ore di continua pugna, i cannoni che, posti avanti alla casa Carpani, sparavan lungo la contrada, furono rivolti verso quella casa e con tre colpi orribili giunsero a spezzarne la porta, facendo cadere tutti i vetri della casa con indescrivibile spavento degli inquilini. Tosto che i soldati furono padroni della casa incominciarono a devastare, a saccheggiare tutti gli appartamenti che trovarono vuoti, per essersi tutti i vicini rifuggiti nell’appartamento Carpani. Entrati poscia in quest’ultimo appartamento fecero soffrire a tutti gli astanti un’ora e mezza di penosa agonia, minacciandoli colle bajonette di passarli da una parte all’altra, mentre un officiale comandante si divertiva suonando dei waltzer sul piano-forte. Vi volle tutta l’eloquenza dei signori consiglieri Riva e Salvetti e della signora Carpani, non che tutto l’oro che avevano con sè tutti gli aggressi per frenare quell’orda di assassini. Nel mentre che alcuni si erano impossessati degli abitanti della casa, e che l’offiziale comandante continuava il suo divertimento, gli altri, scorrendo l’appartamento, fecero un saccheggio generale, e quello che non poterono portar seco, devastarono e distrussero in modo orrendo. Si voleva condur prigione il signor Salvetti, come quello che aveva più denari indosso, ma la moglie, che era incinta, avendolo preso per un braccio, giurò che non l’avrebbe abbandonato. Titubava l’ufficiale nel concedergli la libertà, ma il suono della ritirata che dal vicino Comando Militare si fece sentire, fece ritirare quegli assassini, e la vita fu miracolosamente a tutti salvata.—Il signor Carpani, mal reggendo a quella spettacolosa scena d’orrore, colse il destro di poter fuggire, ed andò a nascondersi arrampicando sulla canna del cammino della cucina, da dove per un’ora e mezza soffrì, sentendo al di sopra le grida di tutta la famiglia che credeva di trovar assassinata. Un suo figlio, con altri trovarono rifugio colla fuga in giardino, sebbene perseguitati da continue moschettate. Altri si salvarono sui tetti, ed altri in cantina.

Porta Ticinese. Verso le ore 5 della sera una mano di soldati irruppe dal dominante bastione di questa Porta, e per la via di un muro di cinta dell’ostiere Fossati, che primo colla moglie fu trucidato, invase la casa posta nel vicolo del Sambuco, num.o 3707, nella quale, trovata la porta aperta, ebbe facile ingresso. Cominciarono a devastare e derubare i pochi arredi del portinajo: indi saliti al primo e secondo piano atterrarono le porte, e trucidate quattro persone le gettarono in corte, gridando: fatevi guarire da Pio IX, e depredate anche qui in quasi tutte le stanze le misere suppellettili, e derubati i pochi danari e le lingerie, unica sostanza degli artigiani che colà abitavano, discesero le scale fino alle cantine dove la maggior parte delle donne s’erano rifuggite; e qui vi senz’altro scaricata una fucilata, colpirono un bambino d’anni tre nelle braccia di suo fratello, egli pure mortalmente ferito; il morente bambino venne poscia barbaramente strappato dalle braccia non più valide del fratello, e gettato sulla siepe della strada confinante.—Pure nella stessa casa vi abitava certo Migliavacca d’anni 43 circa, ammogliato, con due figlie, uomo di specchiata probità, vero e caro padre di famiglia, il quale appena accortosi dei gridi che di subito si sparsero nel vicinato al furioso entrare delle soldatesche, procurò possibilmente di assicurare la propria famiglia chiudendosi in casa, ed opponendo tutta quella resistenza che chiunque avrebbe procurato di tentare nel vedere la propria vita congiunta alle parti più care di sè stesso minacciate da sicura morte. Sua disgrazia volle che vani fossero i suoi sforzi, e riunitisi quei mostri in numero sovrabbondante gli sfondarono la porta; ed appunto per aver loro usato resistenza, appena entrati prima cosa fu di percuoterlo spietatamente ed obbligarlo a chiedere ginocchioni la vita, indi saccheggiarlo di tutto quel poco di meglio che aveva per l’importo di lir. 653, poi risovvenendosi uno di essi che avevano dovuto impiegare qualche fatica per rendersene padroni, senza più riguardo niuno, subito come furia d’averno gli si avventa addosso, e duro freddo qual marmo alle strazianti lagrime della moglie e delle figlie, che quasi fuor di sè stesse dallo spavento chiedevano grazia per l’infelice, gli scaglia un colpo sulla testa e gli altri lo imitano; indi così lo abbandonano estinto al suolo, lasciando gli sventurati suoi cari in uno stato di dolore che ci fa pena il descrivere, bastando il fatto da sè stesso a darne tutto il campo alla considerazione.

A Giovanni Battista Beltrami si deve la salvezza del borgo di Viarenna. Dopo di aver recato soccorsi di vitto e di denari agli abitanti di questa parte della città confinante coi bastioni della Porta, alla testa di pochi uomini eseguì una barricata mobile con fasci di legna, e la spinse avanti l’inimico, il quale vi scaricava contro una grandine di palle ed alcuni colpi di cannone a mitraglia. Infiammati i nostri di furor patrio non temono la morte, e si spingono tanto sotto che costringono l’inimico alla fuga, lasciando tre de’ suoi morti sul campo.—Il Beltrami contribuì ancora alla liberazione di Cittadella.

Narrasi nei citati 200 racconti, che una banda di Zingari scesero verso le ore 11 dalle gradinate verso il tombone di Viarenna, e schierati portaronsi per ispaccare la porta presso il monumento Sforza, quando alzati miracolosamente gli occhi verso il monumento che rappresenta la Madonna del Duomo, e, quasi colpiti da terrore, proseguirono il loro cammino fino alla casa Dacomo, al civico n.o 3577, ove trovata sgraziatamente aperta la porta, si introdussero in numero di nove.—Alcuni dopo di avere spezzato varj usci, si portarono ad ispiare sul tetto se mai vi fossero persone nascoste; altri discesero nella cantina, ed ivi rinvenute nascoste più di venti persone, scaricarono contro loro diversi colpi di moschetto e ne uccisero e ferirono tre. Uno degli uccisori fu ammazzato dai vicini, e gli altri fuggirono.

Porta Tosa. Ad alcuni de’ nostri venne fatto d’uscire dalla città guadando un’acqua che scorre sotto il bastione tra porta Romana e porta Tosa, e di concerto con varj paesani entrarono nella casa dell’osteria delle Asse, dalle cui finestre poi fecero fuoco crivellando di palle anche la casa della Birreria in possesso delle truppe, come abbiamo veduto.