Oh giorno memorabile, ultimo della nostra schiavitù, la tua memoria occuperà la più bella pagina della storia d’Italia! Spezzate sono le nostre catene, le nostre vittorie progrediscono, e di mano in mano che i valorosi cittadini petti s’infiammano di quel santo amor di patria, l’avvilimento s’impossessa delle orde austriache, che estenuate di forze mal si reggono in piedi. La notte passò in un continuo all’erta che gridavasi di tratto in tratto da chi stava a guardia delle barricate, e veniva ripetuto da migliaja di voci. Il cannone romoreggiava a Porta Tosa, a Porta Comasina, a S. Celso ed in altri punti importanti dei bastioni, mentre si voleva nella stessa notte stringere il nemico fra due fuochi e dar l’assalto ad una delle porte. Il difetto d’accordo nelle mosse faceva andar a vuoto il disegno. Ordini diversi si succedevano durante il conflitto. Chi gridava: Colle armi a Porta Tosa, chi S’apre la Porta Romana, e simili. Intanto spuntava il giorno sereno e fresco. Una delle prime imprese dei nostri era quella di assaltare il palazzo del General Comando, quando con universal sorpresa fu trovato vuoto, essendosi i soldati che v’erano a guardarlo, vergognosamente giovati dell’oscurità della notte per rifuggirsi in castello. Allora si presero le carrozze di que’ vecchi generali e conducendole nella contrada si formarono delle barricate, come erasi fatto di quelle del Vicerè.—Due obizzi e due razzi si trovarono quella stessa mattina sul balcone dell’attuale Aggiunto nell’ufficio di pubblica Vigilanza signor Grasselli in contrada di Brera.
Più tardi si lessero sugli angoli della città, e si facevano anche circolare i seguenti tre proclami:
CITTADINI!
Milano, 22 marzo 1848.
L’armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere.
Combattiamo adunque coll’istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.
Cittadini! riceviamo di piede fermo quest’ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.
Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.
La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.