Milano, 22 marzo 1848.

(Seguono le firme del Governo.)

Suzzara Gaetano. «È debito di riconoscenza l’annoverare fra i prodi Milanesi questo nostro concittadino, che sprezzando ogni pericolo, con tanta solerzia difese la cara nostra patria. Fu il terzo che prese d’assalto il locale del Genio, portando in trionfo fra le acclamazioni del popolo le spoglie di un iniquo croato. Da questa impresa rapidamente passò ad altra nel giorno susseguente, presentandosi all’attacco della Caserma di S. Eustorgio. L’approssimarsi a questo locale fu assai malagevole: i dintorni erano troppo scoperti, e quindi assai pericolosi. La casa Bolognini allora gli aprì il varco, e due muratori perforando le pareti delle abitazioni gliene procurarono l’accesso di casa in casa passando per giardini, per case maestose e per umili tuguri, finchè giunse ad appostarsi di contro a quel formidabile baluardo.»

«Ma l’ingegnere Suzzara, non meno prode nei fasti militari quanto solerte ed instancabile per guarentire la cosa pubblica, entrò fra i primi nel Castello, in quel nido di sevizie e di nefandità, e vi scoperse in luogo appartato, 24 casse di polvere, una cassa di palle da obizzi, una cassa di racchette (razzi alla Congrève). Per tale importante scoperta e per la consegna da lui fatta di questo geloso materiale, venne incaricato dal Comitato Borromeo di praticare ovunque ricerche per rinvenire arme e munizioni. Adempiuta con ogni diligenza possibile una tale missione, il Comitato di guerra lo autorizzò a ritirare e custodire tutti gli arredi d’abbigliamento che si trovavano in Castello. È inutile il dirlo, conviene aver veduto quel luogo siccome noi che ne fummo testimonj poco dopo la fuga di quelle orde di barbari, perchè si possa immaginarne o descriverne l’orrido aspetto. Tutto era disperso per le corti, spezzati i bauli, infrante le casse ed il contenuto in balía del popolo, che, ancor furente, in grandi masse rovistava, per disprezzo e scherno, quei miseri avanzi, il cui succidume infettava l’aere, e respingeva perfino i più caldi investigatori dal penetrare in quelle stanze, ove tutto era confusione e disordine. Ma il Suzzara fece tosto espurgare da ogni immondizia più di 400 locali; fece praticare suffumigi in ognuno di essi, e poscia incominciò a separare gli oggetti varj: or tu vedi magazzini di monture, di ferramenta, di giberne, di coperte di lana, di piumaccini, di pelli, ecc., tutti disposti in bell’ordine, e quindi questo locale, mercè la sua indefessa attività e diligenza si può visitare, come lo visitammo jeri con gentili signore, senza alcun ribrezzo, tanto egli seppe renderlo accessibile anche alle persone più schive.»

«La patria per così magnanime azioni gli sarà riconoscente.» Destrani.—(Dai Racconti di 200 e più testimoni oculari).

Terzi Giovanni Federico, studente di legge d’anni 19, si distinse combattendo al Genio, ai portoni di Porta Nuova, dove uccise un austriaco, ed in ispecie a Porta Tosa, dove trovata una famiglia in mano de’ Croati, trasse loro di mano un ragazzo di circa sei anni, che sugli omeri portò al Comitato di pubblica Sicurezza non senza pericolo della vita, giacchè una palla nemica portavagli via il cappello.

Villa Maria. Circa alle ore 11 antimeridiane del giorno 22 una banda di soldati composta di Croati entrarono, dopo d’averne spaccata la porta con scuri, nella casa numero 2203, ma se ne partirono dopo d’avere spogliate alcune stanze, intanto che tutti gl’inquilini si erano nascosti chi nei tombini, e chi frammezzo gli ordigni delle mollazze che ivi si trovano. Il padrone di casa, sig. Franzini, fu quegli che avvisò la propria famiglia e gli inquilini che gl’invasori erano partiti, onde potevano uscir sicuri dai loro nascondigli. Dopo un’ora circa ecco una nuova banda di Croati che corre verso quella porta; al rumore tutti cercano guadagnare i primieri posti di scampo, calandosi nei tombini, e tra i 15 o 16 circa ch’erano ivi discesi, trovavasi certa Villa Maria, moglie di Garolini Agostino, con un figlio unico lattante, di 12 mesi, il quale per l’oscurità del luogo si mise a piangere, e nulla valsero della madre e del padre le cure onde farlo tacere. Allora la generosa donna deliberò d’uscire dal luogo di sicurezza onde non mettere a repentaglio la vita di tutti. Esce dal buco del tombino, il marito gli porge il figlio, ed abbandonandosi alla Provvidenza attraversa la corte e si reca in una stanza dove si trovavano altre otto o dieci desolate madri, che tutte seco avevano innocenti e teneri pargoletti. Non appena ivi giunta ecco arrivarvi la masnada dei suddetti barbari soldati, che minacciano la vita a tutti questi, e specialmente ad un povero vecchio malaticcio che ivi trovavasi. Tutto misero in opera quelle infelici onde impetrare la vita, non risparmiando persino le carezze, ma i crudeli non volevano arrendersi, e continuavano colle minacce di morte, dicendo: venga ora Pio IX a liberarvi; dov’è Pio IX, e volendo ad ogni costo estirpare il figlio dal seno della Villa, già s’erano apparecchiati a infilzarlo sulle bajonette per rappresentare con esso il ritratto di Pio IX. Figurisi ognuno le angoscie ed i timori della madre, la quale tenendoselo stretto al seno, tanto resistette e tanto pregò, in un colle compagne, che finalmente s’arresero. Ciò fatto chiesero la sicurezza della vita, ed essi risposero che solo in Castello potevano essere sicure; ed intanto che gli altri mettevano a soqquadro la casa, dove erano anche due Ungaresi in un filatojo di seta, alcuni scortavano, circa alle ore 2 pomeridiane, le misere a quella volta, i quali incontratisi per la via con alcuni loro compagni, sogghignavano tra loro alla vista della fatta preda. Giunti alla porta del Castello verso il Sempione, venne lor proibito d’entrare da un poliziotto che eravi di guardia, così che per ben due ore dovettero rimanersi colà spaventate dai tanti orrori che allo sguardo loro dovunque lo rivolgessero si presentavano; quand’ecco alle ore 4 circa esce una carrozza; era Radetzky preceduto da un grosso corpo di Raisingher, e soffermatosi un momento il legno, la Villa fattosi coraggio si presentò alla portiera chiedendo carità. Ed egli non sapendo cosa volesse, distrattamente trasse il borsellino per offrirle una moneta, e la Villa disse, non carità di denaro chiedo, ma sibbene carità per questo mio innocente bambino: a queste parole rivoltò altrove lo sguardo, si mossero i cavalli, ed egli rimise la borsa nella scarsella e partì senza proferire parola.

Ciò avvenuto le misere si recano nel Castello, ed ecco nella prima corte ritrovano un nipote di una delle donne che componevano la piccola carovana, il quale era militare; figuratevi la sua sorpresa nel vedere la zia e le sue compagne. Narrano a quel fratello in breve l’accaduto, e cercano salvezza. L’Italiano disse loro di colà rimanere sino al suo ritorno. Portasi costui dal suo Comandante ad implorare per quelle sventurate, ed infatti ottenne di condurle tutte in una stanza al secondo piano, dove eranvi 6 o 7 pagliaricci, quindi le provvede di una secchia d’acqua, e raccomandando a loro un rigoroso silenzio, e specialmente alla Villa per riguardo al bambino lattante. Le persuase a non aver timore se sentissero lo sparo del cannone nella notte, mentre questo era il segno della loro andata, disse loro di serrarsi nella stanza e se ne partì. Donne che già avevano patito i disagi di 5 terribili giornate, pure nella loro stanza rinchiuse recitando il SS. Rosario a poco a poco andavano acquistando coraggio, e benchè in quel giorno non avessero potuto mangiare, pure la Villa continuò tutta la notte ad allattare ora ad una mammella ora all’altra il bambino, che non mise più un gemito, anzi la Provvidenza fu a lei e alle sue compagne tanto propizia che alla mattina quando i nostri fratelli Milanesi entrarono nel Castello e che fecero echeggiare quelle squallide mura di italiche grida, uscir poterono dalla stanza, e si portarono tosto a casa loro, dove la maggior parte, e specialmente la Villa non trovarono se non i loro mariti, senza avere onde adagiarsi e provvedersi del necessario alimento, non essendo loro restato che que’ pochi panni che avevano indosso.

Vimercati Ottaviano. «Fra i rifuggiti Lombardi che erano in Piemonte quando scoppiò la rivoluzione di Milano, si trovava il signor Ottavio Vimercati da Crema, quel valoroso giovane che s’era distinto nei moti anteriori di Milano, e che aveva inutilmente sfidato alcuni codardi ufficiali tedeschi instigatori delle stragi del gennajo. Egli a Torino s’era aggregato all’animoso ed intelligente drappello dei Lombardi che spingevano il Sovrano Piemontese al soccorso dei fratelli di Lombardia, ed appena udita la nuova dei moti di Milano volò sotto le di lei mura. Egli militò quattro anni ufficiale negli Spachi nell’esercito francese dell’Algeria; quindi per trarre miglior partito delle sue cognizioni militari pensò diriger le bande d’armati accorsi dai paesi e dalle città vicine sotto le mura di Milano per molestare i nemici esternamente, e, ponendoli fra due fuochi, tentare di aprire una via di corrispondenza fra i cittadini e i fratelli esterni. Nel 21 marzo raccolse una colonna di circa quattrocento dei meglio armati, fra cui erano molti Bergamaschi eccitati da un frate, tenente da una mano un crocifisso, dall’altra una spada, e disposti rapidamente in ordine di guerra tentò di abbruciare la porta Vigentina o di dare la scalata. Fece recar legne e scale sotto le mura colla massima precauzione, e parendogli più spedita la scalata, giacchè le mura erano esplorate e sguernite di truppa, la tentò ed egli salì il primo; ma il nemico avea spiato le mosse della sua colonna e l’attendeva in agguato con oltre un migliaio di soldati. Vimercati, scopertili ritirossi co’ suoi dopo alcune scariche, e s’appostò di dietro i muri delle case vicine ai bastioni, costretto a ritirarvisi dalla sortita di truppe dalle due Porte Romana e Vigentina che volevano toglierlo in mezzo. Ivi si impegnò un combattimento, in cui restarono feriti tre cittadini e morto uno, ma dei nemici furono uccisi undici, nè egli si ritirò più lontano sino a che venne fulminato dal cannone.»

Non vanno pure dimenticati i nomi dei valorosi Cusani, figlio del marchese Francesco, del conte Gianforte Secco Suardi, di Luigi Piccinini Rossari, di Luigi Ronchi, di Antonio Cristofori, maestro di musica, di un Rusca, di Giuseppe Pezza. Va distinto ancora il nome del dott. Carlo Osio (autore dell’opuscolo, Alcuni fatti delle cinque gloriose giornate), che col fratello Enrico trovatosi a faccia il nemico in molti scontri sempre combattè con eroica prodezza. Egli pure nel citato opuscolo ha motivo di lode, fra i tanti valorosi che vanta Milano in queste cinque giornate, i seguenti: Monteggia Antonio, Balzaretti Giovanni, Scalfi N., Bononi N., Suini Sigismondo e Giuseppe, Ceresa N., Vicenzino Paolo, i fratelli Mangiagalli Alessandro e Battista, Rossi Giuseppe, Bertarini N., Quadri N., Torricelli Pietro, Scarafoni N., Furi Francesco, Appiani Giuseppe, Manzotti, Aluisetti Giuseppe, Caramelli Domenico, Tagioli Vittore, Lorini, fratelli Giacomo e Giovanni, Morini Serafino, Trabattoni Giuseppe, Vassalli Giacomo, Lorini Gaetano, Leoni Claudio da Cerano, ecc. ecc.