— «Di affondare la barca» — egli rispose sorridendo.

— «Aspetta quando saremo in mezzo al lago» — diss'ella, facendo un segno all'Etiope, che tosto immerse i remi nell'acqua.

Se l'Amore e Ben Hur erano nemici, quest'ultimo non corse mai maggior pericolo di sconfitta. L'Egiziana sedeva presso a lui, ed egli non poteva fare a meno di guardarla, essa che già aveva richiamato alla sua mente l'ideale della Sulamita. Con quegli occhi fissi nei suoi, egli non avrebbe scorto le stelle che a poco a poco apparivano in cielo; la notte avrebbe potuto avvolgere ogni cosa; quegli sguardi avrebbero gettata una luce attraverso le tenebre più dense. E poi, chi non sa come conferiscano ai pensieri d'amore la tranquillità delle acque d'un lago, sotto la volta ingemmata del firmamento, in una tiepida notte d'estate, quando i cuori che battono l'uno appresso all'altro, sono giovani, e i cervelli pieni di sogni?

— «Dammi il timone» — egli disse.

— «No» — essa rispose — «questo sarebbe un mutar le parti. Io ti ho invitato, e tu sei mio ospite. Voglio cominciare a liquidare il debito che io ti devo. Tu puoi parlare e io ascolterò, oppure parlerò io e tu ascolta. Questa scelta spetta a te.

Io invece deciderò dove anderemo e che via dobbiamo tenere.» —

— «E dove andiamo?» —

— «Ecco che sei di nuovo spaventato.» —

— «O bella Egiziana, ho fatto la prima domanda naturale ad un prigioniero.» —

— «Chiamami Egitto.» —