— «Sì.» —
Ben Hur misurò la stanza con passi concitati.
— «Io era già ricco» — disse, arrestandosi di un colpo — «ricco pei doni del generoso duumviro; ora mi capita questa fortuna colossale e la mente che l'ha saputa ammassare. Non v'è il dito di Dio in tutto ciò? Consigliami, o Simonide! Aiutami a scoprire il vero. Fa che io diventi degno del mio nome, e se tu sei schiavo nella legge, io sarò tuo servo di fatto. Tu comanda.» —
Il viso di Simonide era raggiante.
— «O figlio del mio morto padrone! Io farò più che aiutarti; io metterò al tuo servizio tutta la forza della mia mente e del mio cuore. Il mio corpo però non giova alla tua causa, ma col cuore e con la mente ti servirò. Lo giuro, per l'altare del nostro Dio! Soltanto creami con nomina formale ciò che fin'ora ho finto di essere.» —
— «Che cosa?» — chiese Ben Hur con sollecitudine.
— «Amministratore dei tuoi beni.» —
— «Lo sei da questo istante, o vuoi lo faccia in iscritto?» —
— «La tua parola basta. Così fece tuo padre. Ed ora siamo intesi.» — Simonide tacque.
— «Lo siamo» — disse Ben Hur.