Egli scosse le tende della sua porta; e quantunque udisse il tintinnire dei campanelli, nell'interno, non ebbe nessuna risposta; la chiamò per nome, ad alta voce — nessuno rispose. Sospinse la portiera, ed entrò nella stanza. Essa non c'era. Salì rapidamente sul terrazzo, ma non la trovò. Interrogati i domestici, seppe che non era stata veduta in tutta la giornata.
Dopo avere invano frugato in ogni angolo della casa, Ben Hur ritornò nella stanza degli ospiti e prese il posto che sarebbe spettato alla figlia, vicino al corpo del genitore. Il suo cuore era pieno della bontà di Cristo, che sulla soglia del paradiso aveva voluto chiamare a sè l'anima del suo vecchio e fedele servitore.
Quando il lutto del funerale era già quasi dissipato, al nono giorno della guarigione, come prescriveva la legge, Ben Hur ricondusse a casa la madre e Tirzah; e da quel giorno, i due maggiori nomi che la lingua umana sappia pronunciare, furono sempre riverentemente accoppiati,
— «DIO PADRE E CRISTO FIGLIO» —
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Cinque anni erano trascorsi dal giorno della crocefissione, ed Ester, la moglie di Ben Hur, sedeva nella sua stanza nella bellissima villa di Miseno. Era un caldo pomeriggio di primavera e il sole d'Italia splendeva fervido sopra i mirti e le rose del giardino. Tutto quanto l'appartamento era Romano, solo l'abbigliamento di Ester era di foggia Ebraica. Tirzah e due fanciulli, che giocavano sopra una pelle di leone sul pavimento, le tenevano compagnia, e non si aveva che ad osservare con quale cura essa vegliava sopra i piccini, per conoscere che quelli erano suoi figli.
Il tempo era stato generoso con essa, e gli anni non avevano diminuita la sua bellezza. Nel diventare padrona della villa, aveva attuato uno dei suoi sogni più cari.
Ad interrompere questa semplice scena domestica, un servitore apparve sull'uscio e disse:
— «Una donna nell'atrio desidera di parlare con la padrona.» —
— «Lasciala entrare. La riceverò qui.» —