Il lettore saprà qualche cosa degli usi a cui si adibiscono i tetti delle case, in Oriente. In quanto ai costumi, il clima è dappertutto il miglior legislatore. L'estate Siriaca, di giorno, costringe le persone a cercare riparo sotto i colonnati ombrosi; ma di notte ne li chiama fuori non appena l'ombre cominciano ad avvolgere lentamente i fianchi delle montagne, come i veli che coprono i cantori Circei. Ma quelle sono lontane, mentre il tetto è vicino, abbastanza rialzato sopra il livello della pianura scintillante, per essere visitato dai freschi venticelli notturni, e per lasciar mirare in tutto il suo splendore la volta stellata del cielo. Così tutta la famiglia si raduna sul tetto, che diviene luogo di giuochi, camera da letto, alcova, sala da musica, da danza, da conversazione, da meditazione e da preghiera.
Le ragioni che, in climi più freddi, suggeriscono la decorazione dell'interno delle case, in Oriente consigliano l'abbellimento del tetto. Il parapetto ordinato da Mosè divenne un trionfo dell'arte vasellaria e statuaria. Più tardi, sopra di esso, si elevarono torri, semplici e fantastiche; più tardi ancora principi e imperatori adornarono le sommità delle loro case di padiglioni di marmo e di oro. L'ultimo portato di questo lusso stravagante furono i giardini pensili di Babilonia.
Il giovane attraversò lentamente in tutta la sua lunghezza il tetto e si avvicinò ad una torre costruita sull'angolo nord-est del palazzo. Se fosse stato un forestiero avrebbe gettato uno sguardo sull'edificio e avrebbe veduto, per quanto l'ombra crepuscolare lo permetteva, un ammasso oscuro di pietre, con finestre a pilastri e graticci, terminato da una cupola. Egli, rapido, entrò passando invece sotto una cortina mezzo rialzata. Nell'interno regnava l'oscurità, tranne che ai quattro lati ove erano delle aperture arcuate attraverso le quali appariva il cielo illuminato di stelle. In uno dei vani, appoggiata ad un cuscino del divano, appariva la figura di una donna, confusamente, attraverso bianchi drappeggiamenti. Al suono dei suoi passi, il ventaglio che ella teneva in mano cessò di agitarsi, luccicando là dove i raggi delle stelle si rifrangevano nelle gemme di cui era tempestato. La donna si alzò a sedere e chiese:
— «Giuda, mio figlio, sei tu?» —
— «Sono io, madre,» — egli rispose, accelerando il passo. Si avvicinò, e si inginocchiò dinanzi a lei, mentr'essa lo cinse con le sue braccia e lo strinse al petto colmandolo di baci.
CAPITOLO IV.
La madre riprese la sua comoda posizione, sopra il cuscino, mentre il figlio prese posto sul divano, appoggiandole il capo sul grembo. Entrambi, guardando fuori attraverso la finestra, potevano vedere un mare di tetti più bassi: più lontano, verso occidente, le cime nereggianti dei monti, e il cielo, brulicante di stelle. La città era tranquilla. Non si udiva che il fruscìo del vento.
— «Amrah mi dice che t'è successo qualche cosa di grave» — essa cominciò, accarezzando le sue guancie. — «Quando il mio Giuda era bambino, io lasciava che piccole cose lo infastidissero, ma ora egli è un uomo. Egli non deve dimenticare» — la sua voce si fece molto dolce — «che un giorno egli dovrà essere il mio eroe.» —
Essa parlava un idioma quasi caduto in disuso nel paese, ma che alcuni pochi, ricchi di cuore come di beni, conservavano nella sua purezza per distinguersi ancora meglio dai Pagani, — l'idioma in cui Rebecca e Rachele cantarono a Beniamino.
Queste parole sembrarono render il giovane pensieroso, ma, dopo qualche istante, egli prese la mano con cui essa gli faceva vento, e disse — «Oggi, o madre, ho dovuto riflettere su molte cose che prima non avevano rattristata la mia mente. Dimmi, anzitutto, che cosa dovrò diventare un giorno?» —