A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia e le instigazioni di Trento. Ma, per parlar de' primi, si voleva da Buonaparte che a quello che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di costituzione. Anche sperava il generalissimo di accendere con questo allettativo d'independenza talmente que' popoli già di per sè stessi tanto accendibili, che un fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti di quell'ardore religioso che per difesa propria il pontefice facea sorgere in Italia contro i conquistatori.
Erasi inditto il congresso de' quattro popoli dell'Emilia, Modenesi, Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì 27 dicembre, malgrado di Buonaparte, che avrebbe desiderato che più presto si adunassero per dar cagione di temere al papa in tempo, in cui bollendo ancora le pratiche, non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero in Reggio i legati dei quattro cispadani popoli, trentasei Bolognesi, venti Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano mandato amplissimo di fare quanto alla salute della repubblica si appartenesse; l'unione massimamente de' quattro popoli in un solo stato procurassero. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quegli spiriti repubblicani. Ordinarono, ad alta voce, non a voti segreti si squittinassi. Poi fecero una congregazione d'uomini eletti dalle quattro provincie, affinchè proponessero i capitoli della unione. Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli. Accrebbero la giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese venuti ad affratellarsi; erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano, Visconti da Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore, Lena da Como, Beccaria da Pavia. Orarono conforme all'occasione; fu fatto risposta da Facci presidente con gratissime parole.
Aprivansi in questo le porte del consesso; il reggiano popolo, bramoso di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna a nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione de' quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita allegrezza la cispadana confederazione, chiamarono la unità della repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo. Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto sembianza di energumeni che di uomini gravi chiamati a far leggi.
L'entusiasmo de' Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il congresso statuito, che una prima legione italica si formasse; nè questa truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri sotto le insegne; il generalissimo gli squadronava e faceva reggere da' suoi ufficiali. Ma se dall'un lato egli era contento della disposizione degli animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva della composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui, per quel suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali ed altri cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati; e quantunque alcuni e nobili e preti vi sedessero, non era il numero nè il nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo, si lamentava che Garreau e Saliceti, commissarii del direttorio, gli guastassero i suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste instigazioni, e chiamando al reggimento dello Stato uomini di poca entità, o troppo risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava con questi commissarii e gli ammoniva con forti riprensioni, ma essi, se non apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni sorte di persone.
Scriveva il congresso il di 30 dicembre a Buonaparte, essersi i cispadani popoli costituiti in repubblica, e ne lo invocava padre, protettore. A queste lettere, ricevute con lieta fronte dal conquistatore, rispondeva egli, aver udito con molto contento l'unione delle quattro repubbliche, ma inculcare loro soprattutto d'ordinarsi alle armi, perchè senza la forza le leggi non valgono. Il congresso annunziava quindi ai popoli la creazione della repubblica, lodando Francia, lodando Marmont, lodando Buonaparte vincitore.
L'esempio della Cispadana partoriva mutazioni notabili in Lombardia; perchè i Milanesi, non volendo parer da meno che i popoli dell'Emilia, facevano un moto, correndo sulla piazza ed intorno allo albero della libertà affollandosi, gridavano sovranità e independenza, e volevano costituirsi in repubblica Traspadana. Ma Baruguay d'Hilliers, generale che comandava alla piazza di Milano e che conosceva la mente di Buonaparte, ne faceva carcerare gli autori principali, che erano i patriotti più ardenti.
Intanto ogni dì più cresceva lo squallore dei soldati vincitori d'Italia, tanta era la voragine, non diremo della guerra, ma dei depredatori. Per rimediarvi andava Buonaparte immaginando nuovi modi per trar denaro dai popoli già sì grandemente smunti ed impoveriti; scosse l'Emilia, scosse la Lombardia; traeva le intime sostanze dalle viscere delle nazioni: pure il peculato era più forte di queste estreme fonti di denaro.
In fatti i rubatori, gente fraudolenta ed avara, erano una peste invincibile. Buonaparte che, per la mancanza delle cose necessarie, vedeva in pericolo le sue operazioni, ne arrabbiava: li chiamava ladri, traditori, spie; ora ne faceva pigliare uno, ora cacciare un altro; ma nulla giovava. L'Italia pativa, i soldati pativano, gli amministratori infedeli trionfavano. «Potè, sclamava dispettosamente Buonaparte, il marasciallo di Berwick far impiccare l'amministratore supremo del suo esercito, perchè vi erano mancati i viveri, ed io non potrò in mezzo all'Italia, paese di tanta abbondanza, quando i miei soldati sono perniciosi e stremi di ogni cosa, spaventar con le opere, perchè le parole non giovano, questo nugolo di ladri?» Così dentro sè stesso si rodeva; ma eran novelle, perchè l'oro d'Italia si dispensava anche a Parigi; perciò i rubatori erano indenni. Riempiva Buonaparte di querele Italia e Francia; intanto andava a ruba l'Italia. Cuocevano infinitamente a lui gli infiniti e in infinite guise diversificati ladronecci, e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete militari, instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come diceva, che non erano ladri ordinari, ma tali che con le malvagie opere loro interrompevano il corso alle vittorie, od erano almeno cagione che con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in queste diete dei segreti maneggi onde i rei se ne andavano od assoluti o condannati a pene nè proporzionate al delitto nè capaci di spaventare i compagni.
Or è da far passaggio dall'avarizia degl'involatori al furore degli armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente che prima sulle italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso alcun ufficio per inclinare l'imperadore alla pace: Buonaparte scriveva all'imperadore Francesco, che s'ei non si risolvesse alla pace, colmerebbe, per ordine del direttorio, il porto di Trieste e guasterebbe tutte le sue possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi successi dell'arciduca Carlo in Germania avevano ridesto nell'Austria la fiducia di sostenere le cose d'Italia, ed anzi di riconquistare gli Stati perduti; però non volle consentire agli accordi.
Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova. Non era ignoto a Vienna che il presidio era ridotto all'estremo, e che solo si sosteneva per la costanza veramente maravigliosa dell'antico Wurmser. Nè solo il maresciallo vinceva con l'animo invitto l'urto delle armi nemiche, ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal direttorio, che se non desse la piazza in mano della repubblica, sarebbe, quando si arrendesse, condotto a Parigi e giudicato qual fuoruscito franzese. Vide l'Austria che non era tempo da aspettar tempo, e che il pericolo di Mantova ricercava prestissima espedizione; perciò adunava con celerità ammirabile un nuovo esercito di più di cinquanta mila combattenti, pronto a calare per mettere di nuovo in forse la fortuna franzese che già tanto pareva stabile e sicura. Di tanta mole si mandavano venticinque mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli, e, tanto era l'ardore loro, che davano speranza di vittoria. Infatti nelle battaglie che poco dopo seguirono, combatterono non solo con valore, ma ancora con furore, siccome quelli che erano cupidi, non solo di ricuperare i paesi perduti, ma ancora di scancellare l'offesa fatta alle armi imperiali dalle precedenti sconfitte. L'emolazione altresì verso i soldati di Germania operava efficacemente nelle menti loro e le vittorie dell'arciduca gli stimolavano. Fu posto al governo di queste fiorite genti il generale d'artiglieria Alvinzi, già pratico delle guerre d'Italia e nel colmo della riputazione; e siccome quegli che era di natura pronta e speditiva, si sperava che fosse per allontanare da sè ogni lentezza. Alvinzi ordinava che una parte guidata da Davidowich scendesse dal Tirolo con venti mila soldati, e conculcati i Franzesi che colà stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a sboccare per Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta mila combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva di varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i repubblicani ovunque li trovasse, e quindi varcato, il fiume più grosso dell'Adige, dove l'occasione migliore si appresentasse, di congiungersi con Davidovich e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova. Già varcati con fatica incredibile i monti della Carniola e traversati torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e si accingevano a dar principio alla terza guerra.