Intanto Augereau già era alle prese col nemico al ponte d'Arcole. Avevano gli Austriaci reso l'accostarsi difficile e micidiale. I primi repubblicani che si affacciarono, furono da un'immensa grandine di palle e di scaglia sfragellati. Disordinati e titubanti si allontanavano i Franzesi da un luogo di sì grave tempesta. Ma i capi, che sapevano di qual momento fosse e che l'impeto in tal caso era più sicuro dell'indugio, gli ricondussero allo sbaraglio; e per fargli andare avanti si fecero essi medesimi guidatori delle colonne. Ma nè il nobile coraggio loro potè operare in modo che si superasse quel mortalissimo intoppo: i granatieri stessi, scelta ed invitta gente, cedettero. Ricordavasi in questo punto Augereau del ponte di Lodi, e dato, di mano ad un'insegna, si piantava in mezzo al ponte, invitando i compagni a seguitarlo. Il seguitavano laceri e sanguinosi come erano. Ma i Tedeschi gli sfolgoravano novellamente per tal maniera, che tra morti e feriti l'abbattuta fu in poco d'istante sì grande che i superstiti spaventati, ed Augerau medesimo a tutta fretta si ritiravano. Seguitava un silenzio nelle genti, segno di scoraggiamento; già i capi temevano che succedessero grida assai peggiori del silenzio. Pressava il tempo; la fortuna di Francia inclinava ad una fatale rovina. Nè poteva dubitarsi che Alvinzi, subito che avesse avuto avviso del fatto, non fosse per venire con tutta la sua mole in aiuto de' suoi; e come potevano sperar i repubblicani di superar tutti quando una sola e piccola parte si mostrava insuperabile? Queste cose riandava in mente Buonaparte, nè curando la vita, nè curando la sicurezza dell'esercito in sì estremo frangente, venuto là dove i più animosi lo potevano udire, disse loro ad alta voce: Or non siete voi più i soldati di Lodi? or dov'è il vostro coraggio?

Questo parlare di Buonaparte a Franzesi non potava non partorire un grandissimo effetto; si rianimavano anche i più timorosi: tutti gridavano, comandasse pure, li guidasse alla battaglia. Cominciava a sperar bene, si avventava egli il primo, attorniato dai principali verso il formidabil ponte. Ma primachè si muovesse al cimento fatale, comandava a Guyeux, che se ne gisse a varcar l'Adige al passo di Albaredo, ed evitato per tal modo l'Alpone, desse dentro alla impensata al fianco sinistro d'Arcole. Egli intanto, smontato da cavallo, e dato di mano ad un'insegna, e postosi in capo alla stretta fila, che sull'argine insistendo, si avviava al ponte, animava i suoi a seguitarlo. Nè furono lenti, anzi coi corpi loro serrandosi attorno a lui, i granatieri massimamente, coraggiosi per indole, furibondi per la resistenza, già facevano tremare coi tiri e col calpestio numeroso la destra sponda del contrastato ponte. Procedeva avanti quel globo formidabile; già metteva piede sul ponte, quando gli sopraggiunse adosso da fronte e dai fianchi un nugolo sì fitto di tedesche palle, tanto grosse quanto minute, che rotto e trafitto nelle più vitali parti, fu costretto a dare frettolosamente indietro. Sboccavano allora gli Austriaci dal ponte, e seguitando la vittoria, menavano con l'armi corte e bianche, strage di coloro che scampati alla furia delle artiglierie e degli archibusi si ritiravano. In quella feroce mischia era Buonaparte, per esortazione de' suoi rimontato a cavallo, e già cedeva all'impeto del nemico, quando un furioso caricare di scaglia rotti avendo, lacerati ed uccisi tutti coloro che gli stavano intorno, trovossi solo esposto al furore di tutte le armi nemiche. Ma il generale Belliard, accortosi del fatto, coi granatieri amatori del loro capitano supremo, voltato subitamente il viso e dato uo forte rincalzo ai Tedeschi, gli ributtavano di nuovo fino al ponte e impedivano un caso ponderosissimo; ricondotto Buonaparte dai soldati pieni di allegrezza ad un sicuro alloggiamento.

Non così tosto aveva Alvinzi avuto le novelle di un fatto tanto straordinario che costretto ad obbedire a quel nuovo corso di guerra, che con tanta audacia e perizia aveva il suo avversario aperto, dirizzava sei battaglioni di fanti sotto la condotta di Provera a Porcile, e quattordici battaglioni di fanti con sedici squadroni di cavalleria fidati a Mitruski a San Bonifacio per alla via di Arcole. Viaggiavano queste nuove schiere con molta prestezza, mentre si combatteva al ponte, e qualunque avesse a riuscire l'effetto della presenza loro sul campo di battaglia, già si comprendeva, che Buonaparte avea conseguito il suo intento di rompere ad Alvinzi il disegno di conquistare Verona e di unirsi con Davidowich.

Mentre in tal modo si combatteva ad Arcole ed a Porcile, dove Provera avea incontrato Massena che lo risospinse fin oltre Porcile stesso, erasi Guyeux, passato l'Adige ad Albaredo e comparso improvvisamente sotto le mura d'Arcole nel punto stesso in cui i difensori n'erano usciti per dar addosso alla risospinta schiera di Augereau, reso padrone facilmente della terra. Ma gli Austriaci, che ne conoscevano l'importanza, si muovevano col grosso delle loro forze da San Bonifacio e prestamente la ricuperavano. Già annottava: Buonaparte, perduta ogni speranza di acquistare Arcole in quel giorno, e temendo, giacchè era vicino lo esercito tedesco, di essere condotto a mal partito in mezzo all'oscurità della notte, riduceva tutte le sue genti sulla destra dell'Adige, lasciando solamente la duodecima alla guardia del ponte e la sessagesima quinta alloggiata in un bosco a destra dell'argine per cui si va ad Arcole.

Sorgeva appena il giorno 16 novembre, quando e Franzesi e Tedeschi givano di nuovo con animi infestissimi ad incontrarsi. Fu come quello del giorno precedente durissimo l'incontro dell'armi, combattendosi assai virilmente da ambe le parti. Fu il primo Massena a far piegare la fortuna in favore dei repubblicani risospingendo Provera sin dentro Porcile; il generale Robert assaltava i Tedeschi sull'argine di mezzo, e molti ne buttava nel pantano. Nè se ne stava Augereau ozioso; che anzi, opponendo valore a valore, già aveva risospinto gli Alemanni fin dentro ad Arcole e dava nuovo assalto al ponte. Ma quivi accadeva quello che era accaduto prima; che con tal furia menarono le mani gl'imperiali, condotti da Alvinzi medesimo, che i Franzesi se ne tornarono indietro dopo di aver patito un orribile macello. Parecchie volte andava alla carica Augereau, altrettante era costretto a cedere con istrazio maggiore.

Finalmente la sorte declinante della battaglia faceva accorto Buonaparte di quel che avesse a fare: si metteva alla opera del far gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso la sua foce, con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente, perchè i suoi soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano l'intento, perchè la corrente dell'acqua diveniva per quell'ostacolo tanto impetuosa, che il passare si trovò più difficile di prima. In questo mentre Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo prodotta necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ribadimenti, usciva grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare se gli venisse fatto di cacciar i Franzesi nell'Adige, od almeno costringerli a ripassare il ponte di Ronco. Ma fu pronto al riparo Buonaparte, e con alcune artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, faceva stare addietro i Tedeschi. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che faceva sosta al sangue ed alle morti.

Si avvicinava il giorno in cui doveva definirsi a chi dei due possenti nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi Buonaparte a tante infelici pruove, usando l'oscurità della notte e la cessazione dell'armi, aveva fatto dar opera all'edificar del ponte con cavalletti ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo dove mette nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però, la mattina del 17, erano usciti di Arcole con intenzione di rituffare la duodecima nell'Adige. Ma le artiglierie franzesi trassero sì aggiustatamente che fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di racconciar il ponte, di conservare la duodecima e di varcare. Andavasi adunque alla battaglia terminativa.

Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte: le cose succedevano come egli le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto da Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesima quinta, condotta da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi sino al ponte d'Arcole. Ma gl'imperiali si scagliavano poi con tanto impeto contro di lei, che non solo fu risospinta fin là donde si era mossa, ma, disordinatamente fuggendo, già aveva dato indietro fino al ponte di Ronco. Seguitavano i Tedeschi questa parte di Franzesi che fuggiva, credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente già loro usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i tempi ed usarli con vigore, compariva improvvisamente sulla destra loro, la diciottesima li percuoteva di fronte, Gardanne, uscito dall'agguato in cui se ne stava, gli urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei assalti disordinava la schiera tedesca, di cui parte si ritirava più che di passo verso Arcole, parte fu spinta nella palude vicina, dove divenne miserabile bersaglio e dell'artiglieria e dell'archibuseria di Francia.

Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau che, varcato il ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone; ned era facile a Buonaparte di sforzarlo, quando gli sovvenne uno stratagemma, e fu di mandare una compagnia di soldati a cavallo, acciocchè girando velocemente dietro il fianco degli austriaci, andasse a romoreggiar loro alle spalle con le trombe e con quel maggiore strepito che potesse. Un luogotenente Ercole, cui fu dato questo carico, lo condusse con quella celerità ed avvedutezza che meglio si potevano desiderare. Certo è intanto che, o che il romore improvviso di quest'Ercole o gli altri casi del conflitto sel facessero, gli Austriaci incominciavano a declinare manifestamente, ed infine a cedere il campo, se non con fuga, almeno con ritirata molto presta. Occupavano con infinita allegrezza i Franzesi il tanto combattuto Arcole e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi le sue genti ad Altavilla, poscia a Montebello sul Vicentino.

La battaglia d'Arcole pose per allora in sicuro la fortuna franzese in Italia. Aveva bene Davidowich, calatosi da Ala il dì medesimo in cui Buonaparte vinceva ad Arcole, rotto e fugato Vaubois da Corona, poscia da Rivoli; scacciatolo dai monti di Campara con presa di undici cannoni e di due mila prigionieri, fra i quali si noveravano Fiorella e Lavallette; finalmente minacciato di riuscire alle spalle di Verona e di correre al riscatto di Mantova. Ma quello che sarebbe stato fatale ai Franzesi se fosse stato effettuato sei giorni avanti, non poteva partorire se non la ruina di Davidowich, effettuato essendo a questo tempo. E infatti, non così tosto ebbe Buonaparte vinto ad Arcole, che si rivoltava con le sue schiere vincitrici contro Davidowich, e, trovatolo a Campara, lo debellava. Si conduceva l'Austriaco prima a Dolcè, poi ad Ala, seguitato velocemente dai Franzesi che lo danneggiarono nella retroguardia. Essendo diventati novellamente i Franzesi padroni di tutto il Veronese, e la stagione correndo molto sinistra, condussero i due avversarii i soldati loro alle stanze. Fermossi Davidowich in Ala, Alvinzi in Bassano con la vanguardia a Vicenza ed a Padova, ed il grosso sulle rive della Brenta. Stanziò Buonaparte nel Veronese, rimandata però la schiera di Kilmaine al campo di Mantova per istringere viemaggiormente l'assedio, della piazza che, siccome priva dell'aiuto d'Alvinzi, credeva aver tosto a venir in sua possanza.