Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose d'Italia. Perocchè le sue genti erano tuttavia quasi intere, e la devozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si pensava, potuto aprire il varco.
Il pontefice che volea piuttosto incontrare una guerra pericolosa che accettare condizioni inonorate e contrarie alla purità delle fede; Napoli che se fortuna voltasse il viso più benigno a coloro ai quali fino allora era stata avversa, non si dubitava che non fosse per mutar fede, confortavano l'Austria a fare un nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni dubbio: assaltava i giorni 19 e 25 novembre con quasi tutto il presidio i repubblicani a Sant'Antonio ed alla Favorita, ed, avendoli fatti piegare, predava ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di viveri; ed avendo poi avuto avviso che erano arrivate nel porto alcune barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Franzesi, usciva nuovamente molto grosso l'11 e 14 dicembre, e le predava: prezioso sussidio alla sue affamate genti.
L'imperatore, cui era gravemente spiaciuta la tardità di Davidovich, lo richiamava e gli dava lo scambio nel principe di Reuss. Malgrado l'infelice successo della guerra testè terminata con la sconfitta d'Arcole, serbava fede ad Alvinzi, il quale si deliberava a nuovi disegni, e che, per arrivare a' suoi, fini aveva cinquanta mila combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti. Maravigliosa cosa è il pensare come l'Austria, dopo tante rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila dall'Ungheria: gli altri Stati ereditarii fornivano a proporzione. Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi, perchè quattro mila giovani delle prime famiglie, lasciati, in sì grave pericolo della patria, gli agi e le morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro signore la perduta Italia; e benchè i maligni si facessero beffe di questa gente, giovinastri chiamandoli e ciamberlani, si vide alla pruova ch'erano valenti soldati.
MDCCXCVII
| Anno di | Cristo MDCCXCVII. Indiz. XV. |
| Pio VI papa 23. | |
| Francesco II imperatore 6. |
Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di Francia: nonostante non arrivava il suo esercito al novero di quello d'Alvinzi, perchè, passando quarantacinque mila non arrivava ai cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque, schiere principali, una delle quali, governata da Serrurier, teneva il campo sotto Mantova; l'altra con Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori dell'Adige; la terza, retta da Massena, alloggiava pure in Verona, ma spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il campo alla Corona, a Rivoli e nei luoghi intermezzi; la quinta finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e Lonato.
Da tutto questo si può conoscere che Buonaparte si era persuaso che lo sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però, siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma, che, se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di resisterle, perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati, ed Augereau e Massena potevano arrivare prestamente in soccorso di lui a Verona. Il primo a dar le mosse alla sanguinosa guerra che siam per vedere fu Provera, che, partito da Padova il dì 7 gennaio, si dirizzava verso Bevilacqua, terra posta sul rivo che chiamano la Fratta. Era in Bevilacqua il generale Duphot con una squadra che servia come antiguardo al presidio di Porto Legnago. Il dì 8 sul far del giorno il principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un picciolo castello; trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento lo fugava. Al tempo medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Franzesi si erano rinforzati a Bevilacqua; ma assaliti in diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza di pensare al ritirarsi, e si ridussero a Bonavigo, ed a Porto Legnago, non senza grave danno. Conseguiti questi primi vantaggi, confidava Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e Porto Legnago. Era, quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte a Bologna, intento ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto ne ebbe avviso, che, giudicando bene del tempo, comandava a due mila soldati, che già aveva indirizzato contro gli Stati della Chiesa, retrocedessero e gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le rive dell'Adige assaltate da Provera.
Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastato alquanto al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto pericolo, s'avviava a Verona la mattina del 12, dove trovava Massena alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano. Trovavasi l'antiguardo di Massena a San Michele, poco distante da Verona, quando, assalito dai Tedeschi, fu costretto a ritirarsi. Ma Massena, uscito fuori con tutti i suoi, attaccava la battaglia che fu molto aspra e sanguinosa; rimasto il campo ai Franzesi.
Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti all'aver fatto credere al nemico che lo volessero assalire fortemente e grossi in questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne; anzi una parte, guidata da Quosnadowich, si conduceva celeremente e con molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi in Tirolo. Nè qui si arrestavano gli Austriaci, perchè sulle due ali estreme Provera varcava l'Adige il dì 13, non senza molta difficoltà. Alvinzi sforzava le strette della Corona con avere obbligato Joubert a ritirarsi sull'alloggiamento forte e fortificato di Rivoli. Pendeva in tal modo incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario; nè sapendo a qual parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona, aspettando che il tempo e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli dessero maggior lume. Nè tardava ad essere appagato del suo desiderio; perchè, in primo luogo, un Veronese, amatore dei Franzesi e congiunto d'antica amicizia con Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento per visitarlo, ed ivi soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo di copiare tutto il disegno di guerra del generale austriaco, il quale disegno, tornatosene a Verona, consegnava ad un Pico, Piemontese, che incontanente lo dava in mano del generalissimo di Francia. Giungevano, in secondo luogo, lettere espresse di Joubert, che portavano quanto grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona.