Buonaparte allora, solito a spingere con incredibile celerità sempre innanzi le occasioni, comandava a Massena corresse con tutta la sua schiera a Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava a Rey, che se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi, la notte medesima del 15, si incamminava frettolosamente a Rivoli per ivi sostenere la fortuna vacillante. Alvinzi aveva ordinato talmente i suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di San Marco occupato dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi scende dal Tirolo verso Verona; l'altra, condotta da Liptay, girasse sui monti per andar a ferir alla schiena il rimanente corpo di Joubert, che alloggiava in Rivoli. Un'altra colonna grossa di quattro mila soldati, e governata dal generale Lusignano, girando più alla larga, doveva riuscire più alle spalle dei Franzesi per la valle del Tasso. Arrivava intanto Quosnadowich e romoreggiava alla sinistra dell'Adige. Aveva infatti Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il passo di San Marco. Ma non era ancora spuntato il giorno 14, che Buonaparte già ingrossato dalle genti più leggieri di Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo un grave conflitto se n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi che i suoi pensieri erano stati penetrati, e che, invece di avere a combattere col solo Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della maggior parte dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti. Tuttavia, non diminuendo per questa difficoltà della speranza di vincere, ed essendo già presente il nemico, non aveva più comodità di cambiare l'ordine incominciato della battaglia, e dovette far fronte con mosse non acconcie ad un caso inaspettato.

Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della mattina, e siccome gli Austriaci, per ordine del loro generale, puntavano massimamente contro la sinistra dei Franzesi, per secondare le colonne che giravano alle spalle, così quest'ala franzese ed anche la mezzana pativano grandemente, e già, crollandosi, si ritiravano indietro disordinate. Pareva la fortuna inclinare a favore dei Tedeschi; mosso Buonaparte dall'estremo pericolo, comandava a Berthier sostenesse l'inimico in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra, che tuttavia sempre più piegava e pericolava. Sosteneva Berthier un urto ferocissimo. Questo sforzo e la terribile trigesimaseconda, che arrivava, ristoravano in questo luogo la battaglia che inclinava. Ma la sinistra continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo, quando ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare su questa parte nella battaglia. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza, e combattendo con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico, e ricuperò alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena reintegrava la fortuna e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e la destra dei repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già gli Austriaci erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli ch'era, a chi l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In questo momento compariva sulle alture Liptay, e mettendosi alla scesa, già era vicino a ferire l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'era il momento determinativo della fortuna. Benchè Alvinzi si trovasse colle schiere divise, perchè le aveva ordinate piuttosto a circondare che a combattere, tuttavia, spingendosi avanti con mirabile coraggio, avevano recato in poter loro il fatal Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva, per la separazione delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso corpo senza pericolo, il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli. Spinsero di nuovo avanti i Tedeschi, e dopo, una mischia spaventevole, se lo pigliavano una seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un punto la fama e la fortuna sua, comandato a Berthier che trattenesse con la cavalleria i Tedeschi nel piano che fra le alture a sinistra e Rivoli a destra si apre, acciocchè non potessero aiutare i difensori di Rivoli, adunava in un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre in quel momento, ed uniti e grossi li conduceva contro Alvinzi, occupatore per la seconda volta del contrastato passo. Là erano le sorti d'Italia e di tutta la guerra, là di Mantova si definiva. Mai più ostinatamente o più coraggiosamente come in questo fatto si combattè. Ebbero l'uno assalto e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè Berthier frenava il nemico nel piano, e Joubert, cacciato a forza il nemico da Rivoli, se ne impossessava.

Intanto già si era per modo accostato Liptay, che incominciava a percuotere l'ala sinistra de' Franzesi non ancor del tutto rimessa in ordine dal precedente scompiglio; e tra per questo e per Lusignano, che già si approssimava, a grande repentaglio eran ridotte le franzesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, che sforzava Liptay a ritirarsi e ricovrare a Caprino. Prevedendo poi l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su certi colli pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo la fortuna, che sul principio e per parecchie ore aveva inclinato a favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani, per opera principalmente di Buonaparte. Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, se non avesse avuto con la rotta di lui la sua perfezione. Infatti compariva, già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver varcato i monti, nella terra di Pesena, e già s'incamminava più sotto, verso Affi. Nè il frenava il presidio alloggiato a Rocca di Garda; ma dopo un grosso affronto a Calcina, aveva continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.

Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiamo narrato, per ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato in luogo donde già poteva essere di sussidio a' suoi. Velocemente marciando, superati i monti di Cavaglione colla rotta de' Croati, che li guardavano, aveva trovato modo di aprirsi la strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro Lusignano, Massena da una parte, Mounier dall'altra, Rey alle spalle per forma che, attorniato da tutte le bande, soperchiato dal numero soprabbondante de' nemici, fu costretto a cedere, deponendo l'armi e dandosi con tutti i suoi prigionieri in poter de' repubblicani. Dava questo fatto piena vittoria a Buonaparte, il quale, ritirandosi tutta la restante oste d'Alvinzi rapidamente verso la parte più alta e più aspra del Tirolo, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a Mantova, con celerità eguale a quella con cui aveva camminato da Verona a Rivoli correva da Rivoli a Mantova, conducendo con sè Massena e la sua schiera, tanto sicuro fondamento alle vittorie.

Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci, i quali, dato dentro negli Austriaci, li rompevano con grande terrore. Fu generale la sconfitta, e, se si eccettuino dieci battaglioni ed otto squadroni che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava che intero ed ordinato fosse. Entrava poi Joubert in Trento con bella e lieta mostra guerriera.

Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere prestamente al sussidio di Mantova. Simulava, per ingannare Augereau che stava schierato sull'altra riva, ora accennando a Ronco, ora a Porto Legnago. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto star indietro con le artiglierie i Franzesi che dall'opposta riva lo oppugnavano, vi piantava il ponte, e varcava, come abbiam detto, il giorno 13 di gennaio. Non così tosto ebbe Provera effettuato il passo, che, chiamate a sè le bande spartite, marciava velocemente alla volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria. Passava per Cerea, Sanguineto e Nogara: alloggiava in questa ultima terra la notte del 14. Il dì 15, continuando a viaggiare molto per tempo e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte del 15, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno 16: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso l'assalto del maresciallo, che Dumas posto alla guardia di Sant'Antonio fu costretto a piegare, lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita; già anzi si accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani che guardavano quelle fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè, ributtato aspramente da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser, combattuto validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.

I Franzesi, liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano viemmaggiormente Provera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che arrivava da Castellare, gli faceva segno che l'arrendersi era più sicuro del combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero franco e valoroso. Finalmente, costretto dalla forza sopravanzante, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio di cinque mila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontarii di Vienna. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza rimedio; tutta l'Italia in balia dei repubblicani: di una parte erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.

Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni raccontate con molto valore; nè si può negare che i disegni dei capitani loro fossero bene ordinati; ma mancarono di effetto, primieramente perchè penetrati, secondariamente per l'incredibile celerità di Buonaparte e de' suoi soldati. Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella di Provera, tra morti, feriti e prigionieri circa venti mila soldati, con sessanta bocche da fuoco e ventiquattro bandiere. Tutti i volontarii viennesi furono o morti o presi. Scriveva Buonaparte essere mancati de' suoi, tra morti e feriti, solamente due mila; ma furono assai più, e se si noveravano i prigionieri, che però montavano a poca gente, fu perdita di più di sei mila soldati.

In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a difesa e a ricuperazione de' suoi Stati italiani. Ma Buonaparte non era di natura tale che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa, risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in luoghi del tutto insuperabili, e volendo anche avere un campo più largo a cibare i soldati nelle veneziane pianure, si spingeva oltre, perseguitando le reliquie dei vinti, i quali, incalzati da tutte le parti, più non ebbero altro rimedio che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passando per le fonti della Piave vicino a Cadore e per la sinistra di questo fiume fino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò che fossero per portare con sè la stagione migliore e la fortuna fino allora vittoriosa dello arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve capo dell'esercito italico. I Franzesi, signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo, pel sopravvenire della vernata, divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione il papa.

Buonaparte, conoscendo che dopo la rotta tanto compiuta degli Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente contro il pontefice per condurre a fine con l'armi quello che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena e delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice del partito che avesse ad abbracciare. Pure si deliberava a mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse la pace non sarebbe stata peggiore dopo che prima del combattimento. Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i luoghi e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio che Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitar Roma agli estremi. Oltre a tutto questo, non si ingnorava pel pontefice che, quantunque il governo da Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le persecuzioni e per le disgrazie, erano ripullulate in Francia: il che rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma.