I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo governo ed ora no, piaceva la guerra col pontefice, per ampliazione di fama, malgrado le dolci parole che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora al pontefice medesimo. E se si considerano le scritture in numero quasi infinito che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri che il generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tanto oltre in questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi franzesi che comandavano in questa città, si dava un ballo in cui erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che per tutti i modi s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano poi a male ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza coll'Austria. Una lettera che il cardinal Busca, segretario di Stato, scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar rumore.
Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal timore delle armi austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna: essere rotta la tregua col papa; si apparecchiava a fargli la guerra. Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione de' capitoli ottavo e nono della tregua; gridato la crociata contro i Franzesi; mandato le sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria; condotto generali ed ufficiali austriaci al suo soldo; ricusato di rispondere alle proposizioni di Cacault, ministro di Francia a Roma. Delle quali cose si può dire che se Buonaparte pretendeva che il pontefice fosse in condizione ostile contro i Franzesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre alle armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della tregua, non può esser altro se non una seduzione d'intelletto o un abuso di forza; perchè que' capitoli in ciò consistevano: che il pontefice desse milioni di denari e vettovaglie ai repubblicani. Ora il trattato proposto o, per meglio dire, imposto dal direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere com'ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a sè medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che, poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.
Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila soldati stavano pronti a correre contro il papa; e fra i buonapartiani erano molti soldati italiani delle due repubbliche transpadana e cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti franzesi, due di cavalli, tre battaglioni di fanti lombardi, altrettanti di cispadani, con pochi cavalleggieri delle due repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti polacchi, raccolte di disertori e prigionieri austriaci: questo fu il primo principio di quella legione polacca che condotta da Dombrowsky, si acquistò poscia nome nelle guerre italiche. Adunato il generalissimo tutte queste genti in Bologna, le spingeva oltre contro lo Stato ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori e feritori alla leggiera, che, composta di Lombardi, aveva, sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese ed ingaggiare le prime battaglie. Marciavano il dì primo febbraio; occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificii che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese, La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era d'assaltar di fronte il nemico, e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli che i soldati, così mandava fuori un bando, parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.
Intanto a Mantova l'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a Wurmser che, per la carestia de' viveri, la dedizione era inevitabile. Ciò nonostante, quel suo invitto animo non ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità, prima di arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; la ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedii. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo si vendeva uno scudo, un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola carne di cavallo, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri. Si appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole descrivere. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul lago trentadue barche cariche di vettovaglie, che Alvinzi, quand'era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano dell'Austria la speranza con la quale si sostentava nella estremità della fame, il fece accorto che gli era oggimai necessità di mandar a prendere accordo co' Franzesi, poichè certamente il poteva fare senza macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier che darebbe la piazza con certe condizioni che non volle il generale repubblicano consentire, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo ai Franzesi la città, la fortezza e la cittadella; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera, restasse prigioniero fino agli scambii; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti, duecento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor dell'imperadore: condizioni onorate conformi all'onorata difesa.
Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la fortezza e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori che con più cortese dimostrazione il vecchio prode ed infelice guerriero onorarono. Buonaparte stesso non ommise di esaltare il guerriero austriaco, scrivendo al direttorio, con altre cose, avere con intento proprio voluto dimostrare la franzese generosità verso il vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto. Così Mantova, combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della repubblica.
Torniamo ai travagli ch'erano in Roma. L'esercito pontificio si era, come abbiam narrato, accampato sulla destra dei Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Avevano i soldati del pontefice, in numero di sei in sette mila fanti e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo che guarda quasi per diritto la strada di Faenza. Avevano pur fatto un fosso ed altre fortificazioni ancora. Il generale di Francia, come prima giunse ad un quarto di miglio da Caslelbolognese, arrestava il passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino al ponte, ma oltre il tiro delle artigliere pontificie. Robillard schierava, non fitti, ma larghi, duecento feritori alla leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor che costoro facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano: ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimento sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volontieri ne vennero, quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri che varcasse ancor essa. Ma i pontificii, siccome il fosso era stato scavato per diritto e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori nemici; il che li fece disordinare e sbigottire vieppiù. In questo la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si metteva in fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di Polacchi. Non contrastarono più a lungo le truppe pontificali il passo, e si ritirarono con grave disordine e precipitosamente a Faenza. Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle strade.
Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a sè i preti ed i frati, li confortava a star di buona voglia, dimostrando volere che da tutti la religion si rispettasse ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Franzesi per tutto il paese come folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin dal principio dell'anno precedente dal direttorio, aveva spacciatamente comandato che, posti sui carri gli arredi e le reliquie più preziose, s'indrizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinquemila soldati e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani ed ai Polacchi andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificii. Fu debole la difesa, perchè i soldati di Colli, spaventati dalla rotta precedente, si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona e la cittadella. Se ne impadronirono i repubblicani. Il generale della Chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, anduva a porre il campo tra Foligno e Spoleto. La Marca, tutto il ducato di Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della Madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.
Andando tanto impetuosamente in precipizio lo Stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Già pareva ai Romani che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa verso Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di averli uditi, e chi di averli veduti. Raddoppiavansi il terrore, le grida, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse.
In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Franzesi a volontà loro correre per tutto lo Stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione se non di piegarsi a quella dura necessità. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alla consuetudine della Chiesa. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città; alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale della repubblica veduto molto volontieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice quattro legati al generale; il cardinale Mattei, monsignor Galeppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriere portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo; questa fu la consolazione di Roma. Arrivarono i legati a Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. Accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda che oggimai non aveva più in sè difficoltà di importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio del temporale, essendo già posto in balia del vincitore.
Si concludeva il giorno 19 febbraio a Tolentino il trattato di pace fra il papa e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi; a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Franzesi; al cedere alla Francia Avignone, il contado e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiziali alla religione cattolica; al consentire che la città, la cittadella ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero in mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Franzesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti e cinque in diamanti; fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrare ottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali ed altri animali dello Stato della Chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disapprovare la uccisione di Basseville, ed a pagare pel ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecento mila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di Stato; a restituire ai Franzesi la scuola delle arti in Roma; volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.