Così finiva la romana guerra.
Il generale fortunato, domati i grandi, volle far mostra di onorare e rispettare i piccoli. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro, a dì 7 febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica franzese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse, enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà; ma pur finalmente il popolo franzese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i proprii interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato, venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti austriaci, recatovi la libertà, acquistatosi gloria immortale quasi fin sotto gli occhi della sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare intanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli; ma vivessero sicuri che Francia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblica da parte del generalissimo territorii di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè si sa perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica che era vissa sì lunga età innocente e pura da quel d'altrui. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.
Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volontieri, accetterebbe anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorii contento agli antichi, non volerne nuovi; solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu che i cannoni non furono dati e che non si parlò più di San Marino. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò a rispettare i diritti degli uomini senza vantarli, il che è meglio che il vantarli, senza rispettarli; continuarono dall'altra parte intorno al felice monte gli strepiti e la licenza dei popoli e dei soldati.
Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo Stato ecclesiastico: poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese, perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.
Due pensieri operavano massimamente a questo tempo nella mente di Buonaparte, sicuro ormai di poter fare, o buon grado o mal grado del suo governo, ciò che più volesse. Siccome la fortuna tanto se gli era dimostrata prospera, così intendimento suo era, posti in non cale i pensieri del re di Sardegna, di creare un nuovo Stato in Lombardia, acciocchè egli fosse della sua potenza e del suo nome testimonio perpetuo. Ma il direttorio, che aveva anche capriccio in questo nuovo Stato, desiderava tuttavia temporeggiarsi pel desiderio che aveva della pace coll'imperadore. Si proponeva oltre a ciò Buonaparte, solito a fabbricare ne' suoi concetti grandissimi disegni, tostochè si diminuisse l'asprezza della stagione, di varcare con tutto l'esercito le Alpi Giulie e di far sentire le sue armi nel cuore della Germania, a fine di obbligare l'imperadore alla pace, pensiero che già aveva concetto fin dai tempi delle sue prime vittorie in Italia, e che solo era stato interrotto dalla meravigliosa costanza dell'Austria nel sostituire nuovi eserciti ad eserciti vecchi. Confortavano massimamente questa sua deliberazione la singolarità e la grandezza dell'impresa, l'avere a cimentarsi con l'arciduca Carlo, fratello dell'imperadore, che aveva di recente combattuto vittoriosamente le armi repubblicane sulle sponde del Meno e del Reno, e che era stato preposto, come ultima speranza, all'esercito italiano. In questo poi era suo intento di affrettarsi, sì perchè, credendo di poter fare da sè, non voleva che Moreau, calandosi per le rive del Danubio, lo aiutasse, e sì perchè aveva a cuore di assaltare l'arciduca innanzi che le genti di nuova leva, che già marciavano, avessero ingrossato le reliquie dei vinti. A condurre a fine queste fazioni abbisognava principalmente di non lasciarsi nissun sospetto alle spalle, e questo fine conseguiva col far rivoluzione nei paesi veneti.
Con questi pensieri si accostava Buonaparte alla guerra d'Alemagna. Reggeva cinquanta mila soldati fioritissimi e veterani tutti dell'esercito italico, ed a questi si erano congiunti venti mila venuti dal Reno, sotto la condotta di Bernadotte. Gli aveva per tal modo distribuiti nelle stanze, che l'ala sinistra, governata da Joubert e grossa di più di venti mila soldati molto agguerriti, guardava i passi del Tirolo; la mezza schiera condotta da Massena alloggiava a Bassano; l'ala destra, alla quale presiedeva Buonaparte stesso e che aveva un novero di trenta mila soldati, alloggiava nel Trevigiano sino alle rive della Piave. Così con le tre schiere sovrastava Buonaparte ai tre passi che dall'Italia danno l'adito all'Alemagna.
Animava i suoi soldati per fargli star saldi alle nuove prove: badassero, diceva, che già avevano vinto quattordici campali battaglie, settanta minori, preso più di cento mila prigionieri, conquistato cinquecento cannoni leggieri, due mila grossi, piatte per quattro ponti; si ricordassero, avere senza spesa del pubblico vissuto un anno, mandato trenta milioni all'erario; per loro avere il museo di Parigi acquistato quanto di più bello avea penato trenta secoli l'antica e la moderna Italia a produrre; le più belle contrade dell'Europa essere in potestà della repubblica; a loro obbligate della libertà la Lombardia e la Cispadana repubbliche; vedere per la prima volta l'Adriatico le franzesi insegne; là oltre e poco distante mostrarsi la Macedonia antica; i re di Sardegna e di Napoli, il papa, il duca di Parma, abbandonata la lega, avere ricerco l'amicizia della repubblica; gl'Inglesi cacciati da Livorno, da Genova, da Corsica essere testimoni del loro valore; molto essersi per loro fatto, molto ancora restare a farsi; meritassero l'affezione della patria confidente nel loro coraggio; solo tra tanti nemici stare in piè ed in armi l'imperadore; gissero dunque, esortava, la pace cercando nel cuore stesso degli Stati ereditarii d'Austria; vedrebbero popoli valorosi; la religione onorassero, i costumi rispettassero, le proprietà proteggessero..... Voci molto incitatrici erano queste agli animi di soldati valorosi, vincitori, e che, non conoscendo qual fosse in tanta contesa il dritto, il giusto e l'onesto, non altro suono conoscevano che quello delle armi.
Dalla parte dell'Austria, che mal volontieri si disponeva a lasciare del tutto le cose d'Italia abbandonate, le faccende passavano con maggior moderazione, ma non con minore coraggio, se si guardano le risoluzioni di chi reggeva lo stato; imperciocchè, oltre le reliquie de' soldati vinti, si mandavano alla volta della Carintia, della Carniola e del Friuli circa trenta mila delle genti del Reno, nuove leve si ordinavano negli Stati ereditarii, la nazione ungara volonterosamente accorreva in aiuto del sovrano pericolante. Una massa di soldati vecchi e nuovi alloggiava a Salisburgo pronta a correre ai passi dell'Alpi; un campo si ordinava a Neustadt come antemurale alla capitale dello impero. Confortava l'oste il pensiero dell'avere a guidatore e capo delle nuove imprese l'arciduca Carlo, principe amatissimo, che recentemente aveva dato segni di non mediocre perizia e di singolare ardimento nelle guerre d'Alemagna.
Alloggiavano nel Trentino, nel paese di Feltre e nella Marca Trivigiana, distendendo la fronte loro dai monti di Bormio insino alla foce della Piave. Ritirava sul principio di febbraio l'arciduca il grosso sulla sinistra riva del Tagliamento, e lo alloggiava nel Friuli e nella Carintia, lasciando tre schiere sulla fronte descritta. Trovavasi Liptay con una di esse a guardare lo spazio che corre dalla frontiera de' Grigioni a Salorno, terra posta sulla sinistra dell'Adige sopra al Lavisio, e per tal modo stava a difesa del superiore Tirolo. Spiegava la seconda le sue ordinanze da Salorno a Feltre a traverso i monti che spartono le acque dell'Adige da quelle della Piave. Obbediva questa al freno di Lusignano, ed era pronta a venire al cimento con que' soldati rischievoli di Massena. Finalmente il principe di Hohenzollern con sette mila soldati custodiva il paese da Feltre scendendo per la sinistra della Piave fin dove ella mette in mare. Fermava l'arciduca il suo principal alloggiamento in Udine, capitale del Friuli, perchè sapeva che il più forte sforzo dell'inimico si doveva indirizzare verso Gorizia.
Il primo a dare il segnale delle nuove battaglie fu il generale di Francia: il 10 marzo si muoveva con la sua destra e con la mezzana schiera. Era suo primario intendimento di entrar framezzo agli Alemanni per modo che l'ala loro destra restasse separata dalle altre. Perciò aveva ordinato, che il principale sforzo di questa prima mossa fosse fatto dalla mezzana, che raunata sulle rive della Piave obbediva a Massena: nè mancava Massena del debito suo; perchè non così tosto si mosse, che gli Austriaci, abbandonata la fronte del Cordevole ed i luoghi più bassi, andavano a porsi in sito forte oltre Belluno, a fine di propulsare il nemico, se tentasse d'inoltrarsi nella valle di Cadore. Seguitavali tostamente il Franzese, e, quantunque Lusignano con grandissimo valore si difendesse, prevalendo i repubblicani di numero, fu alla fine obbligato, non giovandogli nè l'avere ordinato i suoi in globo per aprirsi il passo alla salute, nè un bravo menar di baionette, a por giù l'armi con tutta la sua schiera, e a darsi in potestà dei vincitore. Per tal modo meglio di seicento soldati, Lusignano con loro, vennero in poter de' Franzesi; ma fu maggiore il numero degli Austriaci uccisi in quell'ostinato conflitto. Al tempo medesimo Serrurier e Guyeux varcavano la Piave a Vidor e ad Ospidaletto, ed occupato Conegliano e Sacile, si avvicinavano al Tagliamento. Aveva l'arciduca munito la sponda sinistra di questo, piuttosto impetuoso torrente che giusto fiume, di trincee con averle afforzate con artiglierie. Stanziava anche numerose torme di cavalleggieri pronte a ributtare l'inimico ove passasse, ma queste erano meglio dimostrazioni per ritardare che per arrestare l'inimico, perchè le acque del Tagliamento, non ancora sciolta le nevi sui monti, si potevano guadare in molti luoghi. Per la qual cosa i Franzesi, schivando i passi muniti, riuscivano facilmente sulla sinistra. Fuvvi qualche incontro di cavalleria assai brava, ma i fanti tedeschi fecero poca resistenza quando la cavalleria dei repubblicani, varcato il fiume, gli ebbe assaltati. Al contrario i primi fanti franzesi che avevano passato, percossi vigorosamente dalla cavalleria tedesca, avevano contrastato con molta forza.