Passato il Tagliamento ed assicurato Buonaparte sulla sinistra per la vittoria di Massena, che già da Cadore, valicando dai fonti della Piave a quei del Tagliamento, si accostava con presti alloggiamenti alla Ponteba, si stendeva per tutto il Friuli, cacciandosi avanti verso il Lisonzo le armi austriache che, debolmente combattendo, facilmente gli cedevano del campo. Già le fortezze di Palmanova e di Gradisca, e già Gorizia erano in poter suo venute. Quindi allargandosi a destra s'impadroniva di Trieste abbandonato dai suoi difensori, e fatta una subita correria sopra Idria, faceva sue quelle ricche miniere d'argento vivo, bottino ricchissimo, ma non tanto quanto portò la fama. Verso sinistra, procedendo altresì molto risolutamente, prendeva Cividale e s'incamminava a Chiavoretto, perchè voleva consuonare con Massena nel carico che questi aveva d'impossessarsi dell'importante passo della Ponteba. Grande era questo suo pensiero; conciossiachè se Massena guadagnava il passo della Ponteba, poi quello di Tarvisio, che gli succede, gli sarebbe venuto fatto di spuntare il fianco destro dell'arciduca, di separarlo da Kerpen e da Laudon, d'impedire i rinforzi che dal Reno gli pervenivano, e forse ancora di giungere a Clagenfurt sulla strada per a Vienna innanzi che il generalissimo austriaco vi arrivasse.

Ma prima che si raccontino le importanti fazioni che ne seguirono, necessaria cosa è il descrivere come le cose passassero tra Joubert da un canto e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro, nel Tirolo. Come prima ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si metteva all'ordine per eseguir le imprese che alla fede ed al valor suo aveva Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì 20 di marzo, nonostante che i cacciatori tirolesi posti ai passi con ispessi tiri ogni opera facessero per impedirlo: urtava Kerpen che aveva un forte campo sulle alture di Cembra, cercando di accerchiarlo a sinistra per Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano e a destra marciarono Delmas e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra della sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele, donde gagliardamente anche combattuto dai Franzesi, viemmaggiormente indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Entravano successivamente, benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i Franzesi in Salorno, in Peza ed in Newmarket. La ritirata tanto presta di Kerpen poneva in grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra dell'Adige, perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra. Nè i Franzesi trasandavano la occasione; anzi varcato il fiume ai ponti di Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen e lo rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni e parecchie artiglierie prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile a Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio che di cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi stette aspettando che la fortuna gli offerisse nuova occasione di risorgere.

Seguitavano i Franzesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato Kerpen, che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevan sloggiato e percosso di modo che, abbandonato anche Brissio, pensava a ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile e posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove si spartono le acque dell'Adige e dell'Inn, ultima difesa d'Alemagna contro chi viene dalle terre d'Italia. I Franzesi lo assaltavano audacemente in quel fortissimo alloggiamento, fu dura e sanguinosa la battaglia; furono costretti a tornarsene indietro. Joubert adunque si fermava a Brissio, dove poteva a suo grado o stare osservando le cose del Tirolo o marciare per Bruneck e Toblach a Linz, e di là fino a Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna che quello che era elezione per lui, diventasse necessità.

Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, li chiamava Kerpen: secondava con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio di grande autorità e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro; nè il sesso nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi e donne e fanciulli, dato di mano alle armi che il caso od il furore parava loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gli impedivano. Passava tant'oltre questo improvviso tumulto, che sul principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi e di grida guerriere, meglio di ventimila combattenti erano in pronto contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistarli. Intanto i generali tedeschi, che sapevano che le moltitudini disordinate sono piuttosto preda che danno ad un nemico bene ordinato, avevano distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultante, e mescolatovi per dar polso e regola alcuni drappelli di regolari. Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa, avanti, a' fianchi e addietro, sospetta e pericolosa.

Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano, si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con questo pensiero Laudon calava minacciosamente da quei luoghi alti e dirupati ed andava a battere a mezza strada fra Brissio e Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Franzesi, alle parti dissottane dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le vanguardie franzesi, le faceva piegare e s'impadroniva di Bolzano. Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive dell'Adige per congiungersi con Kerpen e per istringere vieppiù Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Franzesi più in su quanto più avvicinava Laudon; già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo molto a Joubert accerchiato da tre parti non rimaneva più altro scampo che a levante per la valle del Puster, poscia per quella della Drava fino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì 5 aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisac, arrivava il giorno 8 a salvamento a Linz, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria che il generalissimo, geloso di quel passo mandava ad incontrarlo. Poscia, marciando sollecitamente in giù per la riva della Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dell'Adige i Franzesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo, s'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi tedesche nella pianura trapposta tra l'Adige ed il Mincio, partoriva effetti importanti.

La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di Massena ad un evento terminativo per quanto spetta alla difesa degli Stati ereditari d'Austria. Già per la molta importanza del passo della Ponteba, aveva comandato l'arciduca a Ocskay che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere con forze superiori contro Massena e di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello che Buonaparte voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; li seguitava di pari passo, conducendo con sè le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicurato della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio, che anzi, velocemente seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava ad Ocskay che tornasse incontanente e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchè Ocskay, accelerando il cammino, era già arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perchè ei potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva di animo per tanto sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar col valore quello che la timidità aveva perduto. A questo fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio cacciavane i repubblicani, e perseguitandoli, li respingeva fin oltre al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri o dagli impedimenti delle artiglierie che voleva condurre con sè, non potè arrivare a tempo alla fazione, per modo che il seguente giorno che fu ai 23 di marzo, Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil, rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto capitano che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione che rotto ancora fosse poco dopo Baialitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso, rivoltosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva.

Perduta la speranza di offendere, pensava il generale dell'Austria ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve di Croazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungheria d'ordinarsi, ed al campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla strada di Lubiana, acciocchè intendesse alla difesa della Carniola e delle rive dalla Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di Reuss, col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti a San Vito e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'intorno, avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare negli Stati ereditarii. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le sue armi romoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte per isperanza che chi parteggiava per la pace a Vienna si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lubiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire la impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la facilità dei passi.

La guerra d'Italia, che prima era picciola parte dei disegni franzesi, era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperadore, che si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera certamente che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna persona al mondo, se non forse Buonaparte, avrebbe potuto, non che credere, immaginare, quando poco più di un anno avanti si combatteva nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto.

Giunto a Clagenfurt, ed, avuto avviso che i partigiani della pace a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle consulte dell'imperadore. A questa deliberazione fu anche indotto dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè, sebbene il senato veneziano fosse debole, erano i popoli della terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte dai repubblicani e minacciavano di far novità contro di loro. Al che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia accadute per istigazioni segrete e palesi dei Franzesi e dei loro partigiani. Da un altro lato aveva Buonaparte sentito i primi romori di Kerpen e Laudon nel Tirolo e già la Croazia minacciava Trieste. Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè, se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva, sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scriveva adunque il dì 31 marzo all'arciduca, l'Europa, sanguinosa desiderar la pace, desiderarla ed averne fatto dimostrazione il direttorio: «Voi foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche il benefattore dell'umanità: anche vincendo non potrete fare che non ne sia lacerata l'Alemagna; se questa mia proposta fosse per divenir cagione che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in ulteriori vittorie.»

Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di tanta importanza ed a sè non competente; aspetterebbe i comandamenti del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.