Il dì 12 giugno furono posti in poter dei Franzesi alcuni forti, il dì 13 i rimanenti. Venuto Buonaparte in possessione di un'isola tanto importante, ad onta delle proteste contro la dedizione fatte dal gran priorato di Malta ed altri cavalieri dell'ordine adunati a Pietroburgo, vi creava un governo temporaneo, di cui fe' capo Bosredon di Ransijat. Poi veniva agli esilii ed alle espilazioni. Bandiva i cavalieri dall'isola, e fra essi Hompesch, gran maestro, che se ne andò in Germania a vivere una vita ignota, perchè onorata non la poteva più vivere.

Quasi al tempo stesso l'isola di Gozo si arrendeva al generale Reyner, mandatovi a posta da Buonaparte. Poscia il generalissimo, partendo dall'espilata isola con tutta l'armata, si avviava a' suoi destini d'Egitto, lasciato Malta al governo di Vaubois, tanto onorato uomo quanto valoroso. La conquista di Malta, tanto conforme alle sorti fino allora continuate della repubblica di Francia e di Buonaparte, empiè di maraviglia l'Europa, di timore la Germania, di spavento Napoli. Solo gl'Inglesi che avevano il navilio intero e d'invitta fama, non se ne sgomentarono; anzi dimostrando animo maggiore, quanto più grave era il pericolo, si preparavano al gran contrasto.

Giunto Buonaparte sui lidi d'Egitto e con tutta felicità sbarcatovi, s'impadroniva di Alessandria: poscia con pari felicità procedendo s'insignoriva dei luoghi più importanti e più forti di quella contrada. Troppo lontana è dalle cose d'Italia l'egiziana guerra per esser qui narrata; ma vuolsi ricordare la battaglia navale d'Abukir, poichè per lei si cambiò lo stato d'Italia e fu avvenimento tanto grave per tutta l'Europa.

Correva il giorno primo d'agosto; destinato dal cielo ad una delle più aspre e più terminative battaglie che il furore degli uomini abbia mai fatto commettere e di cui vi sia memoria nei ricordi delle storie, pieni, per altro di tanti spaventevoli accidenti. Noveravansi nell'armata inglese tredici navi, ciascuna di settantaquattro cannoni, cui si trovavano congiunti il Leandro di cinquanta cannoni una fregata di trentasei; in somma mille e quarantotto cannoni. Tutto questo navilio governavano meglio di otto mila eletti marinai.

Erano nell'armata di Francia una nave grossa, stanza dell'Almirante, tre di ottantaquattro, nove di settantaquattro, una fregata di quarantotto, una di quarantaquattro, due di trentasei: insomma mille e novanta cannoni per armi, circa dieci mila e novecento marinai per governo. Aveva il supremo governo di tutto questo fiorito navilio l'ammiraglio Brueys, capitano delle faccende navali espertissimo e d'animo non minore della sua perizia; ed aveva contro il viceammiraglio Nelson. Azzuffaronsi, combatterono ferocemente, peritissimamente si mossero. Era lo spettacolo orrendo; i Franzesi, che si trovavano in terraferma, ansii del fine, che tanto grave era per la patria loro, ascesi sui luoghi più alti, prospettavano l'augurosa battaglia. Così la specola e le torri d'Alessandria, così i terrazzi e le logge di Rosetta, e la torre di Abul-Maradu, distante un tiro di cannone da questa città erano piene di repubblicani, paventosi a quello che vedevano ed a quello che udivano. Al tempo stesso gli Arabi si erano sparsi sul lido, condutti parte dalla contentezza di vedere i repubblicani, cui molto odiavano in sì grave pericolo, parte dalla speranza di avergli a svaligiare, quando cercassero di ricoverarsi a terra. Pareva che non si potesse aggiungere terrore ad uno spettacolo già tanto spaventevole pel rimbombo di tante e sì grosse artiglierie; ma s'era fatto notte e la scena fu piena di ancor maggiore spavento. Prevalse la fortuna inglese.

Dei Franzesi mancarono in questa battaglia tra morti, feriti e prigionieri circa otto mila, fra i quali i morti sommarono a quindici centinaia. Furono i feriti e i prigionieri dall'ammiraglio inglese, sotto fede di non guerreggiare contro l'Inghilterra fino agli scambii, liberati e mandati in Alessandria. Perdettero gl'Inglesi fra feriti ed uccisi circa novecento soldati, fra quali molto desiderarono un Wescott, capitano della nave il Maestoso. Dall'esito di questa battaglia nacquero altre sorti in Europa.

La rivoluzione di Roma e la presa di Malta, per cui i repubblicani si erano acquistati grandissima facilità di perturbare il regno di Napoli, avevano dato cagione di temere al re Ferdinando, che il governo di Francia avesse fatto pensieri sinistri anche su quella estrema parte di Italia; nè era certamente verisimile, che la smania d'innovare e di spogliare i paesi, che tanto sfrenatamente aveva turbato Genova, Milano, Venezia, Roma, fosse per arrestarsi ai confini dello Stato romano. Ciò non isfuggiva al direttorio, e per tal motivo avea timore che il re di Napoli facesse qualche risoluzione precipitosa contro di lui. Pertanto, siccome quello che voleva temporeggiare per vedere quale via fosse per pigliare la spedizione d'Egitto e qual effetto partorirebbe sui principi d'Europa e sul governo ottomano, aveva mandato ambasciatore a Napoli Garat, letterato di molto grido in Francia, per rendere il re persuaso che l'amicizia della Francia verso di lui era sincera e cordiale. Ma il patto stesso era contrario alle parole, perchè, sebbene Garat fosse di dolce e pacifica natura, aveva, ciò non ostante, molto capriccio sulle rivoluzioni di quei tempi, parendogli che all'ultimo avessero a produrre qualche gran benefizio all'umanità. Era anche in questo un altro particolare per cui il direttorio, se avesse avuto animo più civile, e Garat mente meno illusa, avrebbero dovuto quello non dare, questo non accettare il carico di Napoli, dove regnava Carolina d'Austria. Certo è bene che il suo arrivo dispiacque grandemente alla regina; e da un altro lato i novatori molto si confortavano nei pensieri loro di mutar lo Stato, perchè egli aveva nome di essersi mescolato nella rivoluzione di Francia. Favellava Garat nel suo ingresso al re parole di pace, di filosofia, di umanità; favellava per verità molto tersamente, siccome accademico. E sì solenne e squisito parlare teneva l'ambasciatore Garat ad un re che, secondochè egli narrava, d'altro non si dilettava che di pesca, di caccia e di lazzaroni. Ferdinando, che non s'intendeva di queste squisitezze accademiche, stava come attonito e non sapeva come uscirgli di sotto.

Fatto il complimento al re, se n'andava il giorno seguente, che fu il 9 di maggio, l'ambasciatore a complire e con la regina, favellandole dei desiderii di pace del direttorio, dei pensieri buoni e delle virtù di Giuseppe e di Leopoldo suoi fratelli, come se le riforme fatte nello stato politico da questi due principi eccellenti, ed anzi gli ammaestramenti pieni di umanità e di dolcezza dati alle genti dai filosofi franzesi che l'ambasciatore chiamò maestri di Giuseppe e di Leopoldo, avessero che fare con le sfrenatezze dei repubblicani di Francia a quel tempo.

Queste cose sapeva e queste sentiva Garat, poichè niuno più di lui ebbe i desiderii volti a pro degli uomini; ma non s'accorgeva, perchè forse l'ambizione il trasportava, che quando regna la tirannide, migliore e più onorevole partito è per un filosofo di ficcarsi in un deserto, che comparire qual messo di tiranni. Intanto si passava dai complimenti ai negoziati, ingannandosi le due parti a vicenda; perchè contuttochè le dimostrazioni fossero pacifiche da ambi i lati, nissuna voleva pace, ed ambedue aspettavano il tempo propizio per correre all'armi, nè il direttorio voleva lasciare quelle napolitane prede, nè il re di Napoli poteva tollerare che la democrazia sfrenata romoreggiasse a' suoi confini. Sapeva il direttorio che il re si era molto sdegnato, dappoichè Berthier e l'incaricato d'affari a Napoli l'avevano richiesto con insolente imperio che cacciasse da' suoi regni tutti i fuorusciti corsi, licenziasse il ministro Acton, desse il passo ai soldati della repubblica per Benevento e Pontecorvo che volevano occupare a benefizio, come dicevano, di Roma; si confessasse il re feudatario della repubblica Romana, ed a lei pagasse, come al papa, il solito tributo annuale, e soddisfacesse finalmente senz'altra mora dei soldi corsi di detto tributo. Negava il re le superbe proposte, solo consentiva a non più ricettare i fuorusciti. Il direttorio, volendo mitigare la amarezza e lo sdegno concetto da Ferdinando per le insolenze de' suoi agenti, aveva dato carico a Garat di racconciare la cosa. Perlocchè si venne ad un accordo pel quale si stipulò, che i Franzesi ritirerebbero parte delle loro genti dai confini napolitani, che la repubblica Romana desisterebbe dalle sue richieste, che Benevento e Pontecorvo, per amor della pace, si depositerebbero in mano del re; ma il re non si fidando dalle dimostrazioni d'amicizia più sforzate che spontanee di coloro che contro la fede data o conquistavano per forza o sovvertivano per inganno, aveva con ogni più efficace modo armato il suo reame. E le sue provvisioni recate ad effetto non senza qualche calore dal canto dei popoli, accrebbero il numero dell'esercito sino in ottanta mila soldati. E siccome il dispendio per mantenere un'oste sì numerosa era gravissimo, così il governo aveva posto mano nelle rendite ecclesiastiche, accresciuto certi dazii, e perfino raccolto le argenterie delle chiese non del tutto necessarie alla celebrazione dei riti religiosi. Già le truppe si avviavano ai confini, e un gran corredo di artiglierie si era mandato a guernire le fortezze, principalmente quelle dell'Abruzzo. Quantunque poi l'ambasciatore Garat non cessasse d'inculcare al direttorio che i soldati napolitani, per bene armati e bene vestiti che fossero, sembravano piuttosto gabellieri o frodatori che buoni soldati, non se ne stava il direttorio senza apprensione, trovandosi privo in Italia de' suoi migliori soldati e del suo miglior capitano, e non sapendo a qual partito sarebbe per appigliarsi l'Austria, che di nuovo diventava minacciosa e renitente. Garat, o che solo volesse scoprire le vere intenzioni del re o che credesse intimorirlo, gl'intimava, non senza le solite parole superbe, che disarmasse e riducesse l'esercito allo stato di pace. Dispiacquero e la domanda e la forma di lei; se ne dolse il napolitano governo al direttorio addomandandolo del richiamo di Garat. Aggiunse ch'egli si era mescolato coi novatori, dando loro promesse e stimoli troppo poco convenienti alla qualità di ambasciatore.

Il direttorio, che non era ancor ben sicuro delle cose di Egitto e d'Europa, richiamava Garat, mandando in iscambio Lacombe Saint-Michel, con mandato che temporeggiasse ed accarezzasse; poi, quando fosse venuto il tempo, fortemente insistesse perchè Napoli cessasse da ogni preparamento ostile e si rimettesse nuovamente nella condizione di pace. Dal canto suo il re che non vedeva fra tante cupidigie e tante fraudi altra salute per lui che l'armi, non solo non cessava da loro, ma ogni giorno vieppiù le aumentava. A questo, dopo avute le novelle di Egitto, tanto più volentieri e più pertinacemente si risolveva, quanto più non gli era ignoto che la Francia era contro di lui molto sdegnata per aver fatto solenni dimostrazioni di allegrezza alla fama della vittoria acquistata dagl'Inglesi ad Abukir. Ferdinando stesso era andato ad incontrar sul mare Nelson vittorioso, quando se ne venne a Napoli per racconciar le navi rotte nella battaglia: ed il condusse al suo palazzo a guisa di trionfatore fra l'accolta moltitudine, che non cessava di gridare: Viva Nelson! Viva l'Inghilterra! Poi gli fece copia, a racconcio delle navi, delle sue armerie ed arsenali.