Non appartiensi a questi Annali un minuto ragguaglio delle querele e delle contestazioni che verso l'anno 1760 suscitaronsi in Francia relativamente ai religiosi di questa compagnia. Promosse si erano varie lagnanze contra que' regolari, che determinato avevano il parlamento ad esaminare le loro costituzioni, non meno che i titoli del loro stabilimento in Francia, disamina che il re stesso erasi riserbata. Proposta s'era intanto da que' magistrati l'appellazione, detta come di abuso, da molte bolle, molti brevi e molte costituzioni riguardanti i Gesuiti, e condannati eransi ad essere abbruciati: vietato erasi parimente all'ordine di ricevere alcun membro, ed anche di continuare nel pubblico insegnamento. Il clero di Francia, chiamato ad esporre il suo sentimento sull'utilità relativa di detti regolari, sul loro insegnamento, sulla loro interna condotta, suggerito aveva di modificare i suoi regolamenti. Il re Luigi XV, che amante mostravasi della concordia, aveva quindi proposto un modello di riforma, che presentato erasi al pontefice ed al generale de' Gesuiti medesimi. Ma questi rispose che esistere doveano essi quali erano, o piuttosto non esistere, aut sint ut sunt, aut non sint. Il pontefice prestossi alle viste medesime di quel superiore; ed il re lasciò il corso libero alle contestazioni, e cominciò egli stesso dall'ordinare che chiuse fossero le scuole gesuitiche. Il parlamento quindi, rinnovando l'appellazione dalle bolle, da' brevi e da qualunque regolamento concernente quella società, vietò da prima ai Gesuiti di portare l'abito dell'ordine e di vivere sotto l'obbedienza de' loro superiori, e poscia, nel 1764, ordinò che dentro otto giorni i Gesuiti uscissero del regno, qualora non giurassero di rinunziare all'istituto loro. Sulla fine di quell'anno stesso, il re, aderendo al voto di tutti i parlamenti del regno, pronunciò l'abolizione totale de' Gesuiti in Francia.
A tal colpo Clemente XIII, che aveva a sè medesimo persuaso la conservazione de' Gesuiti toccare la coscienza, perchè li teneva utili alla religione ed alla Chiesa, rotto il silenzio, pubblicò, il 7 gennaio di quest'anno, la bolla Apostolicum, che confermava i Gesuiti in tutti i loro privilegii, giustificandoli su tutte le accuse, e per capacità, zelo e servigio con somme lodi innalzandoli.
Se mai altra bolla si sparse rapidamente nel mondo, questa fu presto in mano di tutti, specialmente in Francia, dove levò altissimo rumore. Denunziata quindi al parlamento, verso la metà di febbraio, il parlamento stesso emanò un decreto, con cui rimase la bolla soppressa e proibita, con espressa inibizione di accettarne per l'avvenire verun'altra, se non fosse accompagnata del regio beneplacito. Ed in Portogallo, fatta la bolla soggetto di molte discussioni, uscì finalmente fuori un rescritto o decreto del re, col quale veniva dichiarata di niun effetto rispetto a' suoi dominii e regni, proibendone qualunque esemplare non solo riguardo al non poterne fare uso alcuno, ma ordinando eziandio che tutte le copie si dovessero consegnare al così detto tribunale dell'inconfidenza. Dichiarò inoltre il re eguale intenzione e volontà riguardo a tutti gli altri brevi e scritture della medesima natura che non avessero ottenuto prima la reale approvazione; ordine sovrano che fu registrato in forma di legge nella segreteria, indi pubblicato nella gran cancelleria della corte e del regno.
In Corsica, Marbeuf cominciò ad usare il ministero di pace, promettendo da parte del re Luigi fermezza e sicurtà ai patti di concordia che con Genova fossero stipulati. Varii negoziati s'intavolarono tanto in Corsica con Paoli e col colonnello Buttafuoco da parte del Marbeuf, e dal conte della Tour du Pin, che per la Francia e per Genova trattavano, quanto a Versaglies, dove per questo fine della Tour du Pin e Buttafuoco si condussero. L'affare si maneggiò, come già altre volte, senza effetto, perchè si diede in quel perpetuo intoppo, che i Corsi volevano la loro independenza, e Genova non la voleva consentire. In fatti gl'isolani domandavano lo Stato libero e sovrano, e la possessione di tutte le piazze, che i Genovesi ancora tenevano. Chiedevano inoltre che la Capraia e Bonifazio fossero loro dati in feudo, obbligandosi di pagare a Genova, per ricognizione della feudalità, un tributo annuale di quaranta mila lire, che era quanto i Genovesi, siccome essi stessi affermavano, ricavavano ogni anno dalla Corsica. Per maggior dimostrazione della dipendenza feudataria di que' due luoghi, i Corsi offerivano di mandare ogni dieci anni uno de' loro primarii personaggi a chiedere l'investitura. Promettevano altresì di consentire ai Genovesi il libero commercio e senza pagamento di dazii in tutte le terre e mari di Corsica.
MDCCLXVI
| Anno di | Cristo MDCCLXVI. Indiz. XIV. |
| Clemente XIII papa 9. | |
| Giuseppe II imperadore 2. |
L'Italia, fatta dalla natura delizia dell'Europa, godea pur essa delle delizie della pace, nè il rimbombo de' suoi bronzi guerrieri interruppe in quest'anno i giulivi spettacoli che ne contrassegnarono quasi tutti i giorni, se non fosse in sul mare presso le lontane coste dell'antica Libia.
In questo silenzio di avvenimenti maggiori, crediamo di dover consegnare in queste carte la memoria delle circostanze che accompagnavano il pagamento dell'annuo tributo solito a contribuirsi alla santa Sede dai sovrani delle Due Sicilie, e consistente in un cavallo bardato, detto chinea, ed in sette mila ducati del regno. Ogni anno, la vigilia de' Santi Apostoli, portavasi il ministro plenipotenziario del re al portico della basilica vaticana, e colà, presentando al pontefice la chinea, e pagando il denaro al tesoriere della camera apostolica, proferiva in latino una formola già stabilita, e che in lingua italiana così sonava: «N. (il nome del re), mio clementissimo signore, manda a vostra santità questo cavallo decentemente ornato, ch'io presento in nome di lui, e sette mila ducati, per solito tributo del regno di Napoli, pregando Dio Ottimo Massimo che vostra santità possa per molti anni riceverlo pel bene e vantaggio della cristianità e per l'accrescimento della santa nostra cattolica fede. Sono questi i voti di sua maestà ed i miei proprii umili e ferventissimi.» Al che il papa rispondeva: «Riceviamo e volontieri accettiamo questo censo dovuto a noi ed alla Sede apostolica pel diretto dominio del nostro regno delle Due Sicilie di qua e di là del Faro. Al nostro carissimo figlio nel Signore N. preghiamo da Dio salute, ed a lui, ai popoli e vassalli diamo l'apostolica benedizione, in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.»
La Toscana, che per quasi trenta anni era stata governata da un privato delegatovi dal granduca Francesco, che faceva la sua residenza a Vienna come imperator di Germania, prestò questo anno, nel dì ultimo di marzo, con vera espansione d'animo, il giuramento di fedeltà ad un sovrano proprio, all'arciduca Leopoldo, di cui presagiva il beato reggimento. Ed in fatti il novello granduca tutte volse le sue cure a render florido il proprio Stato, e fin da questi primordii die' opera al miglioramento delle maremme di Siena, a quello della moneta, a far prosperare la marineria, a sistemare le regole della giustizia. A Livorno, dove fu splendidamente e giulivamente accolto, visitò tutto, animò tutto, e pose la prima pietra alla fabbrica d'un gran quartiere per la marineria. Finalmente fece aprire una strada che da Pistoia arrivasse sino a' confini del Modonese, strada tante volte indarno disegnata e che tornava a reciproco vantaggio degli abitanti de' due Stati.