Nè men sollecito del nuovo sovrano di Toscana nel promuovere la circolazione e libertà del commercio fu il giovinetto monarca delle Due Sicilie. L'audacia dei corsari barbareschi infestava continuamente le spiaggie della Calabria e delta Sicilia, non che il rimanente dell'Italia. Per porre una volta freno alla loro insolenza, e provvedere ad un tempo e tutelare la tranquillità del commercio, stimò il re opportuno di conchiudere sull'importante oggetto un trattato con la Francia, e fare che intanto rimanessero interrotte e sospese ne' porti di quel regno le visite de' bastimenti napoletani e siciliani, e lo stesso si osservasse nei porti delle Due Sicilie riguardo alle navi franzesi. E scopo essendo della negoziazione il francare ed assicurare il commercio in quelle parti principalmente dove sarebbe stato più esposto agl'insulti dei Barbareschi, così, attendendo che si concludesse, fece il re di Napoli gettare in acqua sei nuovi sciabecchi, due galere e quattro galeotte, affinchè, mettendosi a corseggiare, coprissero, e difendessero le costiere dei proprii Stati, ed inseguissero i legni dei pirati, ordinando nel tempo stesso che nel porto di Napoli stessero sempre parate una galera ed una galeotta, quella a difesa del porto stesso, questa per recarsi ovunque la chiamasse il bisogno.
Già la Francia aveva anch'essa nel Mediterraneo una squadra di vascelli comandati dal principe Beauffremont. Con questa fece egli una visita alle piazze di Barbaria, e prima a quella d'Algeri, che da alquanti mesi avea perduto il vecchio suo beì, ed il cui successore, Mahomet Effendi, ostinatissimamente ricusava qualsiasi componimento colla Spagna e coi Napoletani. Ma ben lo persuase la comparsa della squadra franzese, come si persuasero ancora gli altri beì di Tunisi e di Tripoli; a tal che il principe Beauffremont ottenne quanto desiderava ed avuta promessa solenne che sarebbero rispettati i legni delle due nazioni, oltre a quelli che spiegavano bandiera franzese, se ne tornò a Tolone, lieto della sua corsa e della felice riuscita.
Dopo la vista della squadra franzese, il beì di Tripoli n'ebbe un'altra per parte de' Veneziani. Erano seguiti a danno di varii legni mercantili di questa repubblica gravi e frequenti insulti in onta alla fede dei trattati da circa due anni fermati tra la repubblica stessa e le reggenze africane. Ora, risoluto il senato a non più sofferirne la mala fede, ed a trarne solenne vendetta, fu messa alla vela una squadra sotto gli ordini del cavaliere Giacomo Nani, il quale, non sì tosto schierò nel porto di Tripoli le sue navi e fece sonare i cannoni, vide a bordo della propria nave il beì, presto a dargli tutte le convenevoli soddisfazioni ed a pattuirvi quelle condizioni che fossero state di aggradimento del veneziano senato. Furono dunque dalla reggenza sborsate rilevanti somme per salvarsi dal giusto risentimento della repubblica, e, restituiti tutti i bastimenti stati predati, volle in oltre il beì che fossero severamente gastigati i rais o capitani che aveano insultata la bandiera di Venezia; e se non era il console della repubblica che caldamente s'interpose per mitigare l'asprezza ed il rigore dei minacciati gastighi, avrebbero avuta mozza la testa. Fra' patti convenuti fu principalmente questo: che i limiti oltre i quali passare non potessero i legni corsari si dovessero estendere per l'avvenire dal capo di Santa Maria sino a quello della Sapienza; dal che ne derivò un doppio vantaggio, perchè, rimovendosi dalle foci dell'Adriatico le corse di que' Barbari, rimanevano nel tempo stesso difese le coste del regno di Napoli, e meglio protetto il commercio delle altre nazioni.
MDCCLXVII
| Anno di | Cristo MDCCLXVII. Indiz. XV. |
| Clemente XIII papa 10. | |
| Giuseppe II imperadore 3. |
Essendosi rotte le pratiche a ragione di quello scoglio insuperabile dell'indipendenza, i Corsi, condotti da Achille Murati, fecero una fazione improvvisa sopra l'isola Capraia, antico membro del loro regno, e se ne impadronirono, successo, che siccome molto afflisse i Genovesi, così diede non poca allegrezza ai Corsi, che concepirono migliore speranza, e più sicuramente augurarono dello stabilimento della loro libertà.
L'incomoda ed oggimai troppo lunga tenzone ora pende al suo fine. Era manifesto ad ognuno che Genova si trovava inabile a ritornare i suoi antichi sudditi all'obbedienza. Quarant'anni di sforzi inutili, oltre le antiche perturbazioni, che tanto travaglio le avevano dato, bene dimostravano che la ribellante isola ero per lei perduta. Non erano valse le tregue, non le paci, non le armi; Genovesi e Corsi non potevano vivere insieme se non come esteri gli uni verso gli altri e non più come nel medesimo ordine misti ed associati. Il valor guerriero dei Corsi, il valore e la prudenza di Paoli si dimostravano insuperabili ed invincibili dalla potenza genovese. E in ciò recava eziandio un gran momento l'avere Paoli riunito in concordia tanti animi discordi, cosa che sin allora non si era veduta. Oltre a questo, quell'uomo aveva saputo ordinare una libertà più ancora fondata sulle leggi che sulle forti inclinazioni d'una gente rozza e quasi ancora selvaggia; e colla libertà introduceva la civiltà. Le quali cose tutte, mentre somministravano più efficaci mezzi di resistenza, rendevano agli uomini più cara la causa corsa. Il secolo stesso la favoriva, e Genova vinta diveniva anche odiosa. Già i popoli cominciavano a maravigliarsi che quella Genova stessa che nel 1746 con sì generoso e forte animo si era rivendicata in libertà, ora tanto odio esercitasse contro una nazione del pari forte e generosa, ed ostinatissimamente affettasse l'assoluto dominio. L'opinione dava favore alla Corsica; ciò non era nascosto a coloro che reggevano la repubblica, e già entravano nei supremi magistrati nuovi pensieri.
Col medesimo passo nascevano le voglie forestiere. Vi era chi voltava a suo profitto I'impotenza di Genova. La Corsica, piena di abitatori forti e guerrieri, situata in opportuno luogo tra la Francia e l'Italia, copiosa di generi preziosi, felice per foreste stupende, sicura per porti spaziosi e comodi, molto piaceva a chi coll'Inghilterra gareggiava di possanza marittima nel Mediterraneo. Vecchio pensiero era questo: i soldati a parecchie fiate mandati nell'isola, tante diligenze, tanti amorevoli consigli, il tante volte interporsi a dolcezza tra i Corsi vinti e gli sdegnati signori, ciò era per allettare i popoli, per assuefarli ai volti, alla favella, all'imperio di Francia. Brevemente, la Francia agognava la Corsica.
Ciò non ostante, pareva poco generoso procedere il divenire da ausiliario padrone, ma confidava nella necessità, che avrebbe sforzato i Genovesi ad offerirsi. E un accidente impensato, mettendoli in maggiore travaglio ed in qualche disgusto colla Francia, fece piegare il contrasto a quel segno dov'ella mirava. Il re di Spagna aveva in aprile di quest'anno espulsi i gesuiti da' suoi regni: e il papa, a cui parevano in troppo grande numero, perciocchè sommavano a parecchie migliaia, non avea permesso che si ricovrassero nello Stato pontificio. La Spagna ricercò ed ottenne da Genova che avessero ricetto in Corsica, e quivi furono destinate per loro seggio le piazze dove i Franzesi tenevano presidii.