In questo aspetto ed in mezzo a tanta concitazione, i Franzesi, portati sulle navi dalla Provenza pervennero sui lidi corsi, e sbarcarono a Bastia, Calvi, Aiaccio, Bonifazio e San Fiorenzo. Consegnate loro dai Genovesi le piazze, le artiglierie e le munizioni, fu levato da Bastia lo stendardo della repubblica, e postolo sulle navi, non senza solennità, il trasportarono col commissario generale a Genova. Fu inalberata su tutte le cime la bandiera franzese.

Ora, prima dei lutti, vengono le feste. I Bastiesi, come se temessero che gli altri Corsi abbastanza già non gli odiassero, ne fecero delle belle e grandi, sì che al loro dire e fare parve che già svisceratamente amassero il re di Francia. Cantossi con molta pompa nella franzese Bastia l'inno delle grazie la mattina; la sera poi rallegrò la città una splendida luminaria; il palazzo pretorio tutto risplendette di doppieri all'uso veneziano; sul finestrone di mezzo si leggeva la seguente iscrizione:

LVDOVICO XV
FRANCORVM, NAVARRAE ET CVRSORVM
REGI CHRISTIANISSIMO
AVCTIS IMPERII FINIBVS,
TRANQVILLITATE PVBLICA ASSERTA,
AVGVSTO, PACIFICO, FELICI
MAGISTRATVS POPVLVSQVE BASTIENSIS
FAVSTIS AVSPICIIS
PLAVDEBANT.

Poi sulla destra dello stemma reale, anch'esso circondato di lumi, si vedeva un sole risplendente col motto: Imbres et nubila vincit. Sulla sinistra, la Bastia col rimanente della Corsica e tre gigli col motto: Et Cyrno crescite flores.

Che cosa pensassero i Corsi di queste dimostrazioni, non è punto necessario che con parole si scriva.

Fermi poi questi primi bollori, dalle feste si fece passo alle finzioni, dalle finzioni poscia alle battaglie. Il duca di Choiseul, ministro del re, scrisse a Paoli, notificandogli che i soldati di Francia non avrebbero dato veruna molestia allo nazione, che il marchese di Chauvelin, tosto che fosse in Corsica pervenuto, si sarebbe con esso lui accordato, affinchè con buona armonia passassero le cose, che il re accoglieva l'isola sotto l'ombra sua, e prendeva cura della sua felicità. Poi si mandò fuori voce che per certi rispetti si farebbe un po' di guerra, ma senza danno della nazione, perchè le soldatesche regie adoprerebbero di concerto con le corse.

I Corsi, che tenevano l'armi in mano, non sapevano che dirsi, ed erano da varii pensieri agitati. Li tolse finalmente dal dubbio un'intimazione fatta da Marbeuf a Paoli: tenere lui ordine dal re di fare che tra Bastia e San Fiorenzo fossero e restassero liberi i passi. Nello stesso tempo si lasciò intendere che voleva che gli fossero cedute le scale dell'isola Rossa, Algaiola, Macinaio e Gornali. Il Corso, che vedeva essere perciò fatto incominciamento di guerra, rispose col sangue avere acquistato que' luoghi, col sangue volerli conservare: bene accorgersi che si voleva privare la nazione della libertà, frutto di tanta guerra.

Ora doveva il mondo giudicare se i Corsi, poichè al ferro si veniva, nell'imprender guerra contro la potente Francia, più imprudenti o più prudenti fossero, più temerarii o più coraggiosi. Ripromettevansi i Franzesi di soggiogarli; i Corsi si ripromettevano di poter sostenere quella libertà per cui combattevano fin già da otto lustri: Paoli e Corsica uniti insieme si credevano invincibili.

Non così tosto Paoli si avvide, per l'intimazione fatta da Marbeuf e da altri segni che la Francia alle cagioni di Genova e per suo pro veniva a trovare la Corsica coll'armi, e sopra di sè pigliava la guerra, fu reso capace ch'era venuto il tempo di fare gli ultimi sperimenti; laonde applicò il pensiero a prender modo alle difese e ad ordinare quanto per la conservazione della libertà in così estremo caso abbisognasse. Pose in arme tutte le milizie, aggiunse nuovi soldati ai reggimenti d'ordinanza; formò campi mobili, mise in forte tutti i luoghi capaci di munizione, e stabilì in somma ogni cosa a valida propugnazione e conservazione dello Stato. E la nazione tutta consentiva con lui: correvano i Corsi ad offrirsi con volontà prontissima. Quelli che militavano ai servigi di Francia, chiesta licenza, si acconciarono volonterosamente a quelli della loro nazione. Narrano che per tanta concitazione, Paoli avesse cinquanta mila uomini tra pagati dallo Stato, o dalle provincie, o dalle pievi, o dai comuni, o da sè medesimi.

Paoli aveva sua stanza a Murato con la sua eletta schiera dei mille, aggiuntevi alcune altre: il suo fratello Clemente alloggiava ad Oletta con cinque mila.