Stando le cose in questi termini, si venne al paragone dell'armi. Correndo il dì 30 di luglio, i Franzesi andarono alla fazione dello strigarsi le strade tra Bastia e San Fiorenzo. A questo fine, per incontrarsi sul mezzo, partirono Marbeuf dalla prima di dette piazze, ed il maresciallo di campo Grandmaison dalla seconda. Grandmaison spinse i Corsi con molto sangue, poi fu respinto con molto sangue anch'esso. Ingrossò i soldati, vinse in una trincea quarantadue Corsi, che si lasciarono tagliare tutti a pezzi piuttosto che arrendersi, e marciò verso le vie più strette. Combattuto e combattendo si avanzava, volendo passare alla conquista di Olmetta e di Nonza.
Marbeuf nel medesimo tempo, partendo da Bastia, s'era avvicinato alle montagne, cacciatosi davanti con uccisione e presura di molti tutte le piccole squadre del nemico, che fecero pruova di contrastargli il passo. Già era pervenuto verso Barbaggio, e già a Patrimonio s'accostava: assalse le due terre, e da ambe fu ribattuto con molto sangue. Volle impadronirsi della sommità di Montebello, e fu lo sforzo indarno. Così successero i fatti di guerra all'ultimo di luglio ed al primo di agosto. Ai 2, Marbeuf si avventò con più poderose forze contro Barbaggio e Patrimonio. Fuvvi un caldissimo combattere alla seconda di queste terre, che presa e ripresa più volte, dimostrò quanto valorosi fossero ed assalitori e difenditori, ma finalmente cesse in potestà di Francia. E i Franzesi ottennero più facilmente Barbaggio, loro restando da superarsi la forte terra di Furiani, dove reggevano le milizie Nicodemo Pasqualini e Gian Carlo Saliceti, e la torre di Biguglia.
Intanto, per la perdita di Patrimonio e di Barbaggio, quasi tutta la provincia del Capo Corso venne in potere dei Franzesi, i quali, possedendo anche la pieve di Sisco, s'impadronirono di Nonza, di Brando e di Erbalunga. Solo ostavano Furiani e Biguglia, onde sicuramente non possedessero il Capo Corso.
Giunse in questo mentre in Corsica il marchese di Chauvelin soprattenuto fino allora in viaggio per infermità; nè giunse solo, ma con nuovi soldati, specialmente colla legione reale. Volendo usare l'impressione che credeva avere fatto nella nazione i primi conflitti sull'istmo per cui si va nell'interno del Capo Corso, pubblicò patenti regie, nelle quali parlava il re Luigi: avergli la repubblica di Genova trasmesso la sovranità dell'isola; tanto più volentieri averla accettata, quanto più bramava di procurare felicità a' suoi nuovi sudditi, ai suoi cari popoli di Corsica: volere che si posassero i tumulti che da tanti anni gli agitavano; voler mantenere le promesse per la forma del governo della nazione; sperare che la nazione, godendo i vantaggi della protezione sua, sarebbe per sottomettersi, e non lo ridurrebbe alla necessità di trattarla come ribella; ammonirla che se nell'isola continuassero qualche confusione torbida e mista o la pertinace disobbedienza, ne risulterebbe la distruzione d'un popolo da lui con tanta compiacenza nel numero de' suoi sudditi adottato.
Così parlò il re Luigi, nuovo sovrano, ai Corsi; e quindi parlò Chauvelin, che siccome i Corsi Franzesi erano, così comandava che nissun Corso con altra bandiera stesse a navigare fuorchè colla Franzese, ed ogni comandante, padrone, capitano o maestro di nave venisse a levare da lui le nuove patenti e la bandiera bianca.
Come ebbero parlato il re e Chauvelin, parlarono i Corsi; cioè per loro il generale ed il consiglio supremo. S'assembrarono a Casinca, s'accordarono, scrissero le loro ragioni e querimonie; ma vane furono le querele, vani i preghi, vane le rimostranze: ai loro instanti desiderii si opponeva una lunga e ben considerata e bene ponderata risoluzione.
In settembre si venne novellamente in sul menar le mani ed al combattere le ostinate battaglie. I Franzesi combatterono col solito valore, ma i soldati soli; i Corsi pugnarono con eguale valentia, ma le donne ed i fanciulli con essi. La disciplina prevalse al numero, i Franzesi conquistarono la provincia del Nebbio, ritiratisi i due Paoli, non isbandati, ma congregati, ai luoghi più sicuri verso le montagne di Tenda e di Lento, per non mettere a cimento tutta la somma delle cose in una giornata campale e giudicativa. Sottomesso il Nebbio, i soldati di Chauvelin si scagliarono contro Furiani e Biguglia, e prima questa, poi quella, più sopraffatte che vinte, cedettero.
Infrattanto sbarcato era in Calvi il colonnello Buttafuoco, che venia di Francia desideroso che l'isola a buone condizioni si acconciasse con chi più poteva. Gridava pace, la resistenza vana stimava, predicava la sommessione per forza più acerba che per voglia. Ne scrisse a Paoli che allora era in alloggiamento a Rostino; avvertendo che quelli che vogliono sopravvincere perdono, e pregandolo che impiegasse ogni suo uffizio, usasse l'autorità ed il credito per fare che i popoli di queto alla Francia si assoggettassero. Ebbe risposta, ma non quale la desiderava, imperocchè Paoli gli diceva: avere i Corsi fatta una giusta presa d'armi, volere la libertà, averla a note indelebili ne' loro animi scolpita, lui volergliela conservare; per sè non combattere, ma per tutti; tal essere il dover suo; volgesse poi la fortuna le sorti della Corsica come volesse, o che a libertà la destinasse od a servitù.
In questo mezzo tempo arrivarono nuovi soldati di Francia, sforzo pur troppo grande per una Corsica, ma da cui si vedeva manifestamente che il re Luigi aveva ad ogni modo fisso il pensiero nella conquista. Paoli temè de' deboli, chiamò in sussidio la religione, e fe' replicare ai capi il giuramento del 1764, che qui sotto si trascrive, quantunque in esso si leggano alcune espressioni che più non si appropriano al caso presente.
«Noi giuriamo, e prendiamo Dio per testimonio, che vogliamo piuttosto morire che fare alcun trattato colla repubblica di Genova, e di nuovo sottometterci al suo dominio. Se le potenze dell'Europa, e soprattutto la Francia, non hanno pietà di noi, e vogliono contro di noi armarsi e tentare di abbatterci, rispingeremo la forza colla forza. Combatteremo come disperati, che hanno risoluto di vincere o di morire, sino a che siano affatto abbattute le nostre forze, e l'armi ci cadano di mano. Allora la nostra disperazione c'incoraggerà ad imitare i Sagontini, vale a dire, ci getteremo piuttosto nelle fiamme che sottometterci al giogo insopportabile dei Genovesi.»