Neppure in quest'anno si trova console alcuno in Occidente. Abbiamo da Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] che nell'anno presente ebbe fine la guerra per alcuni anni sostenuta dall'imperadore Anastasio contro gl'Isauri. Il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron.] la vuol finita nell'anno precedente, con seguitare in ciò il testo di Teofane [Theoph., in Chronogr.], il quale io non oserei anteporre all'autorità di Marcellino, scrittore più vicino a questi tempi. Scrive dunque Marcellino che in quest'anno si terminò la guerra isaurica, e che essendo stato preso Atenodoro, persona primaria fra gl'Isauri, gli fu spiccato il capo dal busto, e questo poi portato a Tarso, ed esposto sopra di una picca al pubblico. Teofane, benchè paia di diverso sentimento, pure all'anno quinto di Anastasio scrive che Giovanni Scita generale dell'imperadore, dopo di un lungo assedio, fece prigioni Longino già generale dell'armi cesaree, e Atenodoro e gli altri tiranni, e dopo avergli uccisi inviò le loro teste a Costantinopoli. Aggiugne che Anastasio premiò Giovanni Scita e Giovanni Cirto, cioè il gobbo, colla dignità del consolato, siccome appunto vedremo negli anni seguenti. Fu poco fa accennato la vittoria riportata da Clodoveo re dei Franchi sopra gli Alamanni. Ora è da sapere che il vittorioso suo popolo, o perchè barbaro e superbo nella fortuna, o perchè irritato da qualche azione dei vinti, entrato nel loro paese, troppo aspramente trattava chi v'era rimasto in vita. Però la maggior parte di quei che nella rotta si salvarono colla fuga, ed altri assaissimi della nazione alemanna, non potendosi accomodare a quel pesante giogo, sen vennero in Italia, e dimandarono di poter qui abitare e vivere sudditi del re Teoderico. Bisogna credere che fossero di moltissime migliaia, perchè Ennodio [Ennod., in Panegyr. Theoderici.], testimonio di questo fatto, scrisse che Alamanniae generalitas intra Italiae terminos sine detrimento romanae possessionis inclusa est. Teoderico ben volentieri accolse questi nuovi abitatori, siccome venuti a tempo per sovvenire a tanti paesi che, a cagion delle guerre passate, erano restati privi di chi coltivasse le campagne. Perciò senza aggravio del pubblico, cioè senza toglier ai Romani le loro terre per darle in proprietà ai vincitori, come avea fatto Odoacre coi suoi Eruli, e lo stesso Teoderico dovea anch'egli aver fatto per rimunerare i suoi Goti, divise i suddetti Alamanni per le campagne bisognose di coltivarsi; il che tornò in vantaggio del pubblico tutto.

Inoltre, sia perchè gli Alamanni, restati al lor paese sotto il giogo dei Franchi, implorassero in lor pro gli autorevoli uffizii del re Teoderico, o perchè dalla fama della crudeltà de' Franchi sopra della soggiogata nazione fosse mosso l'animo di Teoderico, questi diede un buon consiglio a Clodoveo re dei medesimi Franchi, suo cognato, oppure suo suocero, per quanto di sopra fu detto. Leggesi dunque preso Cassiodoro [Cassiod., lib. 2, epist. 41.] una lettera scritta da Teoderico a Luduin re de' Franchi: che così egli nomina chi dagli antichi scrittori è appellato Clodoveo e Clovis in volgare, ed altro in fine non è se non Lovis, cioè Luigi, o Lodovico, come noi diciamo. In essa lettera egli si rallegra seco per la vittoria riportata, e poscia il consiglia e prega di trattare i vinti con più mansuetudine e clemenza, perchè ciò tornerà in gloria e profitto suo; confessando che gli Alamanni atterriti s'erano ritirati in Italia. Dice che gli manda ambasciatori per sapere di sua salute, ed ottenere quanto ha chiesto in favore degli Alamanni, con inviargli ancora un sonatore di cetra che accompagnava col canto il suono. Così Teoderico, principe che in que' tempi, era dotato di rara prudenza e destrezza, si conciliava l'affetto e la venerazione degli altri, coll'essere mediatore fra tutti, e sostenere ora l'uno ora l'altro, e coll'insegnare a ciascun d'essi quella pulizia e gentilezza di cui erano allora privi non meno i Franchi che i Visigoti, Borgognoni e Vandali, ma che Teoderico avea portato seco da Costantinopoli in Italia. Spedì in quest'anno papa Anastasio due suoi legati ad Anastasio imperadore, cioè Cresconio vescovo di Todi e Germano vescovo di Capoa, con sua premurosa lettera al medesimo Augusto, esortandolo di far levare dai sacri dittici il nome di Acacio già vescovo di Costantinopoli, e di voler provvedere ai bisogni della Chiesa alessandrina. Siccome osservò il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 497.], ed apparisce da un memoriale dato dagli apocrisarii, ossia dai nunzi eretici della Chiesa suddetta d'Alessandria, Festo patrizio fu spedito (senza fallo dal re Teoderico) a Costantinopoli, unitamente coi legati pontificii; perocchè quel memoriale è indirizzato gloriosissimo atque excellentissimo patricio Festo, et venerabilibus episcopis Cresconio et Germano, simul cum ejus potestate directis in legatione ab urbe Roma ad clementissimum et Christo amabilem imperatorem Anastasium. Parimente Teofane [Theoph., in Chronogr.] attesta che in quest'anno da Roma fu inviato Festo ad Anastasio Augusto per alcuni affari civili. Ora qui convien ripetere le parole dell'Anonimo Valesiano [Anonymus Vales.], il quale così scrive: Facta pace cum Anastasio imperatore per Festum de praesumtione regni, omnia ornamenta palatii, quae Odoacer Constantinopolim transmiserat, remittit. Eodem tempore contentio orta est in urbe Roma inter Symmachum et Laurentium, ec. Di qui presi io argomento di conghietturare disopra, che solamente in quest'anno, o nel susseguente, si conchiuse l'aggiustamento del re Teoderico coll'imperador d'Oriente, irritato per aver Teoderico preso il titolo di re senza sua licenza ed approvazione. Festo era nel presente anno in Costantinopoli: e quello storico scrive fatta la pace suddetta allorchè succedette lo scisma nella Chiesa romana, il che avvenne, come si vedrà, nell'anno susseguente. Da Teodoro lettore [Theod. Lector, lib. 2 Hist. Eccl.] vien detto che Festo senatore romano fu inviato ad Anastasio Augusto per alcune occorrenze civili, e che essendo poi tornato a Roma, trovò essere mancato di vita papa Anastasio.


CDXCVIII

Anno diCristo CDXCVIII. Indiz. VI.
Simmaco papa 1.
Anastasio imperadore 8.
Teoderico re 6.

Consoli

Giovanni Scita e Paolino.

Il primo di questi consoli, cioè Giovanni Scita, fu creato in Oriente da Anastasio imperadore in ricompensa della fedeltà e bravura, con cui egli avea tratta a fine la guerra isaurica nell'anno precedente, dove egl'era stato generale dell'armi imperiali. L'altro, cioè Paolino, ebbe da Teoderico il consolato in Occidente. Dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] è chiamato Paulinus Decius, perchè della famiglia Decia fu Paolino console nell'anno 534, il quale perciò è appellato juniore. Se questa ragion sia fuor di dubbio, lascerò deciderlo agli eruditi. Ben so che, quando si ammetta per vera e certa, si avrebbe da scrivere Decius Paulinus, e non già Paulinus Decius, essendo stato costume degli antichi di nomar le persone dall'ultimo lor nome, ossia cognome. Compiè in quest'anno il corso di sua vita Anastasio II papa, essendo succeduta la sua morte nel dì 17 di novembre. Fu eletto ed ordinato dalla maggior parte del clero romano in suo luogo a dì 22 del medesimo mese papa Simmaco diacono, di nazione sardo, ma con grave discordia; perciocchè un'altra parte elesse e consacrò Lorenzo prete di nazione romano. Teodoro lettore [Theod. Lector, lib. 2 Hist. Eccl.] lasciò scritto che Festo, ritornato dall'ambasceria di Costantinopoli, guadagnò con danari gli elettori di Lorenzo, sperando di far poscia accettare a questo suo papa l'enotico di Zenone; e che per questa divisione succederono assaissimi ammazzamenti, saccheggi, ed altri mali innumerabili alla città di Roma, sostenendo cadauna delle parti l'eletto suo, con durare questo gravissimo sconcerto per ben tre anni. L'autore della Miscella [Histor. Miscella, tom. 1 Rer. Italic.], secondo la mia edizione, anch'egli racconta avere una tal discordia sì fattamente involto non solo il clero, ma anche il senato di Roma, che Festo il più nobile tra senatori, stato già console nell'anno 472, e Probino, stato anche esso console nell'anno 489, sostenendo la parte di Lorenzo contro di Fausto, che parimente era stato console o nel 485, o nel 490, e contro gli aderenti di Simmaco, fecero guerra ad esso Simmaco, con restare uccisa in mezzo a Roma la maggior parte dei preti, molti cherici, ed assaissimi cittadini romani: giacchè non cessò per alcuni anni questa diabolica gara e dissensione. Dal che apparisce che il maggior male venne dalla parte de' partigiani di Lorenzo. E Teofane scrittore greco asserisce anch'egli [Theoph., in Chronogr.] che l'elezion di Lorenzo procedette dalla prepotenza di Festo patrizio, il quale si era impegnato coll'imperadore Anastasio di far creare un papa a lui favorevole, e non perdonò alla borsa per far eleggere Lorenzo. All'incontro uno scrittore della fazion di esso Lorenzo, il cui frammento ho io pubblicato fra le vite de' romani pontefici [Rer. Ital., part. 2, tom. 4.], attribuisce il peggio a Simmaco, il quale, secondo lui, fu accusato di vari vizii, e non ebbe mai quieto il suo pontificato. Ciò nondimeno che sempre militerà in favore di Simmaco, si è, ch'egli venne riconosciuto sì dai concilii romani, come dalla Chiesa tutta per successor legittimo di san Pietro, e considerato ne' concilii come innocente: di maniera che si può credere che l'accuse a lui date fossero, se non tutte, almeno la maggior parte, fabbricate dalla malevoglienza de' suoi nemici. E per conto di queste lagrimevoli scene, sappia il lettore che non succederono tutte nel presente anno, anzi le più sanguinose accaddero molto più tardi.


CDXCIX