DCLXXX

Anno diCristo DCLXXX. Indizione VIII.
Agatone papa 3.
Costantino Pogonato imp. 13.
Bertarido re 10.
Cuniberto re 3.

Fu in quest'anno a dì 5 di novembre aperto il sacro ecumenico concilio sesto, tenuto in Costantinopoli nella sacristia del sacro palazzo in Trullo, cioè sotto la cupola maestosa che era in quell'edifizio. Furono nelle prime sessioni prodotte le lettere di papa Agatone e del concilio romano in pruova delle due volontà in Cristo, e Macario patriarca di Antiochia produsse anch'egli i passi dei santi Padri creduti favorevoli ai monoteliti. Cinque sessioni si fecero, e con esse si terminò l'anno, ma non già il concilio, le cui sessioni furono differite sino al prossimo venturo febbraio. In quest'anno, per attestato di Anastasio bibliotecario [Anast., in Agathone.], un'orrida pestilenza afflisse di molto la città di Roma e si provò il flagello medesimo anche in Pavia. E perciocchè chiunque potè se ne fuggì alla campagna e ai monti, nelle piazze della spopolata città di Pavia si vide crescere l'erba. Fu rivelato ad una persona che non cesserebbe quella micidial malattia finchè non fosse posto nella basilica di san Pietro ad Vincula un altare a san Sebastiano. Furono in fatti dalla città di Roma portate le reliquie di san Sebastiano, ed alzatogli un altare nella suddetta basilica di san Pietro: ed allora cessò la peste. Così Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.], le cui parole han data occasione ad una disputa, pretendendo il Sigonio [Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.] e il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] che nella basilica romana di san Pietro ad Vincula si ergesse quell'altare; e all'incontro gli scrittori pavesi, che ciò succedesse nella chiesa parrocchiale tuttavia esistente in Pavia di san Pietro ad Vincula. E veramente i testi di Paolo dicono che le reliquie di san Sebastiano furono portate ab urbe Roma, e non già ad urbem Romam, come immaginò il cardinal Baronio che s'abbia quivi a scrivere. Potrebbe essere che circa questi tempi accadesse ciò che narra il suddetto Paolo [Paulus Diacon., lib. 5, cap. 36.], di Alachi ossia Alachiso duca di Trento. Governava il buon re Bertarido col re Cuniberto suo figliuolo il regno longobardico con tutta amorevolezza e giustizia, facendo godere ad ognuno un'invidiabil pace e tranquillità, quando il suddetto Alachi turbò questo sereno con accendere da lì innanzi un grande incendio, che costò la vita ad assaissima gente. Nacquero contese fra lui e il conte, ossia governatore della Baviera, la cui giurisdizione si stendeva allora pel Tirolo fino alla terra di Bolzano. Si venne all'armi e riuscì ad Alachi di dare una gran rotta ai Bavaresi. Per questa fortunata azione salì forte costui in superbia, di maniera che cominciò a cozzare col proprio re, e ribellatosi contra di lui, si fortificò in Trento. Portossi in persona il re Bertarido con armata mano per gastigare l'insolenza e fellonia di costui, e lo assediò in Trento. Ma uscito un dì all'improvviso fuor della città Alachi con tutta la sua guarnigione, sì furiosamente si scagliò sopra l'esercito regale, che obbligò lo stesso re a menar ben le gambe. Era Alachi amato non poco dal re Cuniberto, a cagion massimamente del suo valore; e ciò gli giovò non poco, che frappostosi il medesimo figlio appresso il re suo padre, tanto fece, che gli ottenne il perdono e rimiselo in sua grazia; cosa nondimeno mal volentieri fatta da Bertarido, perchè ben conosceva il mal umore ed inquieto genio di costui, e desiderava di risparmiare al figliuolo e ai popoli qualche gran malanno, siccome col tempo avvenne. Fu più volte perciò in pensiero di ucciderlo; ma Cuniberto, che si figurava in Alachi una soda fedeltà per l'avvenire, sempre gl'impedì il farlo; anzi non rifinì mai di supplicare per lui, finchè gli ottenne anche il ducato, ossia governo di Brescia, contuttochè reclamasse il padre, con dire al figliuolo che egli andava cercando il proprio malanno, e di aggiugnere lena ad un nemico e traditore. In fatti, dice Paolo, la città di Brescia conteneva e sempre ha contenuto nel suo seno una gran moltitudine di nobili longobardi. E Bertarido, siccome principe vecchio e di molta sperienza, scorgeva, che vedendosi sempre più potente Alachi, potrebbe un giorno costar caro al figliuolo questo accrescimento di potenza. Vedremo a suo tempo ch'egli non s'ingannò ne' suoi timori. Fabbricò in questi tempi esso re Bertarido nella città di Pavia la porta vicina al palazzo, chiamata Platinense o Palatinense, opera di sontuosa e mirabile struttura, per quanto comportava il sapere di questi tempi, che era troppo declinato dal buon gusto de' saggi romani. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, diede fine ai suoi giorni in quest'anno Grimoaldo II duca di Benevento, e a lui succedette in quel ducato Gisolfo suo minor fratello, il qual ebbe per moglie Viniberta, ossia Guiniberta, che gli partorì Romoaldo II. Scrive in fatti Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 2.], ch'egli tenne quel ducato solamente tre anni. Ma discordando questa cronologia da Anastasio bibliotecario, ne parleremo all'anno 702.


DCLXXXI

Anno diCristo DCLXXXI. Indizione IX.
Agatone papa 4.
Costantino Pogonato imp. 14.
Bertarido re 11.
Cuniberto re 4.

Furono ripigliate nel dì 12 di febbraio del presente anno le sessioni del concilio sesto generale in Costantinopoli [Labbe, Concilior., tom. 4.]. Macario patriarca d'Antiochia era il principal sostegno del partito de' monoteliti. Costui avea prodotto una gran filza di passi presi dai santi Padri per provare una sola volontà in Cristo nostro Signore. Ma avendo reclamato i legati di papa Agatone, cioè Teodoro e Giorgio preti, e Giovanni diacono, con dire che que' passi o erano adulterati, o mal intesi, perchè staccati da altre necessarie parole, oppur detti della volontà competente alla Trinità santissima, ma non già al Figliuolo di Dio incarnato; veramente alle pruove comparve che così era. Fu dipoi prodotta la lettera di papa Agatone, e trovati i passi de' santi Padri in essa addotti per chiaramente comprovanti le due volontà in Cristo; e però Giorgio patriarca di Costantinopoli, che dianzi era in lega con gli eretici, ravvedutosi a questa luce, con tutti i suoi suffraganei si dichiarò per la dottrina della santa romana Chiesa. Macario antiocheno stette fermo e pertinace nella credenza de' monoteliti: e però fu deposto. Quindi passarono i padri a condannare anche i defunti vescovi che aveano sostenuto il monotelismo, e questi furono Ciro patriarca d'Alessandria, Sergio, Pirro, Pietro e Paolo patriarchi di Costantinopoli. Negli atti che abbiamo di questo concilio, ed in altre antiche memorie, si truova ancora condannato papa Onorio, che mancò di vita, siccome vedemmo, nell'anno 658. Intorno a questo punto, cioè se sia vera una tal condanna, o se sieno stati alterati i testi, oppure perchè fosse mischiata in essa sentenza la memoria di questo per altro sì riguardevol papa, hanno disputato non poco i cardinali Baronio e Bellarmino, e varii letterati franzesi, fra' quali ultimamente il Pagi e monsignor Bossuet vescovo di Meaux. Non è del presente mio istituto d'entrare in sì fatte quistioni. A noi basti di sapere, che se il nome di papa Onorio entrò in quella sentenza, certo non fu perchè egli veramente insegnasse o tenesse l'eresia dei monoteliti, ma solamente perchè, usando di troppa connivenza, non la riprovò, nè s'ingegnò di strozzarla sui principii, avendo certamente questa sua maniera d'operare dato un gran coraggio ai fautori di quegli errori.

In questo medesimo anno abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.], che scoperta da Costantino imperadore qualche trama d'Eraclio e Tiberio suoi fratelli per far delle novità in pregiudizio della sua autorità, li degradò. Fin qui nelle date degli atti pubblici si veggono registrati dopo gli anni d'esso Costantino quelli ancora de' suddetti suoi fratelli. Da qui innanzi non vi s'incontra più il loro nome. Godevano bensì del titolo di Augusti, ma non doveano impacciarsi nel governo. Il solo Costantino era considerato come imperador maggiore, ed essi probabilmente non erano contenti di questa misura d'onore. Abbiam veduto all'anno 670 che questo imperadore, per certa cospirazione scoperta in favore di questi due suoi fratelli, fece loro tagliar il naso. A me si rende verisimile che solamente in quest'anno succedesse la cospirazione e lo sfregio fatto al loro volto e insieme la lor deposizione. Dopo di che l'imperador Costantino dichiarò Augusto e suo collega nell'imperio Giustiniano II suo figliuol primogenito. Abbiamo poi da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Agathone.] un atto lodevolissimo di questo cattolico imperadore in favor della Chiesa romana. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto l'abuso che il papa nuovo eletto, prima d'essere consecrato, pagasse una somma di danaro al re e imperadore. Forse erano tremila soldi d'oro. Giustiniano e gli altri imperadori greci trovarono introdotta questa utile iniquità, e la continuarono sotto varii colori, che mai non mancano. Ma il pio imperadore Costantino Barbato quegli fu che da questa indebita avania esentò la santa Sede romana, con tener saldo nondimeno, per attestato del medesimo Anastasio, che morendo un papa, fosse ben lecito al clero, nobili e popolo romano di eleggere il successore, ma questi non potesse essere consecrato senza l'approvazione in iscritto dell'imperadore, secondochè portava l'antica consuetudine. Crede il padre Pagi che per qualche tempo addietro gli esarchi godessero l'autorità di confermar l'elezione del nuovo papa senza ricorrere alla corte. Di ciò io non ho veduto buone pruove per i tempi addietro.