In quest'anno crede Camillo Pellegrino [Peregrin., Hist. Princip. Long., tom. 2, Rer. Ital.] che finisse di vivere Romoaldo duca di Benevento, dopo aver governato per lo spazio di sedici anni quel ducato [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.]. Egli ebbe, siccome dicemmo altrove, per moglie Teoderada, la quale fuori della città di Benevento fabbricò la basilica di san Pietro apostolo, ed unitamente un insigne monistero di sacre vergini. Lasciò Romoaldo dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè Grimoaldo II, Gisolfo ed Arichi, ossia Arigiso. Il primo di essi fu duca di Benevento immediatamente dopo la morte del padre, ed ebbe per moglie Vigilinda, ossia Vinilinda, figliuola del re Bertarido e sorella di Cuniberto, che fu re anch'esso: segno che era seguita buona pace fra esso re Bertarido e il duca di Benevento. Ma vedremo all'anno 702 che questa cronologia non si accorda con Anastasio bibliotecario. Seguitando intanto qui dietro alle pedate di Paolo Diacono [Idem., ibid., cap. 2.], dico che circa questi tempi succedette il trasporto in Francia dei sacri corpi di san Benedetto e di santa Scolastica. Era rimasto il monistero di Monte Casino, ai primi tempi della venuta de' Longobardi nella Campania, preda del loro furore. Se vi abitasse più alcun monaco non si sa. Ben sappiamo che mal custoditi, se non anche negletti, restavano in quella solitudine i lor sepolcri. Servì la negligenza de' monaci italiani per far animo e voglia ai monaci francesi di venir a cercare que' sacri depositi. Dicono che Agiolfo monaco del monistero floriacense, ossia di Fleury, con alcuni compagni fu spedito per questo in Italia; e che andato a Monte Casino sotto pretesto di far quivi orazione, la notte estrasse da quelle rovine i due sacri corpi, e se li portò in Francia, con ritenere quel di san Benedetto in Fleury, e ripor quello di santa Scolastica nella città del Mans. Abbiamo varie antiche relazioni di tal traslazione, ma non contemporanee, e vi son raccontati vari miracoli, non senza delle contrarietà e circostanze, le quali non siam tenuti a credere per vere, ed anzi sembrano far poco onore alla fedeltà de' monaci d'allora. Comunque sia, chi degl'Italiani ha voluto negar questo fatto, ha contra di sè la chiara testimonianza di Paolo Diacono, che visse e scrisse solamente nel secolo dopo. Quanto al tempo, il cardinal Baronio ne parla all'anno 664. Il Coinzio, franzese, crede accaduto il trasporto molto più tardi, cioè nell'anno 673. Ma i padri Mabillone e Pagi lo riferiscono ai tempi di Clodoveo II, e però all'anno 653 oppure al susseguente. Ma in fine il punto più sostanziale si è di sapere se nel secolo susseguente fossero o non fossero restituite a monte Casino quelle sacre reliquie; del che hanno acremente disputato i Benedettini casinensi coi franzesi, palliando sì fattamente le cose, che non si sa a qual parte credere. Di ciò diremo qualche altra cosa a suo tempo. Seguitò poi ancora per quest'anno la guerra de' Saraceni contro la città di Costantinopoli, che fu col solito valore preservata e difesa.


DCLXXVIII

Anno diCristo DCLXXVIII. Indizione VI.
Agatone papa 1.
Costantino Pogonato imp. 11.
Bertarido re 8.
Cuniberto re 1.

Fino a questi tempi, cioè per sette anni, era durata la guerra e persecuzion fatta alla città di Costantinopoli dai Saraceni, e sostenuta con immortal bravura dai Cristiani. Da sì ostinata gara altro non riportarono que' Barbari, se non una gran perdita della lor gente e delle lor navi, con aver la divina protezione assistito sempre ai suoi fedeli, ed obbligati finalmente in quest'anno gl'infedeli a ritirarsi. Cominciò ad usarsi in questa occasione dai Cristiani il fuoco greco [Teoph., in Chronogr.], che si gittava nei legni nemici, nè si poteva smorzare coll'acqua. Portata loro ne fu l'invenzione da un certo Callinico, che desertò da Eliopoli città dell'Egitto, uomo di mirabile industria in manipolar simili fuochi. Cedreno scrive [Cedren., in Annal.] che ai suoi dì vivea Lampro, discendente da esso Callinico, e valentissimo fochista anch'egli. Con questo micidial fuoco riuscì a' Cristiani di bruciar molte navi nemiche e gli uomini vivi che in esse si trovavano. Partita da Costantinopoli con vergogna la flotta de' Saraceni, fu sorpresa verso il Sileo da una formidabil tempesta di mare, che parte sommerse di quelle navi, e parte ne condusse a fracassarsi negli scogli. Fu similmente attaccata battaglia in terra dai capitani cesarei Floro, Petrona e Cipriano; e vi restarono estinti sul campo trentamila di quegl'infedeli. Queste percosse, e la sollevazione de' maroniti cristiani, che, creato un principe, occuparono il monte Libano con tutti i suoi contorni, e fecero felicemente alcuni fatti d'armi coi Saraceni, obbligarono in fine Muavia lor califa, ossia principe, a trattar di pace coll'imperador Costantino. Spedito dunque da esso Augusto a tale effetto in Soria Giovanni patrizio per soprannome, Pitsiguade, o Pizzicoda, personaggio di rara destrezza e sperienza negli affari politici, conchiuse coi Saraceni una pace gloriosa e vantaggiosa all'imperio romano per anni trenta, con essersi obbligati que' Maomettani a pagare annualmente all'imperadore tremila libbre d'oro, restituire cinquanta schiavi, e dare cinquanta generosi cavalli. Cagion fu questa pace che Cacano re degli Avari signore dell'Ungheria, e tutti gli altri Barbari situati all'occidente e settentrione di Costantinopoli, si affrettassero a mandare ambasciatori all'imperador Costantino, sotto colore di rallegrarsi della buona riuscita delle sue imprese, ma in fatti per confermar cadauno con lui la pace: tutti frutti del credito ch'egli s'era acquistato nella guerra de' Saraceni. I soli Bulgari, popoli della Palude Meotide, che s'erano ne' tempi addietro venuti a piantar di qua dal Danubio nel paese oggidì chiamato la Bulgaria, seguitavano ad inquietare la Tracia, e bisognò comperar da essi la pace, con promettere loro un annuo regalo. Dopo ciò il buon imperadore s'applicò ardentemente a procurar anche la pace della Chiesa sconvolta dagli errori e fautori del monotelismo; e ben conoscendo il rispetto che si doveva alla prima sede e al romano pontefice capo visibile della Chiesa santa, scrisse una lettera a papa Dono, per seco concertare un general concilio da tenersi in Costantinopoli. Ma questa lettera non trovò più vivo questo piissimo pontefice, che nel dì undicesimo di aprile fu chiamato da Dio a miglior vita. In suo luogo succedette papa Agatone, già monaco, di nazion siciliano, il quale con un riguardevol treno di virtù salì sul trono pontificio. Questi, essendo venuto a Roma san Vilfrido arcivescovo di Jorch [Eddius Stephanus, in Vita S. Wilfridi.], cacciato dalla sua sedia, raunò nel presente anno un concilio nella basilica lateranense, e proposta la sua causa, decretò che dovesse riaver la sua chiesa. E fu appunto in tale occasione che quel santo arcivescovo per la persecuzione a lui mossa in andando a Roma, fu sì onoratamente accolto dal re Bertarido in Pavia, siccome osservammo all'anno 664. Era questo l'ottavo anno, in cui esso re Bertarido pacificamente regnava sopra i Longobardi, quando pensò di assicurare il regno a Cuniberto suo figliuolo [Paulus Diacon., de Gest. Langobard. lib. 5, cap. 35.]. Però, convocata la dieta generale, quivi, col consenso de' popoli, dichiarò re e suo collega esso suo figliuolo. A me nondimeno dà fastidio uno strumento fatto in Lucca, e da me riportato altrove con queste note: [Antiq. Italic. Dissert. XLV.] Sub die tertiodecimo kalendar. februariarum sub Indictione tertiadecima, regnante domnis nostris Pertharit, et Cunipert, viris excellentissimis regibus, anno felicissimi regni eorum tertiodecimo, et quinto: cioè nell'anno 685. Se tali note fossero sicure, in quest'anno Cuniberto non avrebbe cominciato ad essere re, nè camminerebbe ben la cronologia di Bertarido. Ma discordando questo documento da un altro, che accennerò all'anno 688, vo credendo corso errore nell'indizione, e che si abbia a leggere Indictione undecima, errore provenuto dalla vicinanza di die tertiodecimo. Circa questi tempi a Vettari duca del Friuli succedette nel ducato Laudari, di cui Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 24.] non rapporta azione alcuna; ma, dopo averne fatta menzione, immediatamente soggiugne, ch'essendo egli, non si sa quando, mancato di vita, fu creato duca del Friuli Rodoaldo. A quest'anno il Pagi riferisce la morte di Dagoberto II re dei Franchi ucciso per congiura di Ebroino già maggiordomo e di alcuni vescovi. La porzione a lui spettante del regno pervenne al re Teoderico III. Ma Ermanno Contratto, siccome accennammo di sopra, mette il fine di esso Dagoberto all'anno 674.


DCLXXIX

Anno diCristo DCLXXIX. Indizione VII.
Agatone papa 2.
Costantino Pogonato imp. 12.
Bertarido re 9.
Cuniberto re 2.

Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono d'intervenirvi coi loro voti. Perciò da Mansueto arcivescovo santo di Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica intorno alle due volontà in Cristo. Leggesi tuttavia negli atti del concilio sesto generale [Labbe, Concilior., tom. 6.] la lettera scritta da esso santo arcivescovo all'imperador Costantino a nome del sinodo, quae in hac magna regia urbe convenit, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti parole: Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert, praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus (vivimus) una cum eorum sancta devotione, ec. Di qui intendiamo che già Cuniberto era stato proclamato re, e che egli, non meno che Bertarido suo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo per la custodia della medesima. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.], facendo menzione nel concilio sesto ecumenico, scrive che Damiano vescovo di Pavia sotto nome di Mansueto arcivescovo di Milano scrisse una lettera molto utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il cardinal Baronio [Baron., in Martyrologio.], che essendo intervenuto Anastasio vescovo di Pavia in quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per conseguente esser allora Damiano vescovo di Pavia. Saggiamente rispose a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papa Agatone nel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa a Costantino maggiore imperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augusti di lui fratelli, in cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo, e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo il difetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile, s'erano potuti trovare, cioè Abondanzio vescovo di Paterno, Giovanni vescovo di Porto, e Giovanni vescovo di Reggio in Calabria, legati del concilio romano, e Teodoro e Giorgio preti, e Giovanni diacono, legati del medesimo papa. Imperocchè (dice esso pontefice) qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone poste in medio gentium, e che colla fatica delle lor mani sono astrette a procacciarsi il pane giornaliero? Il che ci fa intendere l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana, maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo. Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla quistione delle due volontà; e questa principalmente servì a condannare nel general concilio il monotelismo.

Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era allora arcivescovo di Ravenna Teodoro, di cui sparla forte nella di lui vita Agnello ravennate, con dire [Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.] ch'egli tolse al suo clero la quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì ancora le consuetudini dell'arcivescovo Ecclesio, e fraudolentemente abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per questo scabroso avvenimento, ricorse a Teodoro patrizio ed esarco, pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole e promesse di correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico, che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione dell'Autocefalia, e che con papa Leone successor d'Agatone fece un accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la memoria di questo arcivescovo Teodoro: ma forse egli non ebbe altro reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismatico Mauro suo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 che Gregorio esarco d'Italia era succeduto a Teodoro Calliopa in quell'impiego. Girolamo Rossi [Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.], che non avvertì nella serie degli esarchi il suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedente Teodoro esarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro arcivescovo, s'immaginò ch'esso Teodoro Calliopa continuasse nel governo fino a questi giorni. Ma questo Teodoro fu diverso da Calliopa, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino alla chiesa di san Martino confessore, chiamata Coelum aureum, e già fabbricata dal re Teoderico. Donò tre calici d'oro alla cattedrale. Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme con Agata sua consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello, cominciò a farsi conoscere in Ravenna Giovanniccio, così chiamato per la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili ravennati che lo avevano introdotto: È questi il suggetto che m'avete proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera. Gli risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte imperiale.