Anno diCristo DCLXXV. Indizione III.
Adeodato papa 4.
Costantino Pogonato imp. 8.
Bertarido re 5.

Circa questi tempi il piissimo re dei Longobardi Bertarido, fabbricò in Pavia un monistero di sacre vergini da quella parte del fiume Ticino [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.], dove egli calato per le mura, ebbe la sorte di fuggir l'ira e il mal pensiero del re Grimoaldo. Può essere che la sua fuga succedesse nel giorno festivo di sant'Agata, oppur nella sua vigilia, come credono gli scrittori pavesi, e però dedicò quel sacro luogo a Dio suo liberatore in onore di quella santa vergine e martire. Esiste tuttavia esso monistero, appellato Nuovo, e Monistero regio, per più secoli, ed oggidì monastero di sant'Agata in Monte, abitato già da monache benedettine, ed ora dalle conventuali di santa Chiara. Nel presente anno ancora tornarono i Saraceni all'assedio di Costantinopoli, ed ostinatamente quivi si fermarono fino al settembre, tuttochè nulla profittassero, anzi riportassero più percosse dalla bravura de' Greci. Forse ancora appartiene a questi tempi la battaglia navale che il buon Vamba re de' Goti in Ispagna fece con un'altra armata navale di dugento e settanta navi di Saraceni, passati ad infestar la Spagna [Lucas Tudensis, in Chron.]. Meritò la sua pietà di riportarne vittoria colla total disfatta e rovina della flotta nemica. Dalla vita di sant'Audoeno vescovo di Roano, scritta da Fridegodo [Fridegodus, in Vita S. Audoen.], noi impariamo quanta fosse la divozione de' popoli anche più lontani al sepolcro dei santi apostoli Pietro e Paolo e degli altri martiri in Roma. Volle il santo vescovo venire in quest'anno alla visita di que' celebri santuarii; nè sì tosto fu risaputo questo suo disegno, che moltissima gente pia concorse a lui, portandogli non pochi pesi d'oro e d'argento, con pregarlo di offerirgli al corpo de' santi Apostoli e Martiri pel riscatto de' loro peccati, e di dispensarne anche ai poveri una parte colle sue proprie mani, affine d'avvalorare le loro preghiere presso Dio. Eseguì puntualmente il piissimo pastore le lor commissioni, giunto che fu a Roma, dove lasciò un gran concetto della sua rara pietà e pia munificenza. Era in questi tempi una gran rendita alle chiese di Roma il concorso de' pellegrini e le loro oblazioni.


DCLXXVI

Anno diCristo DCLXXVI. Indizione IV.
Dono papa 1.
Costantino Pogonato imp. 9.
Bertarido re 6.

Nel dì 26 di giugno terminò la carriera de' suoi giorni papa Adeodato, pontefice benignissimo, pieno di umiltà, caritativo massimamente verso i poveri e liberale verso il clero, al quale diede la roga, cioè il regalo solito a darsi dai suoi predecessori; ma con averne accresciuta di molto la misura. Nota Anastasio [Anastas., in Adeodat.] che dopo la sua morte vennero tante piogge e caddero tanti fulmini, che niun si ricordava d'aver mai provato un somigliante flagello; perchè durarono tanto, che non si poteva battere il grano; e i legumi tornarono a nascere nelle campagne, e restarono morti degli uomini e delle bestie dai fulmini. Fuor di sito fece menzione Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.] di questa medesima sciagura, e, quel che è peggio, guastolla con una spropositata giunta, se pure a lui si dee attribuire; perciocchè scrive che innumerabili migliaja di uomini e di animali furono uccisi dai fulmini. Avea tanto senno Paolo Diacono da non credere nè vero nè verisimile un sì terribil macello venuto dai fulmini; e però usiamogli la carità di credere fatta da altri questa giunta al testo suo. Vien riportata una bolla del suddetto papa Adeodato [Labbe, Concilior., tom. 4.] in favore del monistero di san Martino di Turs, in cui lo esenta dalla giurisdizione dei vescovi, con protestar nondimeno che l'uso e la tradizione della sede apostolica era di non sottrarre i monisteri dall'ubbidienza e dal governo de' vescovi, e che intanto si è indotto a concedere questo privilegio, in quanto ha conosciuto che lo stesso vescovo di Turs Crodeberto ha accordato la libertà ed esenzione ad esso monistero: parole che son da notare, per giudicare della legittimità d'altri privilegii che si dicono conceduti in questi tempi. Il saggio cardinal Baronio, facendo menzione del suddetto documento, osserva che per isperienza si doveva essere conosciuto che questa indipendenza de' monaci noceva piuttosto alla disciplina ed osservanza monastica; e che san Bernardo disapprovò l'usanza introdotta di esentare i monaci dall'ubbidire ai vescovi, e che neppur piacque a san Francesco d'Assisi una tale indipendenza de' suoi frati; ma che fu guasto il suo disegno da frate Elia, personaggio condotto dallo spirito non di Dio, ma della carne. Intorno a questo privilegio di papa Adeodato insorsero negli anni addietro contese fra i letterati francesi, che io tralascio, e certo v'ha gran ragione di dubitare della legittimità del medesimo. Ad Adeodato succedette nella cattedra pontificia Dono di nazione romano. Dal padre Pagi vien creduto che la sua consecrazione seguisse nel dì primo di novembre dell'anno presente, nel quale i Saraceni continuarono i loro sforzi contra la città di Costantinopoli, ma senza guadagnar terreno.


DCLXXVII

Anno diCristo DCLXXVII. Indizione V.
Dono papa 2.
Costantino Pogonato imp. 10.
Bertarido re 7.

Mal soffrendo il pontefice Dono che la chiesa di Ravenna si fosse sottratta dalla ubbidienza della Sede apostolica, in quest'anno finalmente ottenne l'intento suo, con ridurre al dovere quell'arcivescovo Reparato. Ne siamo assicurati da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. Don.], che scrive essere tornata quella Chiesa a riconoscere la superiorità del papa, dopo aver nudrito negli anni precedenti delle pretensioni di primato. Si dee credere che il sommo pontefice ricorresse per questo affare all'imperador Costantino, il quale, siccome principe veramente cattolico e di buone massime, forzò l'arcivescovo a chinar l'ambiziosa testa. E qui è da notare ciò che lasciò scritto Agnello ravennate nella vita di questo arcivescovo [Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom 2 Rer. Ital.]: cioè ch'egli andò alla corte imperiale di Costantinopoli, ed impetrò quanto seppe dimandare dall'imperador Costantino, e spezialmente l'esenzione del suo clero dalle contribuzioni e gabelle; e che tutti i contadini che lavoravano le terre della sua chiesa e i suoi muratori e il suo crocifero fossero esenti dalla podestà de' giudici secolari e degli esattori pubblici, e sottoposti solamente all'arcivescovo. Fu eziandio decretato che l'arcivescovo eletto di Ravenna, portandosi a Roma per essere quivi consecrato non fosse tenuto a dimorar colà più di otto giorni, segno che dianzi si dovevano stiracchiar le consecrazioni di quegli arcivescovi in Roma. Questo parlare d'Agnello fa chiaramente comprendere l'aggiustamento suddetto, e dee essere un errore del suo testo il soggiugnere appresso, che Reparato non si sottomise all'autorità del papa, mentre le parole suddette pruovano tutto il contrario. Aggiugne Anastasio che poco dopo questo aggiustamento il suddetto Reparato diede fine ai suoi giorni. Ebbe per successore Teodoro, il quale, perchè si fece consecrare in Roma, come per più secoli s'era costumato in addietro, incorse nell'odio del suo clero. Agnello stesso dice molte parole in suo vituperio, benchè si serva d'altri pretesti per iscreditarlo. Anastasio notò [Anastas., in Vita Agathonis.] che questo Teodoro si presentò davanti a papa Agatone verisimilmente nell'anno seguente. Mi sia lecito il rapportare al presente la fabbrica di un nuovo tempio fatto della regina Rodelinda moglie del re Bertarido fuori di Pavia. Opera maravigliosa, dice Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.], e nobilitata da stupendi ornamenti. Fu chiamata basilica di santa Maria alle Pertiche; e tal denominazione venne a quel sacro luogo, per attestato del medesimo storico, perchè quivi era un insigne cemeterio, dove i nobili longobardi amavano per divozione d'essere seppelliti. Che se accadeva che taluno de' suoi morisse in guerra, o in altra parte, alzavano delle pertiche, cioè delle travi sopra que' sepolcri, con una colomba di legno in cima, tenente il becco rivolto a quella parte, dove il suo parente od amico era morto. Con qualche segno od iscrizione si distinguevano quei sepolcri, acciocchè ognun potesse riconoscere il suo. Lo Spelta, storico pavese di questi ultimi secoli, pretende che quel tempio fosse fabbricato prima della venuta del Signor nostro Gesù Cristo, e servisse agl'idoli. Tutti sogni. Paolo chiaramente scrive che Rodelinda lo fabbricò di pianta; nè presso il padre Romoaldo [Romualdus, Papia Sacra, pag. 104.] veggo bastanti ragioni per farci credere che quella regina edificasse una chiesa col monistero, posseduto oggidì dalle monache cisterciensi.