DCLXXIII

Anno diCristo DCLXXIII. Indizione I.
Adeodato papa 2.
Costantino Pogonato imp. 6.
Bertarido re 3.

Finalmente in quest'anno, correndo il mese di aprile, il formidabile stuolo de' Saraceni si presentò davanti a Costantinopoli, e ne formò l'assedio. L'imperador Costantino [Teoph., in Chronogr. Cedren., in Annal.] s'accinse con tutto vigore alla difesa, nè passava giorno che non seguisse qualche baruffa fra le sue navi e quelle dei nemici. Aveva egli delle galeotte che portavano caldaie di pece, e d'altri bitumi ardenti, e sifoni, co' quali si gettava fuoco ne' legni infedeli. Seguirono questi combattimenti sino al settembre, nel quale i Saraceni, poco avendo profittato con tutti i loro sforzi, levarono l'ancore per andare a svernare in pace altrove. Pervenuti alla città di Cizico, e presala, quivi passarono il verno. In quest'anno Childeberto re dei Franchi, a noi noto solamente per le sue biasimevoli azioni, essendo caduto in odio de' suoi, alla caccia fu da uno d'essi privato di vita. Restò del pari trucidata la regina Bilichilde sua moglie. Può essere eziandio che in questi medesimi tempi nel mese di marzo si mirasse in cielo quell'iride ossia arco celeste che viene accennata dai suddetti storici e dall'autore della Miscella [Hist. Miscell. lib. 19.], e recò tal terrore, che si cominciò a temere il fine del mondo. Ma come? da quando in qua l'arco baleno fa paura alle genti? Ma quello non fu già il naturale ed usitato. Fu una specie di terribile e disusata cometa; e però indusse la costernazione ne' popoli. Raccontano ancora gli scrittori che provossi una fiera mortalità in quest'anno nell'Egitto; ma non è da maravigliarsene, perchè quel regno anche oggidì è facilmente suggetto a così fiero flagello. E di là per lo più soleva a' precedenti secoli passare in Italia quel malore, e passerebbe anche oggidì, se non avessero finalmente aperti gli occhi gl'Italiani, ed inventate precauzioni e saggi rigori per custodirsi illesi.


DCLXXIV

Anno diCristo DCLXXIV. Indizione II.
Adeodato papa 3.
Costantino Pogonato imp. 7.
Bertarido re 4.

Nulla ci somministra di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il suo stesso silenzio ci fa intendere la mirabil quiete e felicità che godevano allora sotto il pacifico governo del buon re Bertarido i popoli italiani. Lasciava egli in pace i Romani nè attendeva che a reggere con giustizia e soavità i suoi sudditi, e a dar loro nuovi esempli di pietà, siccome principe cattolico e rinomato pel timore di Dio. Abbiam fondamento di credere che sotto di lui il resto de' Longobardi ariani si riducesse al grembo della vera Chiesa. E tanto più dee dirsi felice allora ed invidiabile lo stato dell'Italia, perchè gli altri paesi dell'Europa provavano dei fieri disastri. Tornarono nell'aprile di quest'anno i Saraceni con tutte le loro forze all'assedio di Costantinopoli, e quivi stettero anche tutta la state, con dare dei frequenti assalti o alle mura o alle navi cristiane; per lo che tutto l'imperio orientale si trovava in grandi angustie e guai. Peggio stava la monarchia franzese, perchè caduta in mano di re o neghittosi o viziosi, e piena di guerre civili, e per conseguente d'iniquità e di prepotenza. Ciò fu cagione che molte provincie dell'Austrasia, come la Baviera, l'Alemagna, la Turingia, ed altri paesi si sottraessero dall'ubbidienza dei re franchi, e crebbe in esse l'idolatria con altri disordini. Il regno delle Spagne, tuttochè governato da Vamba re piissimo e cattolico de' Goti, ebbe nella Gallia narbonense, ossia nella Linguadoca, tuttavia sottoposta in questi tempi ad essi Goti, de' gravi sconvolgimenti, per gli tiranni ivi insorti e spalleggiati dai vicini Franchi. Fu astretto il buon re Vamba a far guerra, ed assistito dal cielo, riportò varie vittorie narrate da Giuliano da Toledo [Julian. Toletanus, in Chronico.]. La sola Italia godeva in essi tempi un cielo sereno mercè dell'ottimo re che ne aveva il governo, e tutto faceva per guadagnarsi l'amore di Dio e dei suoi popoli.


DCLXXV