Giacchè Paolo Diacono narra buona parte degli avvenimenti, senza specificarne l'anno, perchè neppur egli dovea saperlo, si può riferire qui un fatto di Vettari duca del Friuli [Theoph., in Chronogr.]. Avendo gli Schiavoni dominanti nella vicina Carintia inteso ch'egli era andato a Pavia, raunata un gran moltitudine di gente, vennero fin presso a Cividal di Friuli, e si accamparono in un luogo chiamato Brossa. Per buona ventura accadde che Vettari sbrigatosi in poco tempo da Pavia, quando niun se l'aspettava, arrivò la sera innanzi a Cividale. Nè sì tosto ebbe intesa la venuta degli Schiavoni, che presi seco venticinque cavalli, andò a riconoscerli: ed arrivato al ponte del fiume Natisone, oltre al quale s'erano attendati i Barbari, fu da loro osservato; e perchè era con sì pochi compagni, motteggiato con dire: Vedete là il patriarca che vien contra di noi coi suoi cherici. Il duca allora levatosi l'elmo di capo, e facendo vedere ai Barbari chi egli era (e ben lo conoscevano), mise tal terrore in costoro, che essendo corso il suo nome per tutto il campo, quasichè egli fosse per assalirli con un formidabile esercito, si diedero a una precipitosa fuga. E fin qui si può menar buono il suo racconto al buon Paolo. Ma egli ci vuol far ridere con una slargata romanzesca, che dipoi soggiugne, con dire che Vettari con que' pochi compagni si scagliò loro addosso, e ne fece una tal beccheria, che di cinquemila uomini, appena pochi col favor delle gambe portarono alle lor case la trista nuova di tanta disgrazia. Tiene il padre Pagi che in questo anno Clotario III re de' Franchi nella Neustria e Borgogna giugnesse all'ultimo de' suoi giorni. Per poco tempo regnò dopo lui Teoderico II, il quale per forza prese la chericale tonsura. Childerico fratello di Clotario divenne padrone di tutta la monarchia franzese. Ma da lì a non molto non solo a lui tolto fu il regno, ma anche la vita. Allora il deposto Teoderico ripigliò il regno. La storia dei Franchi scarseggia molto di notizie in questi tempi. Ma se all'italiana non restassero que' pochi lumi che ha raccolto Paolo Diacono, noi resteremmo anche più de' Franzesi al buio, mancando a noi le vite de' santi, de' vescovi e degli ultimi monaci italiani d'allora, laddove non poche de' loro paesi ne scrissero essi Franchi e gl'Inglesi, non già perchè allora anche l'Italia non nudrisse dei buoni prelati e molti servi di Dio, ma perchè l'ignoranza avea qui preso troppo piede, oppure perchè le guerre nostre civili han fatto perdere gran copia di antiche memorie. Abbiamo poi da Teofane che circa questi tempi i Saraceni fecero una incursione nelle provincie dell'Africa tuttavia sottoposte al romano imperio; e corse voce che avessero condotte in ischiavitù ottantamila persone. Aveva bensì, come abbiam detto, l'imperador Costantino conferito il titolo imperiale ai due suoi fratelli Eraclio e Tiberio; ma, per quanto si può conoscere, consisteva nella sola apparenza la lor dignità, perciocchè l'autorità e il comando risedeva tutto in esso Costantino. Nell'esercito a Crisopoli vi furono più persone che pubblicamente gridarono: Noi crediamo nelle tre Persone della Trinità: andiamo anche a coronar tre imperadori; segno che la coronazione era il più importante requisito per esercitar coi fatti l'imperiale autorità. Giunsero queste parole all'orecchio di Costantino, che forte se ne turbò. Fatti perciò venire i capi di costoro a Costantinopoli sotto pretesto di voler soddisfare ai loro desiderii, li fece pendere tutti dalle forche, ed insegnò agli altri il rispetto dovuto ai sovrani. Perchè nondimeno si seppe, o solamente corse il sospetto che dai suddetti suoi fratelli avesse avuto origine quel sedizioso progetto, fece ad amendue tagliare il naso. Ma quest'ultima barbara azione non sembra appartenere all'anno presente; perchè, siccome lo stesso Teofane racconta all'anno 13 di Costantino, allora egli solamente rimosse i fratelli dall'imperio; nè sembra molto probabile che se in quest'anno avesse lor fatto un sì brutto sfregio, eglino avessero tuttavia continuato nell'onore primiero.

Circa questi tempi, per relazione di Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 5, cap. 29.], Alzeco, ossia Alzecone, duca de' Bulgari, senza sapersene il perchè, uscito colla gente a lui suggetta dal suo paese confinante al Danubio, venne con tutta pace a trovare il re Grimoaldo, esibendosi al suo servigio, e pregandolo di dargli qualche contrada, dove potesse abitar coi suoi. Grimoaldo l'inviò al figliuolo Romoaldo duca di Benevento, incaricandolo di trovargli sito a proposito. Egli in fatti diede a lui ed ai suoi per luogo d'abitazione il paese fino allora deserto di Supino, Boiano ed Isernia, ed altre città coi lor territorii, e con giurisdizione signorile in esse, dipendente nondimeno dal duca di Benevento: con avergli mutato il nome di duca in quello di gastaldo, equivalente a quello di governatore o conte, acciocchè non sembrasse eguale col nome di duca al duca suo sovrano. Paolo Diacono racconta che a' suoi dì, cioè cento anni dopo, quella nazione, tuttochè sapesse parlare la lingua volgare di quel paese, pure non avea per anche dismesso l'uso della natia lingua bulgara. Teofane [Theoph., in Chronogr.] nell'anno XI di Costantino Pogonato, e Niceforo [Niceph., in Chron.] toccano questo punto anch'essi, dicendo, che regnando l'imperador Costante, Crovato re de' Bulgari lasciò dopo di sè cinque figliuoli, con ordine che stessero uniti insieme. Ma non andò molto che si divisero, e chi in questa, chi in quella parte andò colla sua gente. Il picciolo di quei fratelli venne in Italia nella Pentapoli, e passato a Ravenna, rimase suggetto all'imperio de' Cristiani, e pagava tributo ai Romani. Potrebbe essere che Alzeco prima si presentasse all'esarco di Ravenna con offerirsi ai di lui servigii; ma che non trovandosi dove dar ricetto a tanta gente, egli s'indirizzasse al re Grimoaldo, che l'inviò al figliuolo Romoaldo. Certamente a Paolo qui è dovuta maggior credenza che agli storici greci. Scrive poi il medesimo Paolo che in questi tempi (non sappiamo se nel presente o nel seguente anno) il regno dei Franchi venne in mano di Dagoberto II, il quale, dopo essere stato per più anni esule e in grandi miserie, confinato in Irlanda per l'iniquità di Grimoaldo franzese suo maggiordomo, finalmente richiamato dai suoi, ricuperò il perduto regno. Non fu pigro il re Grimoaldo a spedirgli degli ambasciatori per congratularsi seco, e in tale occasione fu giurata da ambedue le parti una buona amistà e pace. Trovavasi allora in Francia in bassa fortuna il già fuggito re de' Longobardi Bertarido, e temendo degli andamenti di quegli ambasciatori, perchè ben consapevole dell'accortezza del re Grimoaldo, che gli teneva continuamente gli occhi addosso e spie d'intorno, non gli parendo più buon'aria quella di Francia, prese segretamente la risoluzione di ritirarsene e di scappare nella gran Bretagna, per cercar quivi ricovero presso il re degli Anglosassoni. Gran disputa è stata fra gli eruditi franzesi intorno all'anno in cui Dagoberto II ricuperò il regno. Ne han trattato Adriano Valesio, il Coinzio, e i padri Mabillone, Enschenio e Pagi. Sostiene l'ultimo di questi, che quel principe nell'anno 673 tornò in Francia; e perchè il Mabillone si serve del racconto già riferito da Paolo Diacono, il quale ci fa vedere esso Dagoberto regnante in Francia prima della morte del re Grimoaldo succeduta nell'anno seguente 671, tiene il Pagi che in ciò si sia ingannato lo storico italiano, come mal informato degli affari stranieri della Francia. Ma non par già che quel critico porti sì sode pruove da atterrar qui l'autorità di Paolo, il quale solamente cento anni dopo scrisse questi avvenimenti; e massimamente confessando tutti i letterati restare la storia di Francia in questi tempi involta in molte tenebre. Sembra non improbabile che mancato di vita Clotario III re in quest'anno senza prole, ed essendo insorti dei gravi torbidi per la successione, Dagoberto corresse al rumore, ed ottenesse una parte della monarchia. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus in Chron. edit Urstis.] mette la morte di questo Dagoberto nell'anno 674, e però va d'accordo con Paolo Diacono. Fosse nondimeno quello o altro re dei Franchi, con cui il re Grimoaldo stringesse una buona lega, a noi basta di sapere che Bertarido non si trovando sicuro in Francia, s'inviò alla volta dell'Inghilterra.


DCLXXI

Anno diCristo DCLXXI. Indizione XIV.
Vitaliano papa 15.
Costantino Pogonato imp. 4.
Bertarido re 1.

S'avea fatto alleggerir la vena il re Grimoaldo in quest'anno [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 33.]. Da lì a nove giorni stando nel suo palazzo, e tirando l'arco con quanta forza potea, volendo colpire una colomba, se gli riaprì malamente la vena, e questa ferita bastò a levarlo di vita dopo nove anni di regno. Corse voce che fossero adoperati medicamenti avvelenati in curarlo, e che in tal maniera il mandassero per le poste all'altro mondo. Fu principe temuto da tutti, gagliardo di corpo, arditissimo nelle imprese, calvo di capo; nudriva una bella barba, e in avvedutezza ebbe pochi pari. Tiensi ch'egli seguitasse la religion cattolica, e gli scrittori bergamaschi attribuiscono a Giovanni vescovo santo di quella città la di lui conversione al Cattolicismo, ma senza addurne pruova alcuna cavata dall'antichità. Quello ch'è certo per testimonianza di Paolo Diacono, egli fabbricò in Pavia la basilica di sant'Ambrosio: dal che fondatamente deduce il cardinal Baronio che egli dovette essere buon cattolico; altrimenti non avrebbe onorato in questa forma santo Ambrosio, impugnatore perpetuo degli Ariani. Restò di lui e della figliuola del re Ariberto, già presa per moglie, un figliuolo appellato Garibaldo, in età puerile. Questi fu proclamato re de' Longobardi. Torniamo ora a Bertarido, da noi poco fa veduto fuggitivo, per cercare ricovero in Inghilterra. S'era egli imbarcato sulle coste di Francia, ad appena sciolte le vele, s'era alquanto slargata in mare la nave, quando una persona dal lido ad alta voce dimandò, se quivi era Bertarido? Fu risposto di sì. Allora replicò quel tale: Fategli sapere che se ne torni a casa sua, perchè ha tre giorni che Grimoaldo ha finito di vivere. Balzò il cuore in petto a Bertarido all'udir questa nuova, e ordinò tosto che il legno approdasse di nuovo al lido, per trovar la persona che avea gridato, ed informarsi meglio di questo favorevol avviso. Ma quando fu in terra, non vide persona alcuna. Però immaginando essere quella stata una voce di Dio, e non degli uomini, determinò di venirsene senz'altro in Italia. Mandò innanzi persona che spiasse lo stato delle cose, e fosse poi ad incontrarlo in luogo determinato ai confini dell'Italia, per quivi prendere le sue misure. Ma giunto Bertarido colà, vi trovò non solamente il suo messo, ma eziandio tutti gli uffiziali della regal corte e l'apparato convenevole per ricevimento di un re, ed accorsa gran moltitudine di Longobardi, che tutti con lagrime e festa incredibile accolsero l'antico loro signore, dopo nove anni d'esilio felicemente tornato alla patria e al regno. E non è da maravigliarsene. Non fu mai ben voluto Grimoaldo dai Longobardi, sì perchè usurpatore dell'altrui corona, e sì perchè uomo vendicativo, e che col rigore più che coll'amore s'era sempre mantenuto sul trono. All'incontro, per attestato di Paolo Diacono, Bertarido era principe amorevolissimo, buon cattolico, dotato di rara pietà, osservantissimo della giustizia, e soprattutto limosiniere ed amator de' poveri. Le sue disgrazie aveano contribuito non poco a renderlo misericordioso ed umile: virtù che di raro s'imparano nella sola sublime felicità e fortuna. S'accorda questo elogio a noi lasciato da Paolo con quanto abbiamo inteso di sopra all'anno 664 dalla vita di san Vilfrido arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano. Pertanto tre mesi dopo la morte di Grimoaldo, Bertarido ossia Pertarito, figliuolo del re Ariberto, d'origine bavarese, per consenso de' Longobardi risalì sul trono; ed immediatamente spediti messi a Benevento, fece di colà tornare a Pavia la regina Rodelinda sua moglie col figliuolo Cuniberto, che furono senza difficoltà rilasciati dal duca Romoaldo. Del fanciullo Garibaldo, lasciato re dal re Grimoaldo suo padre, altro non sappiamo, se non che fu deposto; ma è ben da credere che non mancasse un buon trattamento da lì innanzi nè a lui nè a sua madre, se vivea tuttavia, perchè questa infine era sorella ed egli nipote di Bertarido. Si potrebbe credere che il picciolo principe fosse mandato a Benevento; ma più verisimile e più conforme alla politica pare che meglio si giudicasse il custodirlo in qualche fortezza. Altra memoria non resta di lui.


DCLXXII

Anno diCristo DCLXXII. Indizione XV.
Adeodato papa 1.
Costantino Pogonato imp. 5.
Bertarido re 2.

In quest'anno (fors'anche nel precedente) cominciarono le tribolazioni di Costantinopoli, perchè i Saraceni, che già divoravano coi desiderii tutto l'imperio romano, secondo Teofane [Teoph., in Chronogr.], prepararono una poderosa armata navale con risoluzione di tentar l'acquisto di quella regal città: avuta la quale, sarebbe venuto meno tutto l'imperio cristiano dell'Oriente. Non mancavano loro cristiani rinegati che maggiormente gli animavano all'impresa, come per disgrazia nostra neppur mancano oggidì al gran Turco. Svernarono nella Cilicia per essere pronti ad inoltrarsi nella primavera ventura. Intanto l'imperador Costantino, a cui non era ignoto il disegno di quella perfida gente, attese anch'egli a premunirsi contra de' loro sforzi, con adunar gente, fabbricar navi e macchine, e disporre tutto quel che occorreva per la difesa. In quest'anno, per quanto crede il padre Pagi, nel dì 27 di gennaro diede fine al suo pontificato e alla sua vita il sommo pontefice Vitaliano, dopo aver governata la Chiesa di Dio per quattordici anni e mezzo con molta lode. Nel dì poscia 22 di aprile ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Adeodato, di nazione romano, già monaco nel monistero di sant'Erasmo nel monte Celio. Nell'anno 615 noi vedemmo Deusdedit, il cui nome in sostanza non è diverso da quest'altro. Tuttavia non ho osato di chiamarlo secondo. In questo anno ancora, o nel precedente, malamente compiè il corso di sua vita Mauro arcivescovo di Ravenna, perchè morì scismatico e scomunicato dalla Sede apostolica. Lasciò scritto Agnello storico ravennate [Agnell. Vit. Ep. Ravennat. tom. 2 Rer. Ital.] che questo ambizioso prelato prima di morire adunati i suoi preti, piangendo dimandò loro perdono. Crederà il lettore per gli misfatti della sua superbia: ma non è così. Seguitò poscia a dire ch'egli era vicino a pagare il tributo della natura, e che gli esortava di non tornare sotto il giogo de' Romani. Che però si eleggessero un pastore, e il facessero consacrare dai vescovi della provincia, e poscia dimandassero all'imperadore il pallio: quasichè il diritto di darlo, riserbato al romano pontefice, fosse passato negl'imperadori. Con questi scismatici sentimenti finì di vivere l'arcivescovo Mauro, a cui fu data sepoltura in un'arca, davanti alla quale era una tavola di porfido, al dire d'Agnello, lucidissimo nella superficie a guisa di uno specchio, in maniera che chi mirava in quel marmo, vi poteva vedere gli uomini, animali e uccelli che vi fossero passati dinanzi. Come ciò possa essere del porfido, lascerò considerarlo ai periti. Aggiugne lo stesso storico che a' suoi dì passando Lotario imperador per Ravenna (forse nell'anno 824), ordinò che quella tavola levata di là e bene stivata con lana in una cassa di legno, fosse mandata in Francia, per servire di mensa all'altare di san Sebastiano. Ebbe commissione lo stesso Agnello da Petronace arcivescovo di andar colà, e di assistere acciocchè i muratori balordamente lavorando non la rompessero. Ma egli per dolore e rabbia di vedere spogliar la sua patria delle cose preziose, se ne andò in tutt'altra parte. A Mauro succedette Reparato, monaco prima nel monistero di santo Apollinare, poscia abbate, e quindi vicedomino della Chiesa ravennate: uomo che si fece consecrar da tre vescovi senza il beneplacito della santa Sede, e tenne saldo lo scisma, per quanto potè; ma in fine, siccome diremo, si umiliò all'ubbidienza del sommo pontefice.