DCLXVIII

Anno diCristo DCLXVIII. Indizione XI.
Vitaliano papa 12.
Costantino Pogonato imp. 1.
Grimoaldo re 7.

Fu questo l'ultimo anno della vita di Costantino, che noi sogliamo appellare Costante imperadore. L'odio universale dei popoli, ch'egli s'era guadagnato colle immense sue estorsioni ed angherie lor fatte, e il discredito in cui era per le sue empie azioni, diedero moto ed animo ad una congiura contro di lui. Però sul fine di settembre dell'anno presente, essendo già incorso l'indizione XII, come abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vitalian.], da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 11.] e da Teofane [Teoph., in Chronogr.], trovandosi egli nel bagno in Siracusa, fu quivi da un Andrea figliuolo di Troilo ucciso. Entrati gli uomini della sua corte, il trovarono senza vita, e diedero sepoltura al suo corpo. Dopo di che un certo Mizizio (così lo chiama Teofane), oppur Mecezio (come ha Paolo Diacono) si fece proclamar imperadore. Teofane scrive ch'egli fu forzato a prendere l'imperio essendo giovane di bellissimo aspetto e di nazione armeno; eppure confessa ch'egli era de' congiurati. Giunta a Costantinopoli la nuova di questo successo, Costantino suo primogenito, dichiarato già imperadore dal padre nell'anno 654, prese le redini del governo. Era egli assai giovinetto, ma perciocchè dopo l'impresa di Sicilia tornò a Costantinopoli colla barba che gli spuntava sul volto [Zonar., in Annal.], perciò ebbe il soprannome di Pogonato cioè barbato. Diedesi in quest'anno esso giovane Augusto a far quanti preparamenti poteva, sì per vendicar la morte del padre, che per liberar l'imperio del tiranno Mecezio, e nell'anno vegnente, siccome vedremo, gli riuscì felicemente l'impresa. Fu questo principe di religione e di costumi diverso dal padre. In quest'anno ancora il re Grimoaldo fece una giunta di alcune leggi a quelle del re Rotari. Dal prologo [Leges Langobard., tom. 2 Rer. Ital.] si veggono pubblicate anno Deo propitio regni mei sexto, mense julio, indictione XI, e per conseguente in quest'anno. Dovea già aver preso un gran possesso fra i Longobardi l'empio abuso dei duelli, non già per bestiale appetito di vendetta o per puntigli, come si usava negli ultimi secoli addietro, ma per indagare con questa barbara invenzione il giudizio di Dio intorno alla verità o falsità dei delitti, o alla giustizia od ingiustizia delle pretensioni. Qualche freno vi mise il re Grimoaldo, con ordinare che se constava che un uomo libero per trent'anni fosse vivuto in istato tale, non potesse alcuno sfidarlo al duello in vigore di qualche pretensione che costui fosse suo servo, cioè schiavo. Però bastava che questo uomo adducesse davanti ai giudici i testimonii del possesso della libertà durante lo spazio di essi trent'anni, per esentarsi da ogni altra molestia. Lo stesso fu decretato in favore di chi provava di aver posseduto per lo suddetto spazio di tempo case, servi e terre. All'incontro, alle mogli accusate d'aver operato contro l'onore e la vita de' mariti, era permesso di giustificarsi col giuramento, oppur col combattimento: nel qual caso la donna sceglieva un campione ossia combattente per la parte sua. Non parlo delle altre leggi, nelle quali è prescritto che dee pagarsi dai padroni per gli delitti de' servi, e qual pena si desse a chi, lasciata la moglie sua, un'altra ne prendeva: oppure alle donne che prendevano per marito chi avea già moglie, tuttochè informate dello stato di quell'uomo. In quest'anno Teodoro monaco greco, poscia arcivescovo dorovernense, ossia di Cantorberi fu inviato in Inghilterra da papa Vitaliano [Beda, Hist., Agnel. lib. 4, cap. 1.], ed è quel medesimo che compilò dipoi ed accrebbe i canoni penitenziali, mise in credito le lettere latine e greche in que' paesi ed allevò dei valenti discepoli, con istabilire ancora il canto ecclesiastico in quelle chiese. Probabilmente si prevalse degli sconcerti accaduti in Sicilia Romoaldo duca di Benevento, per vendicarsi del già ucciso Costante Augusto, e rendergli la pariglia dell'insulto già fatto a Benevento. Noi sappiamo da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.] ch'egli, raunata una buona armata, si portò all'assedio della città di Taranto, e cotanto la combattè, che la forzò alla resa. Altrettanto fece di quella di Brindisi: con che aggiunse tutti quei contorni, cioè un buon tratto di paese, al suo ducato beneventano.


DCLXIX

Anno diCristo DCLXIX. Indizione XII.
Vitaliano papa 13.
Costantino Pogonato imp. 2.
Grimoaldo re 8.

Premendo all'imperador Costantino Pogonato il fuoco nato in Sicilia per la tirannia di Mecezio, ammassò quanta gente potè [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 12.], facendone venire dall'Istria, dall'Italia, dalla Sardegna e dall'Africa perchè essa durava tuttavia alla divozion dell'imperio. Venne lo stesso giovane Augusto in persona a questa impresa con una poderosa flotta. Fu dunque presa Siracusa, trucidato il tiranno Mecezio, e il suo capo, con quelli di molti altri, portato a Costantinopoli. In questa maniera restò estinto il fuoco che si era acceso in queste parti, senza che si legga che i Longobardi continuassero a prevalersene maggiormente in loro vantaggio. Ciò fatto, l'imperadore se ne tornò lieto alla sua residenza di Costantinopoli. Ma probabilmente Mecezio, prima che gli arrivasse addosso sì gran tempesta, avea fatto ricorso per aiuto ai Saraceni. Benchè costoro non venissero a tempo per soccorrerlo, pure si sa da Anastasio [Anastas. in Adeodat.] e da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 13.], che all'improvviso con molte navi arrivarono in Sicilia, entrarono in Siracusa, e misero a fil di spada quell'infelice popolo con essersene salvati pochi col favor della fuga. Pare eziandio che scorressero pel resto dell'isola, commettendo gli atti della medesima crudeltà dappertutto: ma questo non è certo. Per attestato ancora del cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] e del padre Mabillone [Mabil., Annal. Benedict., lib. 15 in fine.], non son sicuri documenti di un tale eccidio una lettera scritta dai monaci benedettini di Messina ai monaci romani abitanti nel Laterano, nè una lettera di papa Vitaliano ai medesimi monaci messinesi: della prima delle quali vien detto che Messina e novantotto altre città e ville della Sicilia erano state saccheggiate e date alle fiamme dai Saraceni. Asportarono in quell'occasione i Barbari tutti i bronzi che l'imperadore Costante avea rubato ai Romani, e se ne tornarono ad Alessandria. Abbiamo da Teofane [Paulus Diacon. lib. 5 cap. 23.] che in questo medesimo anno l'imperador Costantino diede il titolo d'Augusti e dichiarò suoi colleghi nell'imperio i due suoi fratelli Eraclio e Tiberio. Privò di vita Giustiniano patrizio padre di Germano, che fu poi patriarca di Costantinopoli, e fece entrare lo stesso Germano nel ruolo degli eunuchi. Il perchè non lo dice la storia.


DCLXX

Anno diCristo DCLXX. Indizione XIII.
Vitaliano papa 14.
Costantino Pogonato imp. 3.
Grimoaldo re 9.