DCLXVI
| Anno di | Cristo DCLXVI. Indizione IX. |
| Vitaliano papa 10. | |
| Costantino, detto Costante, imperadore 26. | |
| Grimoaldo re 5. |
Giacchè non si sa a qual anno precisamente si abbiano a riportare i fatti del Friuli, riferiti da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 17.] circa questi tempi, mi prendo la libertà di farne qui menzione. Morto che fu nei tempi addietro Agone duca del Friuli la cui abitazione in Cividal di Friuli tuttavia a' tempi di Paolo Diacono esisteva, chiamata la Casa di Agone, fu conferito siccome dicemmo, quel ducato a Lupo, uomo di pessimo talento. Costui un giorno all'improvviso con un corpo di cavalleria fece una sorpresa all'isola di Grado, poco lontana da Aquileia, passando per una strada fatta a mano, che dalla terra ferma arrivava colà, la quale par ben difficile a credersi, come notò il padre de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 31.]. Era quell'isola sottoposta all'imperadore, ed ivi dimorava il patriarca cattolico d'Aquileia, appellato gradense. Diede Lupo il sacco a quella chiesa, e ne portò via tutto il tesoro. Allorchè poi dovette Grimoaldo portarsi al soccorso di Benevento assediato, lasciò in Pavia come vicerè e comandante questo Lupo, i cui fatti egregiamente corrispondevano al nome, e gli raccomandò il suo palagio. Commise Lupo in tal congiuntura non poche insolenze in quella città, perchè si lusingava che Grimoaldo non avesse più a tornare; ma s'ingannò. Tornò Grimoaldo, e Lupo temendo il gastigo de' suoi reati, si ritirò nel Friuli, dove diede principio ad una ribellione contro del suo sovrano. Crede il suddetto padre de Rubeis accaduto ciò nell'anno 664. Grimoaldo, che non amava molto d'intraprendere una guerra civile di Longobardi contra Longobardi, perchè non si fidava del popolo suo, segretamente mosse Cacano re degli Unni Avari, affinchè venisse dall'Ungheria a gastigare costui. A man baciate abbracciò Cacano l'assunto, e con un formidabil esercito giunse ad un luogo appellato Fiume, intorno al quale lascerò che disputino gli eruditi furlani. Quivi se gli fece arditamente incontro il duca Lupo, e, per quanto raccontarono a Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 19.] alcuni vecchi che s'erano trovati presenti a quella tragedia, operò di molte prodezze contro di que' Barbari, coi quali per tre volte attaccò battaglia con esito felice. Nella prima li sconfisse, con restar solamente feriti alcuni dei suoi. Nella seconda furono alquanti dei suoi feriti e morti, ma con assaissima strage degli Avari. Nella terza, ancorchè molti Longobardi restassero feriti e morti, pur diede la rotta all'immenso esercito di Cacano, e ne riportò un ricco bottino. Ma raccoltisi i Barbari, vennero nel quarto giorno sì sterminatamente addosso a Lupo, che la sua gente diede alle gambe, ed egli, amando piuttosto di morir che di fuggire, dopo aver date quante prove potè del suo valore, lasciò sul campo la vita. I fuggitivi furlani si ritirarono nelle castella più forti per quivi far difesa, con abbandonar la campagna alla discrezion degli Avari, i quali diedero il sacco a tutto il paese, e parecchi luoghi consumarono col fuoco.
Ora avendo abbastanza operato a tenore dei desiderii del re Grimoaldo, questi fece loro intendere che oramai cessassero di guastar quella provincia, e se n'andassero con Dio. Ma quegl'infedeli non l'intendeano così. La risposta, che spedirono per i loro ambasciatori a Grimoaldo, fu che aveano preso il Friuli a forza d'armi, e che sel voleano ritenere per loro. S'accorse allora Grimoaldo d'essersi tirata la serpe in seno; tuttavia siccome principe animoso adunò in fretta quanti combattenti potè, per cacciar coloro dal Friuli colle cattive, giacchè colle buone più non si poteva; e andò ad accamparsi a fronte de' nemici. Vennero per parlare con lui altri ambasciatori di Cacano, ed egli seppe ben prevalersi della lor venuta. Era picciolo l'esercito longobardo; ma l'accorto re, tenendo a bada con parole per varii giorni quegli ambasciatori, ogni dì dava la mostra alle sue genti, e facendo prendere varii abiti e diverse armi alle truppe già vedute, quasichè ogni dì sopraggiugnessero dei nuovi reggimenti, più volte fece mirare a que' Barbari sotto diversi aspetti le medesime milizie, in guisa che coloro rimasero convinti della innumerabile armata de' Longobardi. Allora Grimoaldo, fatti venire a sè gli ambasciatori: Or bene, disse, riferite a Cacano, che se non la sbriga di tornarsene a casa, con tutta questa gran moltitudine che voi co' vostri occhi avete veduto, io verrò tosto ad insegnargli la strada. Di più non occorse. Cacano, avvertito del pericolo in cui si trovava, decampò, e tornossene al suo paese. Tentò dipoi Varnefrido, figliuolo di Lupo, di succedere in luogo del padre nel ducato del Friuli; ma conoscendo di non aver forze da contrastare col re Grimoaldo, ricorse agli Sclavi, o vogliam dire Schiavoni nella Carintia, ed ebbe tal rinforzo da quella gente, che si figurava già di poter ottenere il suo intento. Ma pervenuto al castello di Nemaso poco lontano da Cividale, quivi dal forte esercito de' Furlani perdè colla speranza del ducato anche la vita. Fu dunque creato duca del Friuli Vettari, oriondo della città di Vicenza, uomo di grande benignità, che soavemente governò dipoi quel paese.
Prima di questi tempi cominciò, e spezialmente prese vigore nell'anno presente, lo scisma della Chiesa di Ravenna. Abbiam veduto con quanta sommessione e prontezza Mauro arcivescovo di quella città intervenne per mezzo de' suoi deputati al concilio lateranense sotto san Martino papa nell'anno 649. Ma questo uomo, accecato dall'ambizione, cominciò da lì innanzi a negare l'ubbidienza dovuta ai sommi pontefici, e praticata da tutti i suoi antecessori [Agnell., in Vita Mauri, tom. 2. Rer. Ital. Rubeus. Hist. Ravennat., lib. 4.]. La permanenza degli esarchi d'Italia in Ravenna, quasichè quella fosse divenuta capo dell'Italia, servì ad esaltar la superbia di questo prelato, ed a cercar la autocefalia, ossia l'indipendenza da qualsivoglia Chiesa superiore, con trasgression manifesta dei canoni del da tutti venerato concilio primo ecumenico niceno. Racconta Agnello [Agnell., tom. 2 Rer. Ital.], che scrisse circa l'anno di Cristo 840, le vite de' vescovi ravennati, autore per altro malaffetto verso la Sede apostolica romana, che il papa (senza fallo Vitaliano) mandò a Ravenna dei legati per intimare a Mauro arcivescovo la sommessione, alla quale egli era tenuto verso il romano pontefice. Rispose Mauro insolentemente di maravigliarsi di questo, perchè era seguito accordo fra loro di non inquietare l'un l'altro, e di aver egli sopra ciò una scrittura sottoscritta dal medesimo papa. Rapportata al pontefice questa risposta, scrisse a Mauro, che se quanto prima non veniva a Roma, lo scomunicava. Diede allora nelle smanie l'iniquo arcivescovo, e presa la penna scrisse una lettera simile, in cui anch'egli scomunicava il papa. Fu portata a Roma questa insolentissima lettera, e lettala, il pontefice in collera la gittò per terra, e poi la fece raccogliere. Quindi portò le sue doglianze all'imperador Costante, pregandolo di ridurre al dovere il temerario arcivescovo. Ma nello stesso tempo scrisse anche Mauro all'imperadore, implorando il di lui patrocinio alle sue pretensioni. Costante, che altre vie non seppe mai battere, se non quelle dell'iniquità, piuttosto che soddisfare alle giuste domande del papa, volle sostener l'eccesso scandaloso dell'arcivescovo. Resta tuttavia il diploma da lui scritto ad esso Mauro, cavato da un codice manuscritto della bibblioteca estense, dove gli significa di aver dato degli ordini in favore di lui a Gregorio suo esarco: il che ci fa conoscere che a Teodoro Calliopa ora succeduto questo nuovo esarco Gregorio. Poscia dichiara e determina che la Chiesa ravennate sia esente in avvenire da ogni superiore ecclesiastico, e specialmente dall'autorità del patriarca di Roma antica, di modo che goda il privilegio dell'autocefalia. Il diploma è dato kalend. Mart. Syracusa. Imperantibus dominis nostris pissimis perpetuis Augustis, Costantino majore imperatore (il che fa sempre più conoscere che il suo nome vero era Costantino benchè l'uso abbia ottenuto di chiamarlo Costante) anno XXV (che tuttavia correa nel marzo del presente anno), et post consulatum ejus anno XIIII (si ha da scrivere XXIII) atque novo Constantino, Heraclio, et Tiberio, a Deo con servatis filiis Constantini quidem anno XIIII Heraclio autem, et Tiberio anno VII. Concorrono tutti questi caratteri ad indicar l'anno presente, e sempre più convincono i lettori essersi ancor qui troppo sconciamente abusato della sua autorità l'imperador Costante, non appartenendo a lui il mutar l'ordine della gerarchia ecclesiastica stabilito dagli Apostoli e regolato dai concilii generali della Chiesa di Dio. Ma di che non era capace questo empio ed infelice Augusto?
DCLXVII
| Anno di | Cristo DCLXVII. Indizione X. |
| Vitaliano papa 11. | |
| Costantino, detto Costante, imperadore 27. | |
| Grimoaldo re 6. |
Circa questi tempi il re Grimoaldo diede per moglie a Romoaldo duca di Benevento, suo figliuolo, Teoderada figliuola di Lupo già duca del Friuli [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 25.], che gli partorì poi tre figliuoli, cioè Grimoaldo II e Gisolfo (amenduni col tempo furono duchi di Benevento), ed Arichi, ossia Arigiso. Vendicossi ancora di tutti coloro che, nell'andare ad esso Benevento in soccorso del figliuolo, lo avevano abbandonato. Ma soprattutto barbarica fu la sua vendetta contro la città del Foro di Popilio, oggidì Forlimpopoli, perchè quel popolo, sottoposto all'esarco di Ravenna avea fatto degl'insulti non solamente a lui nel viaggio alla volta di Benevento, ma molte altre fiate ai suoi messi nell'andare e venire da Benevento. Per l'Alpe di Bardone, cioè per la via di Pontremoli, senza che se ne accorgessero i Ravennati, condusse egli le sue truppe in Toscana in tempo di quaresima, e poi nel sabbato santo piombò addosso a quella misera città, nel tempo appunto, che, secondo l'uso d'allora, si faceva il solenne battesimo de' fanciulli nella chiesa maggiore. A pochi, o a niuno perdonò la inumanità di quei soldati, con aver fino svenati i diaconi che battezzavano i fanciulli. Tale in somma fu la strage di quel popolo e il guasto della città, che pochissimi abitatori vi restavano a' tempi di Paolo Diacono: crudeltà degna di eterna infamia. Portava per altro il re Grimoaldo sommo odio ai Greci e sudditi dell'imperadore, perchè contro la buona fede avessero tradito ed ucciso i suoi due fratelli Tasone duca del Friuli, e Cacone. E questa fu la cagione che, quantunque la città di Opitergio, oggidì appellata Oderzo, fosse già ridotta sotto il dominio de' Longobardi, pure perchè ivi era succeduta la morte de' suoi fratelli suddetti, la fece distruggere dai fondamenti, e partì poi quel territorio, assegnandone una parte a Cividal di Friuli, un'altra a Trivigi, e la terza a Ceneda.