Poco si tardò dopo la morte del santo pontefice Leone a venire all'elezion del successore: e questi fu Benedetto III, cardinale del titolo di san Calisto. Non già la papessa Giovanna, come una volta fu creduto, allorchè per l'ignoranza de' popoli si poteano spacciare ed erano buonamente ricevute anche le più spallate favole. Tale in fatti è ancor questa, nata solamente nel secolo decimoterzo, ma oggidì talmente confutata, e riconosciuta fin dai nemici della religion cattolica, che si renderebbe ridicolo chi assumesse di più sostenerla, o di maggiormente screditarla ed abbatterla. Ma l'assunzione di esso papa Benedetto non passò senza contrasto. Eravi una fazion contraria di Romani che segretamente teneva per Anastasio prete cardinale, già scomunicato e deposto nel concilio romano, e adoperò quante cabale potè per innalzarlo in questa congiuntura. Racconta Anastasio che eletto papa Benedetto, Clerus et cuncti proceres decretum componentes propriis manibus roboraverunt, et ut consuetudo prisca poscit, invictissimis Lothario ac Ludovico destinaverunt Augusti; il che ci fa sempre più intendere ch'era antico il costume, e tuttavia si osservava, di non consecrare il papa eletto, se non dappoichè informatone l'imperadore, prestava l'assenso suo. L'incarico di portar questo decreto alla corte imperiale fu dato a Niccolò vescovo di Anagni e a Mercurio maestro de' militi, cioè generale dell'armi, i quali arrivati a Gubbio trovarono il vescovo di quella città Arsenio, che li guadagnò in favore dello scomunicato Anastasio. Pervenuti alla corte di Lodovico Augusto, in vece di promuovere gli interessi di Benedetto eletto, si studiarono di guadagnar la protezion di lui per mettere esso Anastasio nella cattedra di san Pietro, con rappresentargli probabilmente che la seguita elezione era stata o simoniaca, o violenta, contuttochè il vero fosse che Benedetto avea fatta gran ripugnanza ad accettare il peso del pontificato. Spedì l'imperadore i suoi messi, i quali non sì tosto furono giunti alla città di Orta, che videro venir varii nobili de' primarii di Roma, tutti fautori di Anastasio; e poscia in vicinanza di Roma con loro si unirono Rodoaldo vescovo di Porto ed Agatone vescovo di Todi. Intanto l'eletto papa Benedetto inviò incontro ai ministri imperiali due vescovi, ma questi contra l'intenzione dell'imperadore furono ritenuti e consegnati alle guardie. Nel giorno seguente andò ordine per parte di essi ministri a tutto il clero, senato e popolo romano di venir loro incontro sino a Ponte Molle, per intendere i comandamenti dell'imperadore. Così fecero, senza sapere che inganno fosse preparato. Con questo solenne accompagnamento l'accecato dalla sua ambizione Anastasio entrò nella basilica vaticana, poscia occupò il palazzo lateranense, e fatto spogliar Benedetto degli abiti pontificali, con istrapazzi non pochi il fece ritener sotto buona guardia. Allora furono incredibili gli urli e i pianti del clero e popolo, il quale nel giorno appresso si raunò nella chiesa di santa Emiliana, dove si portarono anche i ministri imperiali con grande alterigia, accompagnati da una copiosa frotta di armati, sperando pure o procurando d'indurli ad eleggere il suddetto miserabil Anastasio. Ma si trovò ne' vescovi specialmente, e poi nel resto del clero e popolo tal costanza in quel giorno e nel seguente, gridando tutti di voler Benedetto, e di essere pronti piuttosto a morire che ad accettare l'indegno personaggio loro proposto, che gli uffiziali dell'imperadore convennero nel loro sentimento, e fatto cacciar fuori del palazzo Anastasio suddetto, rimisero in libertà Benedetto. Dopo tre giorni di digiuno fu solennemente confermata l'elezion di esso Benedetto, ed egli susseguentemente nel dì 24 di settembre consecrato, diede l'assoluzione a chiunque pentito la dimandò, fuorchè al vescovo di Porto.

Nel quarto dì di febbraio dell'anno presente fu celebrato in Pavia un concilio [Labbe, Concil., tom. 8.] di molti vescovi, presidenti del quale furono Angilberto arcivescovo di Milano, Andrea patriarca di Aquileia (quando non si ammetta Andrea II fra que' patriarchi, questo nome si dee credere posto in vece di Teutimaro; oppure quel concilio appartiene ad altro anno) e Giuseppe vescovo d'Ivrea, arcicappellano della corte cesarea. Truovansi in esso pubblicati alcuni bei regolamenti per la disciplina ecclesiastica. Ed altri in fine ne aggiunse l'Augusto Lodovico, spettanti al buon governo civile, da me [Rer. Ital., Part. II, tom. 1 Leg. Langobard.] dati alla luce fra le leggi longobardiche. Truovasi dipoi esso imperadore da lì a quattro giorni in Mantova, da che si legge un suo diploma [Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 55.], dato in quella città VI idus februarii dell'anno presente, in favore di Rorigo vescovo di Padova. Questo poi fu l'anno in cui Lottario Augusto suo padre cominciò a sentir sopra di sè la mano di Dio, e a riconoscere ch'era mortale. Assalito da una lenta malattia, cercò indarno medici che sapessero l'arte di guarirlo. Un tale avviso servì di sprone al suddetto imperador Lodovico per desiderare un abboccamento con Lodovico re di Germania suo zio, affine di averlo favorevole, ogni qual volta mancasse di vita suo padre. Secondo le notizie recate da Gian-Giorgio [Eccard., Rer. Franc., lib. 30.], Eccardo seguì il loro congresso in Trento. Ivi si trattò di molti affari utili alla Cristianità, ed amendue si partirono di là in buona concordia. Crescendo intanto ogni dì più la infermità dell'imperadore Lottario, ed accortosi egli di camminare a gran passi verso il sepolcro, seriamente pensò a prendere congedo dal mondo, e insieme a profittar di questo poco tempo per far penitenza de' molti suoi eccessi, e poter comparire in morte diverso da quello ch'era stato in vita [Annal. Franc. Metenses. Erchemp., Hist., cap. 19.]. Convocata una dieta de' suoi baroni, divise i regni fra i tre suoi figliuoli legittimi. A Lodovico II già dichiarato imperadore, confermò il dominio dell'Italia. A Lottario suo secondogenito lasciò la Francia di mezzo, cioè il regno situato fra il Reno e la Mosa, di cui si è parlato all'anno 843. Dal nome di questo giovane re cominciò poi quell'ampio tratto di paese ad appellarsi Lottaringia, che noi ora diciamo Lorena, se non che la moderna Lorena è una parte picciolissima dell'antica. A Carlo suo terzogenito lasciò il regno della Provenza. Questi da Erchemperto vien chiamato Carletto. Dopo di questo l'Augusto Lottario passò al celebre monistero di Prumia, nella diocesi di Treveri, e quivi preso l'abito monastico con tutta umiltà, rinunziò affatto agli affari del mondo presente, ed attese a prepararsi per l'altro. Da lì appunto a sei giorni, nel dì 28 di settembre, finì di vivere; principe saggio in morte, ma non così in vita, che a molte virtù accoppiò maggior numero di vizii, nè mai meritò di essere messo nel ruolo de' santi, come han fatto i buoni monaci, solamente perchè incalzato dalla vicina morte, per qualche giorno portò le divise di monaco. Fu egli il primo, a mio credere, che introdusse, oppur dilatò in Italia l'abuso, tanto tempo prima cominciato in Francia, di dare in commenda i monisteri non men dei monaci che delle monache, ai vescovi e ad altri ecclesiastici, e insino alle imperadrici e alle principesse reali, e fino ai secolari di corte o della milizia: abuso, dissi, che durò poi, anzi smisuratamente crebbe negli anni susseguenti, più forza avendo i cattivi che i buoni esempli nel cuore guasto degli uomini. Nell'epitaffio di questo principe si legge:

Qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis.

Anche il Blanc [Blanc, des Monnoyes de Rois.] pubblicò una sua moneta, nel cui diritto sta HLOTHARIVS IMP. AV., e nel rovescio VENECIA. Pensò l'Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 31, cap. 2.] bastante questa moneta a farci conoscere che la città di Venezia fosse in que' tempi sottoposta al dominio dei re franchi. Ma ciò è lontano dal vero. Dagli stessi diplomi degl'imperadori franzesi, citati dal Dandolo [Dandulus, tom. 11 Rer. Italicar.], chiaramente si ricava che quell'inclita città era esclusa dal regno d'Italia; e se riconosceva superiore, questi era tuttavia l'imperador de' Greci. La Venecia di quella moneta altro non è che la città di Vannes in Francia, appellata dai Latini Venecia. Così nelle monete d'allora s'incontra VIRDVNVM, CAMERACVS, MEDIOLANVM, perchè quivi furono esse battute.


DCCCLVI

Anno diCristo DCCCLVI. Indizione IV.
Benedetto III papa 2.
Lodovico II imperad. 8, 7 e 2.

Ci fan sapere gli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.] che l'imperator Lodovico II restò mal soddisfatto della division fatta dal padre dei suoi stati. Pretendeva egli che l'Italia fosse a lui pervenuta per donazione dell'avolo suo Lodovico Pio: però chiedeva, qual fosse la parte che gli dovea toccare della eredità paterna, quando gli altri due fratelli aveano assorbito tutti gli stati d'oltramonti. Ne fece querela presso dei re suoi zii, cioè di Lodovico re di Germania e di Carlo Calvo re di Francia; ma indarno la fece. Erano prima di lui ricorsi i primati della Lorena ad esso re Lodovico, per assicurar quel regno nella persona del giovane re Lottario, e il trovarono, o il renderono favorevole ai lor desiderii. Nel maggio di quest'anno, per gli diplomi rapportati dal Margarino [Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.], si conosce che il suddetto imperadore fu in Brescia, dove confermò a Gisla sua sorella, dimorante nell'insigne monistero di santa Giulia, la signoria ossia il governo di quel sacro luogo, e ratificò eziandio i privilegii del medesimo. Abbiamo anche da Andrea Dandolo [Dandul., in Chr., tom. 12 Rer. Italic.] ch'egli si trovava in Mantova, allorchè Pietro doge di Venezia gli spedì per suo legato un certo Deusdedit, ed ottenne la conferma dei privilegii e delle esenzioni de' beni che il clero e popolo di Venezia possedevano negli stati dell'imperio, ossia del regno d'Italia. E perciocchè anche allora si considerava qual cosa rara essa città di Venezia, fabbricata in mezzo all'acque del mare, il medesimo Augusto coll'imperadrice Angilberga sua moglie volle visitarla. Vennero loro incontro i due dogi, cioè il suddetto Pietro e Giovanni suo figliuolo, sino a san Michele di Brondolo con suntuoso accompagnamento, e fecero loro quanto onore poterono. In segno poi di amore e di pace esso Augusto tenne al sacro fonte un figliuolo del medesimo doge Giovanni. Non so io l'anno preciso in cui succedette un fatto narrato dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., Paralipom., cap. 79.]. Certo fu dappoichè Adelgiso fu divenuto principe di Benevento. Ora egli racconta che Pietro (non è chiaro, se allora o se poi) principe di Salerno confermò l'amicizia e lega coi Beneventani. Raunato poscia un copioso esercito di Salernitani, insieme coll'oste di Benevento condotta dal suddetto principe Adelgiso, amendue passarono alla volta di Bari con pensiero di formarne l'assedio, e di levare ai Saraceni quel nido, occasione di tante sciagure alle lor contrade. Ma vennero loro incontro con grande strepito quelle barbare schiere, e in un momento attaccarono la zuffa. Riuscì questa assai calda, e in fine tal fu il valore de' Longobardi, che i Saraceni furono obbligati a piegare e a prendere la fuga. Quand'ecco giugnere una fresca e poderosa brigata d'altri Saraceni, che dando addosso agli stanchi Cristiani, gli sbaragliò. Molti restarono nel campo estinti; gli altri, e parte d'essi feriti, si diedero alle gambe. Orgogliosi per questa vittoria i Saraceni, scorsero dipoi per gli principati di Benevento e di Salerno, uccisero non poche persone, menarono in ischiavitù le lor mogli e figliuoli; e carichi in fine d'immenso bottino, se ne ritornarono a Bari. In quest'anno poi, secondo i conti di Camillo Pellegrino [Erchempert., Chron. c. 27. Chron. Vulturn. P. II, tom. 1 Rer. Ital.], la città di Sicopoli fabbricata dai Capuani, o per accidente, oppure per iniquità di taluno, interamente fu desolata da un incendio, di maniera che non vi restò in piedi se non il palazzo del vescovo, cioè di Landolfo vescovo di Capua, fratello di Pandone conte ossia principe di quella città. Allora Landone e gli altri suoi fratelli presero la risoluzione di abbandonar quel sito montuoso, e di calare al piano col popolo. Diedersi infatti a fabbricare presso il ponte Casalino del fiume Volturno una città nuova, a cui posero il nome di Capua nuova, che è la Capua di oggidì, lontana tre miglia dall'antica desolata Capua. Potrebbe nondimeno essere che più tardi succedesse la fabbrica di questa città, scrivendo Giovanni monaco, autore della Cronaca di Volturno, che Landolfo conte di Capua nell'anno 841, abbandonata Capua vecchia, portossi ad abitare nel monte Triflisco, con altro nome chiamato Sicopoli, e da lì a tre anni morì, cioè più tardi di quel che suppose Camillo Pellegrino. Poscia Landone conte suo figliuolo abitò in Sicopoli per anni tredici ed otto mesi, dopo i quali rimase quella città affatto consumata dal fuoco. Il perchè avendo tenuto consiglio co' suoi fratelli Landenolfo, Pandone e Landolfo vescovo, edificarono Capua nuova al piano, dove signoreggiò esso Landone per anni tre e mesi otto. Ed allora i Capuani cominciarono ad avere infinite guerre coi Napoletani. Nè si dee tacere che in quest'anno venne a Roma per sua divozione [Anastas. Biblioth., in Vit. Benedicti III.] Etelvolfo re dei Sassoni occidentali in Inghilterra, e portò dei gran regali alla basilica di san Pietro. Passando poi nel suo ritorno per la Francia, prese per moglie Giuditta figliuola del re Carlo Calvo, e la condusse ai suoi paesi. Ma poco sopravvisse, perchè nell'anno 858 fu rapito dalla morte. Patì la città di Roma nel gennaio di quest'anno una fiera inondazione del Tevere, alla quale tenne dietro la pestilenza, per cui perì una gran quantità di persone. Abbiamo anche dagli Annali di san Bertino che in quest'anno Saraceni de Benevento Neapolim fraude adeuntes, vastant, diripiunt, et funditus evertunt. Probabilmente vuol dire che toccò questo flagello al territorio, ma non già alla città di Napoli.


DCCCLVII