Dagli Annali di san Bertino [Annales Franc. Bertiniani.] impariamo che in questi tempi insorse non poco di amarezza fra Michele imperador de' Greci e Lodovico II imperador d'Occidente, perchè questi avea contratti gli sponsali con una figliuola del greco Augusto, e si andavano differendo le nozze. Graeci contra Ludovicum filium Lotharii regem concitantur propter filiam imperatoris constantinopolitani ab eo desponsatam, sed ad ejus nuptias venire differentem. Ma a questo racconto sembra opporsi una carta di Lodovico stesso imperadore, da me accennata di sopra all'anno 850. Per attestato di essa, in quell'anno esso Augusto pare che prendesse per moglie Angilberga, che veramente fu imperadrice: come dunque nell'anno presente si lagnavano i Greci perchè egli non concludesse le nozze colla lor principessa, con cui già erano seguiti gli sponsali? Altro non saprei dire, se non che nell'anno 850 seguissero solamente gli sponsali con Angelberga, e che prima di effettuarne il matrimonio, venisse in campo il trattato con una figliuola del greco Augusto. Oppure che tardassero i Greci a sapere il matrimonio seguito di esso imperador Lodovico, benchè per via di Venezia avessero facile il commercio coll'Italia; e che saputolo in fine, se ne risentissero verso questi medesimi tempi. Abbiamo poi dai sopraddetti Annali, che i Romani veggendosi malmenati dai Mori ossia dai Saraceni, e che Lottario Augusto, dimentico dei doveri di un buon padrone, niuna cura prendeva della lor difesa, inviarono al medesimo delle doglianze. Ma Lottario viveva anche dimentico di Dio, dato unicamente alla caccia e ai piaceri. Dopo la morte dell'imperadrice Ermengarda sua moglie aveva egli preso al suo servigio due contadinelle, serve ossia schiave sue, una anche delle quali gli partorì un figliuolo, appellato Carlomanno. E intanto i Normanni già avvezzati a fare ogni anno visita alla Francia, anche nel presente occuparono e spogliarono la città di Nantes, con uccidere il vescovo e molti del clero e del popolo. Presero parimente la città di Tours, e la diedero alle fiamme. Lascio andare il resto della lor crudeltà. Tenne in quest'anno lo zelantissimo papa Leone IV in Roma, correndo il mese di dicembre, un concilio [Labbe, Conciliorum tom. 8.] di sessantasette vescovi, in cui furono pubblicati quarantadue canoni spettanti alla disciplina ecclesiastica. In esso concilio fu deposto Anastasio prete cardinale del titolo di san Marcello, diverso da Anastasio bibliotecario, perchè per cinque anni era stato assente dalla sua parrocchia contro il divieto dei canoni, e dimorava in Lombardia. Chiamavansi allora cardinali in Roma quei ch'erano veri e proprii parrochi di qualche chiesa parrocchiale, o diaconi, cioè veri e proprii rettori di qualche diaconia, ossia spedale, come ho dimostrato altrove [Antiquitat. Italic., Dissert. LXI.]. Lo stesso si trova praticato in Ravenna, in Milano, in Napoli ed in altre città. Ma anche allora in gran riputazione e stima erano i parrochi e diaconi suddetti, perchè principali ad eleggere il papa, e massimamente perchè i papi per lo più si eleggevano dal corpo d'essi parrochi e diaconi.
Il papa con sue lettere il chiamò, e tre vescovi inoltre furono deputati per invitare il suddetto Anastasio al concilio, con avervi anche interposta la loro autorità Lottario e Lodovico imperadori: il che fa intendere in che pregio fosse allora la dignità de' parrochi di Roma, che andò poi sempre più crescendo sino allo splendore, in cui oggi si mira l'ordine cardinalizio. Essendo anche stato inviato a Roma da Etelvolfo, re dei Sassoni occidentali dell'Inghilterra, Alfredo suo figliuolo [Asser, Hist. Anglican.], papa Leone solennemente lo unse in re della sua nazione, e il prese per suo figliuolo adottivo. Dissi, all'anno antecedente, che Siconolfo principe di Salerno pria di morire raccomandò il suo piccolo figliuolo Sicone alla cura di un certo Pietro suo padrino [Anonym. Salernitan., Paralipom., cap. 80.]. Costui vinto dagli stimoli dell'ambizione, mettendosi sotto i piedi il giuramento della fedeltà, seppe far tali istanze e maneggi, che indusse il popolo a riconoscerlo per collega di Sicone nel principato salernitano, col pretesto che il fanciullo avesse bisogno pel governo di un compagno. Nè di ciò contento, fece anche ricevere per suo collega Ademario, suo figliuolo, non so ben se nell'anno presente o nel susseguente. Nella Cronica del monistero di Volturno, da me pubblicata [Chron. Vulturnens., Part. II, tom 1 Rer. Italic.], nell'aprile dell'anno 858 correva l'anno V del principato d'esso Ademario. Da lì poscia a poco tempo Pietro, affinchè Ademario restasse solo sul trono, insinuò all'innocente Sicone, ch'era bene per lui l'andarsi a fermare per qualche tempo nella corte dell'imperador Lodovico II, a motivo d'imparar la gentilezza e la politica in quella buona scuola. Ubbidì il nobil garzone, e fu con tutta benignità accolto da esso Augusto, nella cui corte si fermò poi per alquanti anni. Par ben questo più verisimile, che il racconto di Erchemperto, da cui di sopra intendemmo che Lodovico imperadore concedette il principato di Salerno ad Ademario forte ed illustre personaggio, e mandò in esilio il figliuolo di Siconolfo. Seguita poi a dire il suddetto Anonimo, che cresciuto in età Sicone, l'Augusto Lodovico il fece cavaliere, e con onore il rimandò al suo principato di Salerno. Giunto egli a Capua, quivi si fermò, e guadagnossi l'amore di ognuno, ma spezialmente di Landone conte ossia principe di quella città, e di Landolfo vescovo di lui fratello, perchè era giovinetto di bello aspetto, di alta statura e di tal robustezza, che gittava la targa ossia lo scudo (se pure non è scorretta quella parola) fin sopra l'anfiteatro di Capua, ch'era allora in piedi, edificio di mirabil altezza e di non minor bellezza, del quale negli anni addietro eruditamente fece un trattato il canonico Simmaco Mazocchi. Stavano coll'occhio aperto Pietro e Ademario, osservando gli andamenti del giovane lor collega Sicone, nè piacendo loro tanta sua intrinsechezza coi Capuani, spedirono colà gente sperta nelle iniquità, che segretamente gli diedero da bere, e il mandarono al mondo di là. Da un placito [Chron. Vulturnens. P. II, tom. 1 Rer. Ital.] tenuto nel territorio di Balva o Valva, città allora del ducato di Spoleti, confinante a Sulmona, si raccoglie che in questi tempi era duca di Spoleti Guido, del quale già parlammo all'anno 843. Per ordine dell'imperador Lodovico e di esso Guido, tenuto fu quel giudizio, e v'intervenne anche Arnolfo vescovo di Balva.
DCCCLIV
| Anno di | Cristo DCCCLIV. Indizione II. |
| Leone IV papa 8. | |
| Lottario imper. 35, 32 e 15. | |
| Lodovico II imperad. 6 e 5. |
Correvano già quarant'anni che la città di Centocelle, colle mura per terra, e dagli abitanti fuggiti, per timore de' Saraceni, abbandonata, era divenuta un deserto [Anastas. Bibliothec., in Vita Leon. IV.]. I suoi cittadini, a guisa di fiere, abitavano per gli boschi e monti, e neppur ivi si tenevano sicuri. Pensava tutto dì il vigilantissimo papa Leone alla maniera di sovvenir alle miserie e al bisogno di questi suoi sudditi. Ispirato da Dio, fece cercare un sito proprio per fondarvi una nuova città, dove fosse abbondanza di acque e comodo per mulini. Si ritrovò questo dodici miglia lungi dalla suddetta città di Centocelle, e però quivi con tutto vigore fu dato principio alla fabbrica delle mura, delle porte, chiese e case; e compiuto il lavoro, vi si portò il papa a visitarlo e benedirlo, con ordinar che tal città portasse da lì innanzi il nome di Leopoli. D'essa oggidì forse non resta vestigio. E perciocchè quegli abitanti col tempo dovettero tornare alla città vecchia di Centocelle, però giustamente si può conghietturare che il nome di Centocelle si mutasse nel moderno di Cività Vecchia. Restò in quest'anno alquanto turbata la buona armonia fra Lottario imperadore e il re Lodovico suo fratello [Annales Franc. Bertiniani.]. Una parte del popolo di Aquitania, disgustata del re Carlo Calvo, mandò ad esibirsi pronta a ricevere per suo re Lodovico figliuolo di esso Lodovico re della Germania. Non lasciò l'ingorda ambizione cadere per terra cotal offerta. Andò esso giovane Lodovico, e fu accettato da quella fazione. Mise questa novità il cervello a partito del re Carlo; e però si strinse in lega particolare coll'imperador Lottario, al quale neppur piacea che il fratello Lodovico volesse accrescere la sua potenza collo spoglio degli altri fratelli. Passò il re Carlo in Aquitania collo esercito suo, ma non altro fece che mettere a fuoco parte del paese. Essendovi nondimeno ritornato con più forze [Annal. Franc. Fuldenses.], e scorgendo il giovane Lodovico che non mancavano nell'Aquitania varii popoli contrarii ai di lui disegni, abbandonò quell'impresa e tornossene a casa: e tanto più perchè Pippino figliuolo del già re Pippino, scappato dal monistero, dove stava rinchiuso, fu ben accolto dalla maggior parte degli Aquitani. Per cagione di tali turbolenze seguì nell'anno presente un abboccamento fra i due fratelli Lottario imperadore e Lodovico re di Germania. Sulle prime passarono fra loro delle parole calde; ma in fine si rappezzò la buona amicizia: del che prese molta gelosia e sospetto il re Carlo Calvo. In quest'anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino, terminò il corso di sua vita Radelgario principe di Benevento. Ma forse all'anno precedente si dee riferire la sua morte [Erchempertus, Hist., cap. 20.]. Ebbe per successore Adelchi ossia Adelgiso suo fratello, uomo di costumi dolci e mansueti, e sì cortese, che non v'era persona che non lo amasse. Contuttociò, a cagion de' Saraceni e della division del ducato, ogni dì più andavano peggiorando gli affari in quelle contrade. Nè si dee tralasciare che in questi tempi, per quanto eruditamente osservò il padre Mabillone [Mabillonius, in Annal. Benedictin. lib. 34, cap. 72.], fioriva in Roma Giovanni Diacono della santa Chiesa romana, autor della vita di san Gregorio Magno e d'altre opere, delle quali fa menzione la storia letteraria. Da un placito, che si legge nella Cronica del monistero di Volturno [Chron. Volturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], si raccoglie che in questi tempi era tuttavia duca di Spoleti Guido, di cui fu fatta menzione nell'anno antecedente. In quest'anno noi troviamo Lodovico II Augusto in Brescia nel dì 13 di giugno, dove con suo diploma confermò i beni della chiesa di Novara a Dodone vescovo. In esso egli s'intitola imperadore augusto, e figliuolo dell'invittissimo signore Lottario imperadore.
DCCCLV
| Anno di | Cristo DCCCLV. Indizione III. |
| Benedetto III papa 1. | |
| Lodovico II imper. 7, 6 e 1. |
Avvenne in quest'anno in Roma un accidente fastidioso, di cui ci ha informati il solo Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth., in Vita. Leonis IV.]. Daniello maestro de' militi, ossia uno dei generali delle milizie, andò a trovare lo imperador Lodovico, e gli rivelò che Graziano superista della città di Roma, creduto da esso Augusto uomo fedele nel di lui servigio, nella propria casa di esso Daniello avea detto a lui solo: Che i Franchi (ossia Franzesi) niun bene faceano, niun aiuto davano al popolo romano (maltrattato o minacciato tutto dì dai Saraceni), e che piuttosto colla forza lo spogliavano delle loro sostanze. Perchè non chiamiamo piuttosto i Greci, trattando con esso loro un accordo di pace, e non ci leviamo di sotto al regno e alla signoria de' Franchi e della sua gente? Quare non advocamus Graecos, cum eis foedus componentes, et Francorum regem et gentem de nostro regno et dominatione non expellimus? Di più non occorse perchè l'Augusto Lodovico andasse nelle furie, e senza perdere tempo s'incamminasse alla volta di Roma con delle soldatesche, come si può credere, ma senza far precedere, giusta il costume, le lettere di avviso al papa e al senato romano. Contuttociò il buon papa Leone IV il ricevette coi soliti onori sopra le scalinate della basilica di san Pietro; e udite le sue querele, cercò di placarlo colle più dolci parole che seppe adoperare. In uno dei giorni appresso lo stesso imperadore, assiso col pontefice e con tutti i baroni romani e franzesi, tenne un solenne giudizio nella sala già fabbricata da papa Leone III. Quivi Daniello pubblicamente disse: Iste Gratianus habuit mecum consilium, hanc romanam terram de vestra tollere potestate, et Graecis tradere illam. Allora non solamente Graziano, ma i nobili romani tutti, alzatisi in piedi davanti all'imperadore, gridarono che costui mentiva, e non essere vero in conto alcuno ciò ch'egli diceva. Mancavano a Daniello i testimoni per provare l'accusa; e però come calunniatore secondo le leggi romane fu giudicato reo, ed egli stesso confessò il fallo; dopo di che fu dato in mano a Graziano, acciocchè ne facesse quel che gli parea. Ma avendolo poi l'imperadore chiesto in grazia, ed essendosene contentato Graziano, costui restò liberato dal pericolo della morte. Se ne tornò a Pavia l'imperadore, e tal fine ebbe un sì delicato affare, dal quale, siccome avvertirono il padre Pagi e l'Eccardo chiaramente si deduce la sovranità degl'imperadori di que' tempi in Roma stessa e nel suo ducato. Poco stette dipoi il sommo pontefice Leone IV ad essere chiamato da Dio al premio delle fatiche da lui sostenute in un sì affannoso pontificato. Accadde la morte sua nel dì 17 di luglio; ma dura e durerà la memoria di questo papa, insigne per tante opere della sua pia munificenza descritte lungamente da Anastasio, ossia dall'autore della sua vita, ma più per la santità del viver suo, per cui meritò di essere registrato nel catalogo de' santi. A questo pontefice (piuttosto che a papa Leone terzo) credono gli eruditi, che si abbiano a riferir due squarci di lettere scritte, secondo Graziano [Gratian., cap. 9, Dissert. X, et cap. 14, 2, n. 17.], a Lottario e Lodovico imperadori, nel primo de' quali son le seguenti parole: De capitulis vel praeceptis imperialibus vestris vestrorumque praedecessorum irrefragabiliter custodiendis et conservandis, quantum valuimus et valemus, Christo propitio, et nunc et in aevum nos conservaturos, modis omnibus profitemur. Et si fortasse quilibet alter vobis dixerit, vel dicturus est, sciatis, eum pro certo mendacem. Nel secondo si leggono quest'altre: Nos si incompetenter aliquid egimus, et subditis justae legis tramitem non conservavimvs, vestro, ac missorum vestrorum cuncta volumus emendare judicio. Inde magnitudinis vestrae magnopere clementiam imploramus, ut tales ad haec, quae diximus, perquirenda missos in his partibus dirigatis, qui Deum per omnia timeant, et cuncta (quemadmodum si vestra praesens fuisset imperialis gloria) diligenter exquirant. Et non tantum haec sola, quae superius diximus, quaerimus, ut examussim exagitent, sed sive minora, sive etiam majora illis sint de nobis indicata negotia, ita eorum cuncta legitimo terminentur examine, quatenus in posterum nihil sit, quod ex eis indiscussum vel inde finitum remaneat. Passi tali servono anche essi per farci sempre più intender il sistema del governo temporale d'allora in Roma.