DCCCLX

Anno diCristo DCCCLX. Indizione VIII.
Niccolò papa 5.
Lodovico II imp. 12, 11 e 6.

Da un bel placito ch'io diedi alla luce [Rer. Italic, P. II, tom. 2, pag. 928.], tratto dalle memorie del monistero casauriense, vegniamo in conoscenza che l'imperador Lodovico per la Romania (oggidì Romagna) era venuto nel ducato di Spoleti pro justitiarum commoditate, et malignorum astutia deprimenda: al che egli giornalmente faceva attendere i suoi ministri. Giunto poi intra fines Haesinos, et Camertulos, cioè fra Jesi e Camerino, quivi ordinò che alzassero tribunale Vibodo vescovo di Parma (il quale troppo tardi vien supposto dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Parmensib.] succeduto nella cattedra parmigiana a Rodoaldo, cioè a chi non fu mai vescovo di Parma) e Adalberto contestabile e Vepoldo conte del palazzo ed Eccideo coppier maggiore, con altri. Venne citato alla lor presenza Ildeberto conte, ad oppressiones, quas fecerat, emandandas. Aveva un certo Adalberto ceduto all'imperadore tutti i suoi beni posti in finibus Italiae, Tusciae, Spoleti et Romaniae; ma con riceverli poi di nuovo da lui a livello, sua vita natural durante. Quindi gli avea o donati o conceduti al suddetto Ildeberto conte, senza permission dell'imperadore; e però fu giudicato che quei beni tornassero in potere e dominio d'esso Augusto. Forse fu questo Ildeberto conte di Marsi. Tuttavia ho io sospettato altrove che egli possa essere stato duca di Camerino, perchè conti erano spesse volte appellati anche i duchi e marchesi. Un suo placito tenuto in Marsi [Antiquit. Ital., Dissert. VI.] nell'anno 850, si dice scritto anno comitatus ejus VII. E potrebbe essere che conte o duca ei fosse in compagnia di Guido, da noi veduto di sopra; perciocchè quel ducato soleva essere governato da due duchi, non so se in solido, oppure dall'uno di qua dall'Apennino e dall'altro di là, veggendosi da qui avanti due ducati di Spoleti e di Camerino. Ma non ci somministra la storia bastanti lumi per ben decidere questo punto. Sotto quest'anno s'ha dagli Annali di s. Bertino [Annal. Francor. Bertiniani.] che l'imperador Lodovico suorum factione impetitur, et ipse contra eos ac contra Beneventanos rapinis atque incendiis desaevit. Noi restiam qui al buio, perchè di questo fatto niuna spiegazione, anzi neppur memoria ci han lasciato i pochi scrittori d'Italia, de' quali si son salvate le storie. Forse nel ducato di Spoleti s'era suscitata qualche ribellione, e a questo fine colà si portò l'imperador suddetto. Ma del male fatto ai Beneventani in questi tempi niun'altra testimonianza ci resta che questa. Seguita poi a dire il suddetto storico bertiniano che i Danesi, cioè i Normanni, che aveano passato il verno alla foce del Rodano, alla prima stagione vennero per l'Arno a Pisa, e quella città con altre presero, misero a sacco e devastarono. Se questo è vero, ben poca cura doveano allora avere gli Italiani di ritener ben fortificate e guernite di buone mura le loro città: che non volavano già, come gli uccelli per aria, quei Barbari; e le mura d'una città bastavano, massimamente in que' tempi, a fermar l'empito d'ogni più poderoso esercito. Sappiamo ancora dagli Annali di Fulda [Annal. Francor. Fuldenses.] che il verno di quest'anno fu sì fiero che Mare Jonium glaciali rigore ita constrictum est, ut mercatores, qui nunquam antea nisi vecti navigio, tunc in equis quoque et arpentis mercimonia ferentes Venetiam frequentarent. Qui si parla della città italica di Venezia, la cui laguna anche nel rigoroso verno del 1709 talmente aggiacciata si vide, che su pel ghiaccio dalle carrette e dai cavalli convenne portarvi le mercatanzie e le provvisioni del vitto.

Aggiungono gli Annali di Metz [Annal. Franc. Metenses.], che il suddetto imperador Lodovico in questo anno plurima bella strenuissime gessit adversus Sclavorum gentem. È ben da compiagnere la storia d'Italia, che ci lascia per tanto tempo digiuni de' fatti ed avvenimenti d'allora, con restarne solo un qualche barlume presso gli storici oltramontani; se non che Andrea, prete italiano e scrittore di questo secolo, nella sua storia breve [Andreas Presbyt., Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.] attesta anch'egli essere stata, domni Hludovici imperatoris anno X, Indictione octava, cioè nell'anno presente, tanta la neve caduta, e sì fuor di misura il freddo, che perì gran copia di seminato, e si seccarono le viti alla pianura, e gelò nelle botti il vino. Dopo di che, un cerio Uberto, dimentico dei tanti benefizii a lui fatti dall'imperador Lodovico, e dei giuramenti a lui prestati, unitosi coi Borgognoni, se gli ribellò. Spedì Lodovico contra di lui Conrado colle sue milizie, e bisognò venire ad un fatto d'armi, in cui restò ucciso il suddetto Uberto, colla perdita ancora di molti dalla parte dell'imperadore. Ci fa poi sapere la storia ecclesiastica che cominciò a bollir forte la controversia della deposizione di santo Ignazio patriarca di Costantinopoli, e dell'intrusione di Fozio, per cui il vigilantissimo ed intrepido papa Niccolò non perdonò a diligenza, uffizii, preghiere e minacce, affin di medicar quella piaga. Spedì egli in quest'anno a Costantinopoli i suoi legati, perchè s'informassero ben di quegli affari. Fece anche istanza all'imperador Michele, perchè restituisse alla Chiesa romana i patrimonii di Calabria e Sicilia. Non men di rumore faceva allora la persecuzion di Lottario re di Lorena contra della regina Teotberga sua moglie, che nell'anno presente fu imputata di varii finti delitti; e quantunque ella si difendesse col giudizio dell'acqua bollente, qual rea fu cacciata dall'impudico marito in un monistero. Ma ella se ne fuggì di colà, e si ridusse in casa di Uberto suo fratello nel regno di Carlo Calvo. Ora paventando Lottario che Carlo non si movesse contra di lui, comperò la lega ed assistenza del re della Germania Lodovico suo zio, con cedergli tutta l'Alsazia. In questo anno ancora (se pur fece bene i conti Camillo Pellegrino) Erchemperto racconta [Erchempertus, Hist., cap. 27.] che Landone conte, ossia principe di Capua, colto da una grave paralisia, fu confinato in un letto. Sergio duca di Napoli, ciò inteso, senza mettersi pensiero delle convenzioni già seguite fra lui e i Capuani, assistito da un rinforzo datogli da Ademario principe di Salerno, mosse guerra al giovane Landone, che in difetto del padre aveva assunto il governo. Nè avendo rispetto alcuno alla festa di san Michele, celebrata con solennità dai Capuani, anzi da tutti i Longobardi, nel dì 8 di maggio, siccome tenuto per protettore da tutta quella nazione; e senza ricordarsi che in quello stesso giorno anticamente i Beneventani aveano data una gran rotta ai Napoletani, mandò i suoi due figliuoli, cioè Gregorio maestro de' militi, e Cesario, coll'esercito di Napoli e di Amalfi all'assedio di Capua. Ma allorchè giunsero al ponte di Teodemondo, il giovanetto Landone coi Capuani, a guisa di un lione, sì bravamente gli assalì, che sbaragliolli, e fece prigioni ottocento di essi col suddetto Cesario.


DCCCLXI

Anno diCristo DCCCLXI. Indizione IX.
Niccolò papa 4.
Lodovico II imp. 13, 12 e 7.

Reggeva in questi tempi la chiesa di Ravenna Giovanni arcivescovo, uomo, in cui non si sa se maggior fosse l'ambizione o pur l'interesse. Portaronsi a Roma varii cittadini ravennati a farne doglianza al sommo pontefice, e ad implorare rimedio alle continue ed intollerabili vessazioni che da lui ricevevano. Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. Nicolai I.] ne tesse il catalogo, con dire che questo arcivescovo scomunicava la gente a suo capriccio. Non permetteva ai vescovi della sua diocesi e ad altri di andare a Roma. Aveva occupato non pochi beni della Chiesa romana e di varii particolari. Sprezzava i messi della Sede apostolica, stracciava gli strumenti degli affitti o livelli della Chiesa romana, e gli appropriava a quella di Ravenna. Quei preti e diaconi che non solo in Ravenna, ma in altre città dell'Emilia erano immediatamente sottoposti alla santa Sede, li deponeva senza giudizio canonico, e li faceva mettere in prigione, o in fetenti ergastoli; senza sapersi ben capire come, se comandavano in quella città gli uffiziali del papa, si potessero dall'arcivescovo commettere tante oppressioni, e tener birri e prigioni. Fu pertanto esso arcivescovo più volte ammonito con lettere e messi dal papa a desistere da sì fatte violenze e novità; ma egli faceva il sordo. Citato a comparire in Roma al concilio, si vantava di non essere tenuto ad andarvi. In fine fu scomunicato nel concilio romano. Ci è stata conservata parte d'un concilio tenuto appunto in Roma per questo affare in un antichissimo codice della cattedrale di Modena; e questa fu poi pubblicata dal padre Bacchini nelle giunte ad Agnello [Agnell., Vit. Episc. Ravenn., P. I, tom. 2 Rer. Italic.]. Dicesi quivi celebrato esso concilio, pontificatus domni Nicolai summi pontificis, et universalis papae anno IIII imperii piissimi augusti Lodovici anno XI, die octavodecimo mensis novembris, Indictione decima: note che non so se sieno corrette, o se riguardino l'anno presente. Ivi l'epoca dell'imperadore è presa dalla sua coronazione dall'anno 850. Ascoltiamo ora di nuovo il suddetto Anastasio. Racconta egli che quell'arcivescovo, udito ch'ebbe l'anatema contro di lui fulminato, corse ad implorar l'aiuto dell'imperador Lodovico, e da lui ottenne due legati che per lui parlassero al papa. Con questi se ne andò egli a Roma pien d'alterigia, persuadendosi di far col loro braccio tremare il papa. Ma il papa, perchè assistito dalla ragione, si trovò più forte d'una torre. Con buon garbo il santo padre fece dei rimproveri ai legati, perchè comunicassero con uno scomunicato, e da lui altro non poterono essi capire, se non che Giovanni si presentasse al concilio che si dovea tenere in Roma nel primo dì di novembre, per dar le dovute soddisfazioni dei suoi eccessi. Senza volerne far altro, egli se ne tornò indietro. Allora i senatori di Ravenna, ed altra gente dell'Emilia, gittatisi ai piedi del pontefice, lo scongiurarono di venire in persona a Ravenna per dar sesto a tanti disordini. V'andò egli infatti, e restituì il suo ad ognuno, e tornossene di poi a Roma.

Intanto l'arcivescovo ricorse di bel nuovo a Pavia per ottenere il patrocinio dell'imperadore. Ma quivi trovò che il vescovo della città Liutardo e i cittadini non volevano commercio con lui, neppure lo stesso Augusto, che solamente gli fece dire che, deposta la sua alterigia, si umiliasse al papa, a cui gli stessi imperadori e tutta la Chiesa prestano sommessione ed ubbidienza, altrimenti non intendeva assisterlo, nè di favorirlo. Tanto nondimeno si adoperò, che ottenne di essere accompagnato a Roma da due ambasciatori dell'imperadore; ma questi giunti colà, si accorsero di non aver parole bastevoli a muovere la fermezza dello zelantissimo papa. Perciò l'arcivescovo si gittò alla misericordia, promise quanto gli fu prescritto, e fu assoluto. Nel dì seguente avendo i vescovi suoi suffraganei dato un libello contra di lui, fu risoluto: ch'egli non potesse consecrar vescovo alcuno, se non precedeva l'elezione fattane dal duca, cioè dal governatore della città, dal clero e popolo. Che non impedisse ai vescovi l'andata a Roma. Che non esigesse da loro alcuna sorta di danaro o di doni. Che si levasse via l'uso cattivo della trentesima. Questa probabilmente erano costretti i vescovi di pagarla agli arcivescovi di Ravenna delle rendite delle lor chiese. Soleva Giovanni ogni due anni far la visita dei vescovati a lui sottoposti, e tanto si fermava colla sua corte addosso ai vescovi, che divorava tutte le lor rendite. Gli obbligava ancora (aggravio non praticato in alcuna altra parte del mondo) a contribuire ogni anno alla mensa archiepiscopale, all'arciprete, all'arcidiacono, e ad altre dignità della chiesa di Ravenna, un determinato numero di castrati, di oblate, cioè dell'ostie, del vino, dei polli e dell'uva. Gli astringeva a dimorare or l'uno, ora l'altro in Ravenna, un mese sì e un mese no, per farsi servir da loro. A suo capriccio ancora toglieva loro quei cherici che sarebbero stati più utili alle loro chiese. Questi ed altri abusi, ch'io tralascio, abolì il saggio papa; e dal concilio suddetto apparisce che fu posto fine alle avanie di questo tiranno arcivescovo, con essere intervenuti settantadue vescovi a quella sacra raunanza. Abbiamo da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 26.] che in quest'anno (per quanto crede Camillo Pellegrino) il vecchio Landone conte di Capua, cedendo alla contratta paralisia, si sbrigò dai guai del mondo presente. Pria nondimeno di morire, caldamente raccomandò il giovinetto suo figliuolo Landone a Landolfo vescovo di quella città, e a Pandone suoi fratelli e zii del giovane, senza prevedere che raccomandava l'agnello ai lupi. Era Landolfo uomo dimentico affatto del sacro suo carattere, e tutto dato alle cabale secolaresche. Quand'anche era in vita il suddetto Landone seniore (credesi in questo medesimo anno), egli segretamente istigò Guaiferio, figliuolo di Danferio Balbo, a formare una congiura contra di Ademario principe di Salerno. Poco ben voleva ad esso Ademario il popolo, per testimonianza dell'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., Paralipom., P. II, tom. 2 Rer. Italic.], a cagion dell'avarizia non men sua che di Guimeltruda sua moglie, donna che ad altro non attendeva se non ad accumular denari. Preso egli adunque dai congiurati, fu cacciato in una scura prigione, e il suddetto Guaiferio costituito principe di Salerno. Era stato eletto vescovo d'essa città di Salerno Pietro figliuolo del medesimo Ademario. Questi, udita la rovina del padre, se ne fuggì a Sant'Angelo; e spontaneamente poi datosi al nuovo principe, fu condotto a Salerno, nè si sa cosa ne divenisse. Ora Landolfo vescovo di Capua, quantunque avesse giurata sopra tutte le cose più sacre fedeltà a Guaiferio, come a suo principe, pure stette poco ad alienarsi da lui e a fargli guerra. Barbaramente ancora cacciò di Capua Landone gli altri suoi nipoti, che si misero sotto la protezion di Guaiferio. Dopo di che usurpò il dominio di quella città, e vi restò solo signore, perchè suo fratello Pandone lasciò la vita in un combattimento contra de' Salernitani. In quest'anno ancora dai diplomi rapportati dal Margarino [Bull. Casin., tom. 2, Const. XXXVII et XXXVIII.] impariamo che Gisla figliuola dell'imperador Lodovico era in educazione nel monistero appellato nuovo, ed ora di santa Giulia di Brescia; e che l'Augusto suo padre, secondo gli abusi di que' tempi, che tuttavia durano in qualche paese della Cristianità, le conferì quel sacro luogo da signoreggiare, usufruttare e governare per tutta la sua vita, secondo la regola di san Benedetto. Il diploma è dato in Brescia. Con un altro diploma, dato in Marengo confermò esso imperadore tutti i privilegii e beni del monistero di san Colombano di Bobbio ad Amalarico vescovo di Como, chiamato ivi abbas monasterii bobiensis; giacchè, siccome fu avvertito di sopra, s'era già introdotta la biasimevol usanza di conferir le badie ai vescovi, e talvolta fino ai secolari, i quali, lasciata una parte delle rendite pel magro sostentamento de' monaci, si divoravano, senza mettersi scrupolo, il resto.