Fermossi ancora nel verno di quest'anno l'imperador Lodovico in Capua, dove l'accortissimo vescovo di quella città Landolfo con tal disinvoltura s'introdusse nell'animo di lui [Erchempertus, Hist. cap. 36.], che quasi non vedea esso Augusto per altri occhi che per quei di questo prelato; e però ipsum tertium in regno suo constituit. Volle prevalersi Landolfo di un sì favorevol vento, ed appoggiato alle raccomandazioni dell'imperadore, che mostrava tanto affetto a lui, e un cuore sì alieno dai Beneventani, cominciò a trattare con credibil calore che il papa costituisse il vescovo capuano metropolitano di tutta la provincia di Benevento. Ma non gli venne fatta. Giovanni VIII probabilmente conoscendo che un tal passo avrebbe portato delle conseguenze troppo nocive alla Sede apostolica, perchè i Beneventani irritati avrebbono potuto gittarsi in braccio ai Greci che aveano sottratto altre chiese in Calabria e Sicilia alla santa Sede, e non lascerebbono di fare lo stesso per quelle di Benevento, si guardò bene dall'acconsentire alle brame ambiziose del vescovo di Capua. Riuscì poi da lì quasi a cento anni tanto al vescovo capuano, quanto al beneventano di conseguir la dignità archiepiscopale. Ora l'Augusto Lodovico, dopo essere dimorato per lo spazio quasi di un anno in Capua, finalmente fu richiamato dai suoi affari in Lombardia. Lasciò in essa città di Capua l'imperadrice Angilberga e la figliuola Ermengarda, e andossene a Ravenna, seco portando il corpo di san Germano vescovo di essa città di Capua, come attesta Leone Ostiense. Abbiamo nella Cronica casauriense [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] un suo diploma in favore del monistero di Casauria, dato tertio calendas majas, Indictione septima. Actum foris civitate Ravennae ad sanctum Apollinarem, anno imperii domni Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto. Anche il suddetto Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 39.] è testimonio che il medesimo Augusto, trovandosi nel monistero di santo Apollinare fuor di Ravenna, concedette un privilegio favorevole al monistero di Monte Casino. Colà son io d'avviso che andasse a trovarlo papa Giovanni per concerto fatto fra loro di abboccarsi amendue con Lodovico re di Germania nel territorio di Verona. Ci assicura in fatti la Cronica di Fulda [Chron. Franc. Fuldense.], che esso re Lodovico, dopo essere stato verso la metà d'aprile a visitar per sua divozione il monistero di Fulda, tenne dipoi una dieta generale in Triburia presso Magonza. Inde in Italiam per Alpes Noricas transiens, cum Hludowico nepote suo, et Johanne romano pontifice, haud procul ab urbe Verona, colloquium habuit. Cosa si trattasse in quel congresso, nol dicono essi Annali. Probabilmente vi entrarono le pretensioni dell'imperador Lodovico sopra il regno della Lorena. Potrebbe anche dubitarsi che vi si parlasse di chi dovea succedere nel regno d'Italia e nell'imperio, giacchè Dio non avea dato prole maschile ad esso Augusto Lodovico. In quest'anno, tutto ansioso esso imperadore di sempre più nobilitare il suo favorito monistero casauriense, impetrò da papa Giovanni il sacro corpo di san Clemente I papa e martire, e fecelo trasportare colà con gran solennità: laonde col tempo cominciò ad essere appellato da alcuni il monistero di san Clemente. Il cronista casauriense pretende che sotto papa Adriano II fosse fatta questa traslazione. Ma che ciò seguisse a' tempi di Giovanni VIII, lo persuadono i documenti spettanti nell'anno presente a quel monistero, dove l'imperador Lodovico cominciava a far menzione di questo sacro acquisto. In un privilegio di esso Augusto [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], dato calendis septembris, Indictione octava. Actum Olonna in curte imperiali, anno imperii domni Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto, cioè nel presente anno, nomina il tempio della santissima Trinità in insula, quae Casa aurea vocitatur, ubi et almificum beatissimi pontificis et martyris Clementis corpus venerabiliter recondi fecimus. In un altro privilegio dato parimente in corte Olonna, delizioso palagio di villa non lungi da Pavia, dove molto godeva di far soggiorno questo imperadore, nel dì 15 d'ottobre egli conferma al monistero suddetto tutti i beni ad esso da lui donati sive infra romanam urbem, sive extra ipsam, seu etiam per totam Pentapolim, Tusciam et spoletinum ducatum, atque camerinum comitatum, necnon etiam firmanum, ascolinum, aprutinum, pinninum, seu teatinum territorium. Quivi miriamo distinto il contado di Camerino dal ducato di Spoleti. Contuttociò in un altro diploma, dato in quest'anno nel dì primo novembre in curte imperiali Olonna, egli torna a far menzione d'essi beni donati tam infra urbem Romam, quam extra ipsam romuleam urbem, per totam scilicet Campaniam, et per omnem Romaniam (oggidì Romagna), necnon et per ambos spoletanos ducatus, seu per totam Tusciam. Se erano due i ducati Spoletani, adunque d'un solo di Spoleti se n'erano già formati due; e l'uno d'essi fu appellato Marca di Camerino o di Fermo. In quest'ultimo documento ci fa lo stesso Augusto sapere di aver osservato un luogo atto agli usi monastici, chiamato Monnello, distantem ferme duobus milibus ab urbe mantuana, e di aver quivi fondato e dotato un monistero di monaci pro animae nostrae remedio. Due altri diplomi d'esso Augusto, scritti parimente in corte Olonna nell'ottobre di quest'anno, si leggono nelle Antichità italiane [Antiquit. Italic., Dissert. XVI, pag. 935 et seq.].
Non volle essere da meno dell'imperador suo consorte l'Augusta Angilberga, e prese anch'ella circa questi tempi a fabbricare in Piacenza un riguardevol monistero di sacre vergini sub titulo dominicae resurrectionis, et in honore sanctorum martyrum Sexti, Fabiani, ec. [Idem, Dissert. VII, pag. 367.], dove poi pare che si facesse monaca, ma non professa, Ermengarda figliuola d'essi Augusti, come costa da una donazione fatta da essa nell'anno 890. Il tempo della fabbrica d'esso monistero si ricava da un diploma del suddetto imperadore dato in corte Olonna nel dì 15 d'ottobre dell'anno presente, con cui conferma la donazione dei beni a quel sacro luogo fatta da essa Angilberga. Il Locati [Locatus Hist. Placent.] e il Ripalta, scrittori piacentini, pretesero che la fondazione del suddetto monistero appellato poi di san Pietro, e divenuto uno dei più insigni della Lombardia, oggidì posseduto dai monaci benedettini, seguisse nell'anno 822, con error manifesto. Pretese poi Pietro Maria Campi [Camp., Istor. Eccl. di Piacenza all'ann. 852.] che l'imperadrice Angilberga desse principio a questa pia impresa nell'anno 852, con riferire a quell'anno un privilegio dell'imperador suo marito, dove dice che esso Augusto vuole infra muros placentinae urbis in honore sanctae resurrectionis monasterium unum sacrarum puellarum construere. Ma son chiaramente guaste le note cronologiche di quel diploma, che per altro è da me creduto documento legittimo. Veggasi un altro diploma d'esso Augusto, da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXVI, pag. 453.], dove sotto quest'anno si vide disegnata la fabbrica di quel monistero. Dimorò almeno per qualche parte del presente anno essa imperadrice Angilberga in Capua. Di tal congiuntura si prevalse Landolfo vescovo di quella città [Rubeus, Hist. Ravenn. lib. 5.], uomo che ordiva ogni dì delle nuove cabale, per far mettere in prigione Guaiferio principe di Salerno, contuttochè poco dianzi questo vescovo gli avesse prestato giuramento di suggezione e fedeltà per la città di Capua, ch'egli signoreggiava anche nel temporale. Ma per questo non gli venne fatto ciò che egli andava macchinando; perciocchè Guaiferio aiutato dagli amici fu rimesso in libertà, con dare per suoi ostaggi i figliuoli di Landone, cioè Landone e Landenolfo, suoi parenti, i quali Angilberga, tornando in Lombardia, condusse seco, e lasciolli confinati in Ravenna. Mette poi Girolamo Rossi [Pagius, ad Annal. Baron.] (seguitato in ciò dal padre Pagi [Baluz., Miscellan., tom. 5.]) un concilio tenuto in quest'anno da papa Giovanni in Ravenna, dove fu dato fine ad una lite insorta fra Orso doge di Venezia e Pietro patriarca di Grado. Ma il Rossi, che ha preso questo fatto dalla cronica di Andrea Dandolo, non badò che quello storico fa menzione di questo fatto dopo la morte di Lodovico II imperadore. Però più tardi s'ha da allogar questo concilio. All'anno presente bensì appartiene una lettera scritta da papa Giovanni VIII allo stesso imperadore, e pubblicata dal Baluzio [Erchempertus, Hist. cap. 36.]. Dovea Lodovico aver fatta istanza al papa perchè si restituissero alla chiesa di Ravenna alcuni monisteri da essa pretesi, e allora posseduti dal romano pontefice. Ora con queste parole gli risponde papa Giovanni: Monasterium sanctae Mariae in Comaclo, quod Pomposia dicitur, et monasterium sancti Salvatoris in monte Feretri, aliudque monasterium, quod vocatur sancto Probo, atque colonos in territorio ferrariensi et adriensi, et Gallicata, et Faventillam, ravennati archiepiscopo non abstulimus; sed ea monasteria et loca ab antecessoribus nostris possessa reperientes possedimus, hactenusque jure nostro retinemus. Divenne col tempo uno de' più celebri monisteri d'Italia quello della Pomposa, massimamente dappoichè Ugo marchese d'Este l'arricchì di molti beni. Era in questi tempi arcivescovo di Ravenna Giovanni, quel medesimo che fu condannato nel concilio romano nell'anno 861. E che tuttavia durasse poco buona armonia fra lui e papa Giovanni, si può raccogliere da un frammento d'altra lettera scritta da esso papa all'imperadrice Angilberga, in cui le dice [Baluz., Miscell. tom. 5.]: Ad hoc usque malum crevit et incrassatum est, ut factione ravennatis archiepiscopi Maurinus cum suis complicibus, qui excommunicati et anathematizati a nobis jam sunt, Ravennam ingrederetur, et fidelium nostrorum res cum eis funditus raperet et devastaret, adeo ut claves civitatis Ravennae a vestarario nostro violenter subtraheret, et pro libitu suo, nescimus cujus auctoritate, ipsi archiepiscopo (quod numquam factum fuisse recolitur) potestative concederet. Adunque i ministri della santa Sede comandavano in Ravenna, giacchè presso di loro stavano le chiavi di quella città.
DCCCLXXV
| Anno di | Cristo DCCCLXXV. Indiz. VIII. |
| Giovanni VIII papa 3. | |
| Carlo II imperadore 1. |
Sono scorretti i testi di alcuni antichi Annali, oppure han fallato i loro autori, allorchè riferiscono all'anno precedente la morte dell'imperador Lodovico II. La verità è ch'egli finì di vivere solamente nel dì 12 d'agosto dell'anno presente nel territorio di Brescia, e non già in Piacenza, nè in Milano, come alcuni han creduto. Però nella Cronica casauriense, data alla luce dall'Ughelli [Chron. Casauriens. apud Ughellium tom. 6, Ital. Sacr. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], sono scorrette le note cronologiche di un diploma, dato III idus octobris, Indictione VIII, anno dominicae incarnationis DCCCLXXV. Si dee scrivere. DCCCLXXIV, perchè l'Indizione ottava ebbe principio nel settembre dell'anno precedente. Andrea prete italiano nella sua Cronichetta [Andreas Presbyt., Chron. tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.] scrive, che correndo l'indizione ottava, cioè in quest'anno, per tutto il mese di giugno si vide una cometa colla coda lunga. E che nel mese di luglio vennero i Saraceni, ed abbruciarono una città, ma con essere caduto il nome d'essa dal testo suo. Ha creduto taluno che qui si parli di Benevento; ma certo in Benevento non entrarono quegl'infedeli, nè quella città restò consunta dalle fiamme. Seguita a dire esso Andrea: Sequenti autem mense augusto Hludovicus imperator defunctus est pridie idus augusti in finibus brescianis. Antonius vere brescianus episcopus tulit corpus ejus, et posuit eum in sepulcro in ecclesia sanctae Mariae, ubi corpus sancti Filastrii requiescit. Anspertus mediolanensis archiepiscopus mandavit ei per archidiaconum suum, ut reddat corpus illud. Ille autem noluit. L'arcivescovo Ansperto la volle vinta, e si portò egli in persona a Brescia con Garibaldo vescovo di Bergamo, e Benedetto vescovo di Cremona, e con tutti i preti e il clero d'essa città. E fatto cavar di sotterra l'imperial cadavero, ed imbalsamatolo, il misero in una bara, e nel giorno quinto da che era morto, con lunga processione, cantando i sacri inni, lo condussero a Milano. Confessa il suddetto Andrea prete, esser egli stato un di coloro che portarono per qualche spazio di strada il cataletto. Veritatem in Christo loquor, dice egli: ibi fui, et partem aliquam portavi, et cum portantibus ambulavi a flumine, qui dicitur Oleo, usque ad flumen Addua. Hanno conghietturato il Menchenio e l'Eccardo che questo Andrea prete possa essere stato il medesimo che Andrea Agnello scrittore delle vite degli arcivescovi ravennati. Ma se, secondo i conti del padre Bacchini, Agnello nell'anno di Cristo 829 era in età di anni trentacinque, non è giammai verisimile che nell'anno 875 egli avesse spalle atte a portare quel peso. Dubito io piuttosto ch'egli fosse bergamasco, al vedere che dal fiume Oglio sino all'Adda, cioè per la diocesi di Bergamo, a lui toccò l'onore suddetto; e che poco appresso egli parla individualmente di ciò che fecero i Bergamaschi nella dissensione succeduta a cagion dell'imperio. Seguita egli poscia a dire, che condotto il cadavero d'esso imperadore a Milano, con grande onore e pianto fu seppellito nella chiesa di santo Ambrosio die septimanae ejus, cioè nel giorno settimo dopo la sua morte, con avere speso tre giorni nel viaggio, e non già nella settimana della festa di santo Ambrosio del mese di dicembre. L'epitaffio suo, che tuttavia ivi si legge, quantunque pubblicato da altri, mi sia lecito l'aggiugnerlo qui.
D.P.M
HIC.CVBAT.AETERNI.HLVDOVICVS
CAESAR.HONORIS
AEQVIPARAT.CVIVS.NVLLA
THALIA.DECVS
NAM.NE.PRIMA.DIES.REGNO
SOLIOQVE.VACARET
HESPERIAE.GENITO.SCEPTRA
RELIQVIT.AVVS
QVAM.SIC.PACIFICO.SIC.FORTI
PECTORE.REXIT
VT.PVERVM.BREVITAS.VINCERET
ACTA.SENEM
INGENIVM.MIRER.NE.FIDEM
CVLTVSVE.SACRORVM
AMBIGO.VIRTVTIS.AN
PIETATIS.OPVS
HVIC.VBI.FIRMA.VIRVM.MUNDO
PRODVXERAT.AETAS
IMPERII.NOMEN.SVBDITA
ROMA.DEDIT
ET.SARACENORVM.CREBRAS
PERPESSA.SECVRES
LIBERE.TRANQVILLAM.VEXIT.VT
ANTE.TOGAM
CAESAR.ERAT.CAELO.POPVLVS.NON
CAESARE.DIGNVS
COMPOSVERE.BREVI.STAMINA
FATA.DIES
NVNC.OBITVM.LVGES.INFELIX
ROMA.PATRONI
OMNE.SIMVL.LATIVM.GALLIA
TOTA.DEHINC
PARCITE.NAM.VIVVS.MERVIT.HAEC
PRAEMIA.GAVDET
SPIRITVS.IN.CAELIS.CORPORIS
EXTAT.HONORIS
Fu principe buono. Erchemperto monaco [Erchempertus, Hist. cap. 37.] altro non seppe trovar da riprendere in lui, se non lo sconcerto accaduto in Roma delle croci rotte, che narrammo all'anno 864, il quale si dee piuttosto attribuire all'insolenza de' suoi cortigiani che a lui; e il non aver fatto levar di vita il soldano de' Saraceni, allorchè costui nella presa di Bari si arrendè ad Adelgiso principe di Benevento: il che non è un delitto, se non nella mente di chi sa poco di teologia, e meno di politica. Per altro abbiam l'attestato di Reginone, che così parla d'esso imperadore [Regino, in Chronico.]: Fuit iste princeps pius et misericors, justitiae deditus, simplicitate purus, ecclesiarum defensor, orphanorum et pupillorum pater, eleemosinarum largus largitor, servorum Dei humilis servitor, ut justitia ejus maneret in saeculum saeculi, et cornu ejus exaltaretur in gloria. Fra le leggi longobardiche si leggono anche le sue con varie giunte da me pubblicate [Rer. Ital. P. II, tom. 1.].
Niuna prole maschile lasciò dopo di sè l'imperador Lodovico. Restò di lui una sola figliuola, cioè Ermengarda, a lui partorita dall'imperadrice Angilberga, che la madre avea lasciata in Capua. E questo mancar di successori abili all'imperio cominciò a turbar la pace che per tanti anni s'era goduta in Lombardia pel buon governo di questo principe: anzi cominciò qui la rovina dell'Italia, che restò priva del sovrano abitante in essa, e così potente, che teneva in freno la prepotenza e l'ambizione degl'inferiori; laonde la discordia con gli altri malanni prese da lì innanzi possesso di questo regno. Due erano allora i concorrenti all'imperio e al regno d'Italia, siccome discendenti da Carlo Magno, cioè Lodovico re di Germania in età assai avanzata, e provveduto di tre figliuoli, ognun dei quali infetto di molte magagne: e l'altro era Carlo Calvo re di Francia suo fratello. Tutti e due attentamente vagheggiavano gli stati d'Italia. Or accadde, per testimonianza di Andrea prete [Andreas Presbyter., in Chronico.], che sul principio di settembre si raunò in Pavia la gran dieta de' principi d'Italia, cioè dei duchi, marchesi e conti d'allora, con esservi intervenuta la vedova imperadrice Angilberga. La risoluzione che presero, biasimata da esso Andrea prete, fu di offerire il regno a tutti e due i suddetti re, senza che l'uno sapesse dell'altro: però amendue si accinsero a calare in Italia con quanto forze poterono frettolosamente raunare. Maggiore nondimeno fu la sollecitudine di Carlo Calvo. Senza aspettare invito alcuno degli Italiani, appena ebbe egli udita la morte del nipote Augusto, che si mise in assetto per venire a prendere questa pingue eredità. Secondo gli Annali bertiniani [Annal. Franc. Bertiniani.], nel dì primo di settembre imprese il viaggio verso l'Italia, e con passare pel monistero di san Maurizio, cioè pel paese de' Vallesi, felicemente arrivato a Pavia, si diede a far maneggi per esser eletto re d'Italia. Abbiamo un suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XI, p. 581.] dato nella stessa città di Pavia nel dì 29 di settembre, in cui non esprime l'anno primo del regno d'Italia, ma solamente l'anno primo della successione di Lodovico. Intanto Lodovico re di Germania spedì anch'egli alla volta d'Italia Carlo suo figliuolo, che gl'Italiani cominciarono a chiamare Carletto, ed oggidì più conosciuto sotto nome di Carlo Grasso ossia Carlo il Grosso. Giunto questi nel territorio di Milano, e inteso che Carlo Calvo suo zio era già entrato in Pavia, restò assai malcontento, e senza sapere qual partito prendere. Attesta Andrea prete, che con esso lui si unì Berengario, cioè il figliuolo d'Eberardo già duca del Friuli, vegnendo noi con ciò in cognizione ch'egli dovea già essere succeduto per la morte di Unroco suo fratello nel governo di quel medesimo ducato, o vogliam dire di quella marca. Vennero le soldatesche di Berengario nel bergamasco, commettendo non pochi disordini d'incendii e d'adulterii, di maniera che molti di que' paesani, lasciando le case e le sostanze alla discrezion di quella gente, se ne fuggirono o alla città, o alle montagne. Ricavasi ancora da una lettera [Epist. 42 Johannis papae VIII.] di papa Giovanni VIII, ch'egli arrivato a Brescia, avea spogliato il monistero delle monache di santa Giulia di tutto l'oro sì d'esso sacro luogo che dell'imperadrice Angilberga, la quale avea colà rifugiato, come in ben sicuro asilo, il suo non piccolo tesoro, ammassato con far tanto gridar la gente. Come veramente passassero in tale occasione gli affari, non è facile il dirlo, stante la discordia degli Annali di san Bertino composti da un Franzese, e dei Fuldensi scritti da un Tedesco, cercando l'uno e l'altro di sostener l'onore, o di coprire i difetti della sua nazione, con adoperare, occorrendo, anche le bugie: difetto non già straniero negli scrittori di storie. Carlo Calvo, secondo i suddetti Annali bertiniani, uscito contra di esso Carlo Grasso, il mise in fuga, e costrinselo a ritirarsi. Anzi Andrea prete aggiunse che Carlo Calvo perrexit in Bajoariam; cioè portò le sue armi fino in Baviera: il che non saprei facilmente credere io. L'Eccardo pensò che questo fosse uno stratagemma di Carlo Calvo, al quale non riuscisse già di far fuggire il nipote Carlo, ma bensì di farlo retrocedere, per accorrere alla difesa della casa. Ma neppur sembrerà credibile che Carlo Calvo volesse passare in Baviera con lasciare in Italia un principe tedesco suo nipote, assistito dal duca ossia dal marchese del Friuli, che avrebbe potuto profittare della lontananza dello zio.
Comunque sia, Lodovico re di Germania inviò alla volta d'Italia Carlomanno, cioè un altro de' suoi figliuoli, con un'altra armata. Per attestato degli Annali di san Bertino, Carlo Calvo con forze maggiori gli andò incontro; e Carlomanno, conosciuto di non potere resistere allo zio, trattò con lui di pace, e dopo i giuramenti seguiti fra loro, se ne tornò in Germania. Laonde Carlo Calvo, sbrigato da questi ostacoli, ebbe l'agio convenevole per passare a Roma a ricevere la corona dell'imperio dalle mani di papa Giovanni. All'incontro abbiamo dagli Annali di Fulda [Annal. Franc. Fuldenses.] che Carlo Calvo, tiranno della Gallia, balzò in Italia, ed aggraffò tutti i tesori che potè ritrovare, specialmente dell'imperador Lodovico II. All'avviso che Carlomanno calava in Italia, si fortificò alle chiuse delle montagne; ma Carlomanno molto ben seppe preoccupare i siti più difficili. Ora Calvo Carlo considerando che non si poteva sbrogliare da questo pericoloso impegno senza venire ad un fatto d'armi, siccome uomo più timido d'una lepre, ricorse al ripiego di guadagnare, con una gran somma d'oro e con regali d'innumerabili pietre preziose, l'animo di Carlomanno. E gli venne fatto. Giurò egli di ritirarsi tosto dall'Italia, e di lasciar questo regno alla disposizione di suo fratello Lodovico, purchè Carlomanno se ne tornasse anch'egli in Baviera. In fatti l'incauto giovane Carlomanno se n'andò, ed allora Carlo Calvo, nulla badando alle promesse nè ai giuramenti fatti, il più presto che potè marciò a Roma, dove con donativi corruppe il senato romano in guisa tale, che indusse papa Giovanni a dargli la corona dell'imperio. In questo racconto ha verisimilmente avuta qualche parte la passione o la diceria del volgo. Per altro Andrea prete, scrittore in ciò più autentico, attesta, che fatto al fiume Brenta un abboccamento fra Carlo Calvo e Carlomanno, rimase stabilita una tregua fra loro sino al mese di maggio: dopo di che Carlomanno se ne tornò in Baviera, e Carlo Calvo se n'andò a Roma, dove, fatti molti doni alla chiesa di san Pietro, ricevette il titolo e la corona imperiale da papa Giovanni. Reginone scrive ch'egli a forza di regali comperò l'imperio. Certamente pare che seguisse la tregua suddetta, ed avesse da restar pendente la controversia; ma Carlo Calvo non lasciò per questo di fare il negozio suo con burlare il troppo suo credulo nipote. In questo mentre lo stesso Lodovico re di Germania, credendosi di far desistere il fratello dall'acquisto dell'Italia, entrò coll'armi in Francia, e diede il guasto ad un gran tratto di paese, senza che per questo volesse Carlo Calvo muoversi d'Italia. Non si sa bene se esso re Carlo da sè stesso assumesse il titolo di re d'Italia, e neppure se ne seguisse la formale elezione e proclamazione in Pavia. Abbiamo ben certo il tempo della sua coronazione imperiale in Roma. Invitato dal papa colla spedizione di quattro vescovi, arrivò egli colà nel dì 17 di dicembre, e poscia nel giorno solenne del santo Natale [Annales Francor. Bertiniani.] fu unto e coronato imperadore ed Augusto dal sommo pontefice Giovanni VIII. Reginone [Regino, in Chronico.] attesta ch'egli fece dei gran regali al papa e ai Romani. Nel giorno seguente, stando in san Pietro, esercitò la sua autorità col confermare i privilegii al monistero insigne di Farfa. Il suo diploma, riferito nella Cronica farfense [Chron. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], è dato VII kal. januarii, anno XXXVI regni domni Caroli in Francia, et in successione Lotharii VI, et imperii ejus I. Actum in sancto Petro, Indictione IX. Feci menzione di sopra di un'operetta, attribuita ad Eutropio longobardo, di cui si servì il de Marca [De Marca, lib. 3, c. 11 de concord. sacerd. et imper.] per provare che Carlo Calvo in tal congiuntura cedette ai romani pontefici la sovranità sopra Roma. In fatti dice costui, che venuto esso Carlo a Roma, renovavit pactum cum Romanis, perdonans illis jura regni, et consuetudines illius, ec. Ma il padre Pagi pruova non sussistere una tale asserzione, avendo continuato gli Augusti il loro dominio in Roma stessa. E certo quell'autore, qualunque ei sia, conta nello stesso luogo dell'altre favole: cioè che Carlo Calvo donò loro anche patrias Samniae et Calabriae simul cum omnibus civitatibus Beneventi, e inoltre ad dedecorem regni totum ducatum spoletinum cum duabus civitatibus Tusciae, quod solitus erat habere ipse dux, idest Aritium et Clusium. La storia, siccome vedremo, non s'accorda con questo racconto e con altre particolarità ch'egli soggiugne. Poichè per altro non son io lungi dal credere che papa Giovanni ottenesse allora non pochi vantaggi da un principe che avea un concorrente allo stesso mercato. Certo si ricava da una lettera d'esso papa Giovanni [Epistola 9 Johann. papae VIII.] che Carlo Calvo avea ceduto Capoa, non si sa con quali patti, alla Chiesa romana. Gli affari intanto del ducato di Benevento si trovavano in una cattiva positura. Dacchè l'imperador Lodovico II si ritirò da quelle contrade [Erchempertus, in Chron., cap. 38.], ripigliarono cuore i Saraceni, e giacchè restò sciolto il blocco di Taranto, che avea quasi ridotta quella città alla necessità di rendersi, a poco a poco si diedero a scorrere per gli territorii di Bari e di Canna, commettendovi le solite ruberie con alcune iniquità. Tre volte uscì in campo contra di costoro Adelgiso principe di Benevento; ma sempre se ne tornò indietro senza gloria e senza vantaggio alcuno. Però in quelle parti andarono a dismisura crescendo le sciagure, siccome vedremo.