In tante angustie Guaiferio principe di Salerno, altro scampo non conoscendo, determinò d'implorare la misericordia dell'imperador Lodovico, e spedì a lui prima Pietro suo cognato, e poscia Guaimario suo figliuolo. In mal punto v'andarono. L'Augusto Lodovico, che era forte in collera con Guaiferio, perchè o credeva o sapeva essere il medesimo stato complice dell'ignominia a lui inferita in Benevento, non solamente niun soccorso loro accordò, ma feceli anche arrestare, e mandolli in esilio. Crebbe perciò la disperazione nei Salernitani, perseguitati di fuori dai Barbari, dentro dalla fame; se non che Marino duca di Amalfi mosso a compassione della lor disavventura, e riflettendo al pericolo della propria casa, se bruciava quella del vicino, destramente andò introducendo vettovaglia nell'assediata città, e incoraggiando quel popolo continuamente con isperanze e buone parole. Landolfo vescovo di Capoa si mosse anch'egli, e dopo tanti mali da lui fatti, per attestato di Erchemperto, questo almen fece di buono in vita sua: cioè andò in persona a Pavia a raccomandar l'infelice Salerno all'imperador Lodovico. Prostrato ai suoi piedi, con tal efficacia perorò, mostrando in qual pericolo sarebbe la cristianità cadendo Salerno, la gloria che ne acquisterebbe l'imperadore, le calamità non solo di Salerno, ma anche di tutte le circonvicine contrade, che il cristianissimo principe si diede per vinto, e dimenticato per allora il recente affronto a lui fatto, comandò che si allestisse un'armata e si mettesse in viaggio. Volle il buon imperadore intervenire anch'egli alla danza. Giunto che fu a Patenava in Campania, dove ricevette i legati di varie città, e inteso che non lungi da Capoa s'era annidato un corpo di dieci mila Saraceni, se gli gittò a' piedi Guntario conte suo nipote, giovane di quindici anni, e tanto fece e disse, che impetrò da lui di poter andare ad assalire con parte delle truppe franzesi le nimiche masnade. Seco andarono i Capuani, e sì bravamente menarono tutti le mani contra di que' Barbari, che ne misero a fil di spada circa nove mila: segnalata vittoria, ma che costò la vita allo stesso Guntario con sommo dispiacere dell'Augusto suo zio. Che nel numero degli estinti lo storico aprisse di troppo la bocca, lo credo io, e verisimilmente lo crederanno molti altri. Mandò esso imperadore anche a Benevento un altro distaccamento dei suoi guerrieri, che unito coi Beneventani diede addosso ad un altro quasi ugual corpo di Saraceni, accampati in un luogo chiamato Mamma. Ancor questi furono messi in rotta, e poco men che tre mila d'essi rimasero estinti sul campo. Adelgiso principe si trovò a questa battaglia, seco avendo i due Lamberti rifugiati in Benevento, che mirabilmente il servirono in tale occasione. Erchemperto mette questa vittoria dei Beneventani (il che è ben più probabile) prima che l'imperador giugnesse in Campania colle sue milizie; ed aggiugne che i Capuani anche prima aveano tagliato a pezzi mille di quegli infedeli. Sul fine dell'anno presente riportarono l'armi cristiane tutti questi vantaggi. E nella Cronica saracenica [Chronic. Saracenic., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] nell'anno presente si legge: Periit exercitus Moslemiorum in Salerniah. Nei documenti da me aggiunti alla Cronica di Casauria [Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si comincia nell'anno presente a far conoscere Suppone II duca di Spoleti. Egli è veramente chiamato in alcune carte solamente conte, secondochè praticavasi anche in Toscana e in altri paesi; pure chiaramente in una carta, scritta nell'anno XXIII di Lodovico imperadore nel dì VI di giugno, indizione V, cioè in quest'anno, si legge: Constat, me Suppo dux, filius quondam, Maurini, ec. E questi dallo autore della Cronica suddetta vien chiamato Suppo Piceni comes, qui et dux inscribitur, in imperatoris exercitu fulgidus. Già vedemmo all'anno 822 creato duca di Spoleti Suppone conte di Brescia. Essendo egli morto nell'anno 824, fu promosso Mauringo anche esso conte di Brescia. Fondatamente si può credere che Maurino e Mauringo sieno stati un personaggio solo; e quando ciò sia, par molto verisimile che Suppone II fosse figliuolo dello stesso Mauringo già duca di Spoleti, e che questo Mauringo avesse per padre Suppone I duca.
Ancor qui troppo diede spaccio alle sue fantasie il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 17.]. Si figurò egli che Lamberto duca di Spoleti per poco tempo perdesse quel dominio, e si rimettesse presto in grazia di Lodovico imperadore, senza che alcun fosse sostituito a lui in quel ducato. Ma è fuor di dubbio, siccome ho dimostrato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. VI.], che Lamberto ne fu cacciato nell'anno 871, nè lo ricuperò mai in vita di questo imperadore; e che Suppone II fu creato duca nello stesso anno 871, al vedere che nel novembre di quell'anno si truova missus Supponis comitis nelle contrade dell'Abbruzzo moderno. Solamente dopo la morte di Lodovico Augusto, e nell'anno 876, a Lamberto riuscì di riaver quel ducato. Quando poi si tratta in questi tempi di chi era duca di Spoleti, convien sempre riflettere che due furono i ducati di Spoleti; l'uno di là dall'Apennino, di cui Spoleti era capo; e l'altro di qua, che fu poi chiamato di Camerino. Però due solevano essere in un tempo stesso que' duchi, senza comparir chiaro se in solido amendue reggessero que' ducati, oppure se diviso fra loro fosse il comando e l'autorità. Parlammo di sopra di Atanasio vescovo di Napoli, rimesso in libertà da Sergio II duca suo nipote [Vita S. Athanasii Episc. Neapol. P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Non potendo egli più reggere alle oppressioni che continuavano, dopo aver sigillato il tesoro della sua cattedrale, si ritirò nell'isola del Salvatore nell'anno 871. Andò nelle furie il duca Sergio, e mandogli a dire che rinunziasse il vescovato e si facesse monaco. Negò di farlo Atanasio, e allora Sergio spedì molte brigate di Napoletani e Saraceni per occupar l'isola e far prigione il santo vescovo; e costoro per nove giorni diedero varii assalti, ma indarno, a quel luogo. Dimorava allora in Benevento l'imperador Lodovico, a cui Atanasio fece segretamente intendere il particolare stato in cui si trovava. Allora Lodovico spedì immediatamente ordine a Marino duca di Amalfi, che accorresse in aiuto del perseguitato pastore. L'ordine fu puntualmente eseguito. Marino arrivato colà all'improvviso con venti barche d'armati, levò il buon prelato; e quantunque assalito fosse dai Saraceni e Napoletani nel ritirarsi, fece loro fronte sì vigorosamente, che li ruppe: e quanti Saraceni vennero alle sue mani tutti li mise a fil di spada. Allora Sergio diede il sacco a tutto il tesoro del vescovato; perlochè fu scomunicato da papa Adriano II allora vivente, e messo l'interdetto nella città di Napoli. Essendo stato condotto Atanasio in salvo a Benevento, fu graziosamente accolto da Lodovico; andò poscia a Sorrento; da lì a poco passò a Roma, dove fu alquanto trattenuto dal papa; e dappoichè intese che l'imperadore era uscito libero da Benevento, andò a trovarlo a Ravenna, oppur nella Sabina, come ha Pietro Diacono, e con esso lui tornò a Roma. Uno degli autori della sua vita contemporaneo attribuisce alle di lui forti preghiere ed ammonizioni la risoluzione presa da esso imperadore di dar soccorso all'assediata città di Salerno. Ito egli a Veruli, quivi cadde infermo, e nel dì 15 di luglio dell'anno presente passò a miglior vita. Il suo corpo, portato alla sepoltura nel monistero di Monte Casino, fu poscia a' tempi di Atanasio II vescovo e duca di Napoli, nipote suo, trasferito a Napoli coll'accompagnamento di molte miracolose guarigioni. Si venera la sua memoria dalla chiesa di Napoli nel suddetto giorno 15 di luglio. Il cardinal Baronio, che dottamente negli Annali ecclesiastici fissò la sua morte nell'anno presente, non mostrò la medesima attenzione nel Martirologio romano [Martyrologium Romanum ad diem 15 julii.], dove il fa mancato di vita tempore Caroli Calvi, in vece di dire tempore Ludovice II.
DCCCLXXIII
| Anno di | Cristo DCCCLXXIII. Indizione VI. |
| Giovanni VIII papa 2. | |
| Lodovico II imp. 25, 24 e 19. |
Avea principalmente atteso nel verno di quest'anno l'imperador Lodovico a far fabbricare ed arricchire il monastero di Casauria [Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.]. Trovavasi egli tuttavia in Cività di Penna, o in quelle parti, nel marzo dell'anno presente, dove per via di cambio acquistò da Grimbaldo vescovo di Penna molte terre in insula Piscariae, ubi dicitur Casaurea. Lo strumento è scritto anno imperii ejus XXIV, et secundo anno Supponis comitatus, XXV mensis martii per Indiction. VI. Passò poi nel mese di maggio esso Augusto a Capoa, dove pro totius romani imperii commoditatibus commorans, universisque fere tam ecclesiasticis quam saecularibus potentibus viris congregatis, augustatem atque solemnem curiam celebravit: sono parole della Cronica casauriense. E quivi in favore del suddetto monistero diede due diplomi, l'uno scritto septimo calendas junias, indictione sexta. Actum Capua. L'altro pridie calendas junii. L'arrivo a Capua dell'Augusto Lodovico fu la salute di Salerno [Erchempertus, Hist., cap. 35.]. Immaginarono i Saraceni, fin allora ostinati nell'assedio di quella città, ch'egli potrebbe star poco a giugnere colà colle sue armi, per fare i conti con loro. Perciò cominciarono a disporsi per la ritirata. Non la voleva intendere il re, ossia generale d'essi Abimelech [Anonymus Salern., Paralip., cap. 121.], con dire d'aver non poche segrete promesse che quella città poco potea stare a capitolare la resa. Ma ammutinati i suoi, gli misero le mani addosso, e legato il cacciarono in una nave, e se n'andarono tutti con lasciare sul campo una gran quantità d'arnesi e di grani, a cui il popolo di Salerno fece tosto, ma scioccamente, attaccare il fuoco, per paura che fosse finta la loro andata. Se n'andarono que' ladroni: male nondimeno per la Calabria, dove si ridussero; perciocchè non trovando quivi chi loro si opponesse, mentre i disattenti Greci lasciavano senza guarnigion quel paese, e regnava la divisione fra i popoli, tutta andò a sacco quella provincia. Erchemperto scrive che la Calabria a' suoi dì restava desolata, ut in diluvio. Per attestato nondimeno di quello storico e di Leone Ostiense, nel tornarsene i Saraceni suddetti in Africa, oppure in Sicilia, furono battuti da una sì fiera tempesta, che rimasero fracassate tutte le loro fuste. Stando intanto l'imperador Lodovico in Capua, ed informato che era morto Lamberto, soprannominato il Calvo, cioè uno di quei Lamberti che fuggirono da Spoleti, ardea di voglia di vendicarsi una volta di Adelgiso principe di Benevento, tenendosi assoluto dai giuramenti fatti. Cominciò pertanto a far dei preparamenti di guerra con disegno di passare a Benevento, ma senza palesarlo ad alcuno. Non dormiva Adelgiso; e siccome principe di non poca accortezza e provvidenza, da che vide tornare esso Augusto colle armi nella Campania, cominciò a premunirsi in casa e a cercar aiuti di fuori. L'Annalista bertiniano [Annales Franc. Bertiniani.] ci ha conservato le notizie seguenti. Cioè, trattò egli con Basilio imperador de' Greci, affinchè spedisse in Italia una flotta in soccorso suo, promettendo di pagare a lui que' tributi che in addietro i duchi ossia principi di Benevento aveano pagato agl'imperadori francesi. Gustò Basilio questa proposizione, e non mancò d'allestire una forte squadra di navi, e di metterla in viaggio alla volta d'Italia. Attesta l'Anonimo salernitano [Anonym. Salernitan., Paralipo., cap. 122.] che l'Augusto Lodovico condusse l'armata sua fin sotto a Benevento; ma che que' cittadini intrepidamente corsero alla difesa, ed altro non ne riportò l'imperadore se non delle villanie, beffeggiandolo quel popolo dalle mura. Procedeva la lor baldanza dall'avviso certo che i Greci venivano in loro aiuto. Arrivò infatti ad Otranto la flotta spedita da Costantinopoli sotto il comando di un patrizio: nuova che ruppe tutte le misure prese dall'Augusto Lodovico, e gli fece conoscere per impossibile l'adempimento de' suoi desiderii. Affin dunque di uscire senza vergogna di questo impegno, fece segretamente intendere a papa Giovanni, che desiderava la di lui venuta al suo campo, suggerendogli di mostrare che spontaneamente egli si fosse mosso da Roma per riconciliare con esso lui Adelgiso, mediante l'intercessione sua; giacchè Lodovico s'era prima lasciato intendere, anzi avea giurato, che non si leverebbe mai di sotto a Benevento, finchè non l'avesse preso. Egregiamente soddisfece il papa a questa incumbenza con farsi mediatore ad ottenere il perdono dall'imperadore; e questi poco appresso ritiratosi colle sue genti, lasciò in pace la città di Benevento.
Costantino Porfirogenneta [Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii.] ci racconta delle glorie favolose, allorchè scrive che per paura dell'armi greche il sultano de' Saraceni, abbandonato l'assedio di Benevento e di Capua, se ne tornò in Africa. Che vanto insussistente sia questo, si può raccogliere da quanto abbiam veduto finora. Ma possiam bene prestargli fede in parte, allorchè scrive che da lì innanzi que' principi conobbero per loro sovrano l'imperador greco: il che va inteso del solo Adelgiso principe di Benevento, e non già del principe di Salerno, nè dei conti di Capua. Certamente Adelgiso non si fidò più nè di Lodovico Augusto nè dei Franchi, dopo il bruttissimo giuoco che aveva lor fatto. Abbiamo da Andrea prete [Andreas Presbyter, in Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.], vivente in questi tempi, che nel mese di agosto, multae locustae advenerunt de vicentinis partibus in finibus brescianis, deinde in cremonensibus finibus, inde perrexerunt in laudenses partes, sive etiam in mediolanenses. Erant enim una pergentes, sicut Salomon dixit: Locustae regem non habent, sed per turmas ascendunt. Devastaverunt enim multa grana minuta milii vel pannici. Crederei che a quest'anno appartenesse quanto narra Giovanni Diacono [Johann. Diac., Vit. Episc. Neap. Par. II, tom. 1 Rer. Ital.] nella vita di Atanasio II vescovo di Napoli, con dire: Hujus temporibus tanta locustarum densitas in Campaniae partibus, et maxime in hoc parthenopensi territorio exorta est, ut non solum segetes, sed etiam arborum folia, et herbarum olera viderentur esse consumta. Merita anche d'esser saputo che in questo medesimo anno, secondo gli Annali di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.], si provò lo stesso flagello in Germania; anzi tale fu esso, che non mai prima un simile ne fu veduto: Nam vermes, quasi locustae, quatuor pennis volantes, et sex pedes habentes, ab Oriente venerunt, et universam superficiem terrae instar nivis operuerunt, cunctaque in agris et in pratis viridia devastabant. Erunt autem ore lato, et extenso intestino, duosque habebunt dentes lapide duriores, quibus tenacissime arborum cortices corrodere valebant. Longitudo et crassitudo illarum quasi pollex viri. Tantaeque erant multitudinis, ut una hora diei centum jugera frugum prope urbem Monguntiam consumerent. Quando autem volabant, ita totum aerem per unius milliarii spatium velabant, ut splendor solis infra positus vix appareret. Quarum nonnullae in diversis locis occisae, spicas integras cum granis et aristis in se habuisse repertae sunt. Quibusdam vero ad Occidentem profectis, supervenerunt aliae, et per duorum mensium curricula paene quotidie suo volatu horribile cernentibus praebuere spectaculum. Aggiugne in fine questo autore, essersi anche raccontato che in Italia nel bresciano per tre notti era piovuto sangue: fole che si spacciavano e trovavano dappertutto dei compratori in que' secoli dell'ignoranza, ed ebbero anche credito ne' secoli della repubblica romana. Andrea prete, che allora visse in Lombardia, racconta veramente alcuni accidenti di quest'anno, che nel tempo di Pasqua per le foglie degli alberi parea che fosse piovuta terra; che una brina caduta a dì 4 di maggio nella pianura fece seccare i tralci delle viti; ma nulla seppe di quel sognato sangue. Era in questi tempi conte del sacro palazzo Eribaldo, costando ciò da uno strumento scritto nella città di Penna, allora ducato di Spoleti, non già nell'anno 874, come ha l'autore della Cronica Casauriense [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], ma bensì nel presente. Truovasi questo conte del sacro palazzo in altri atti sul fine dell'anno presente nel monistero casauriense. Colà ancora a solennizzare il santo Natale portò l'imperador Lodovico. In un placito tenuto da esso Eribaldo nel dì 24 dicembre si legge: Dum domnus Ludowicus gloriosus imperator de partibus Beneventi reverteretur, et venisset ad monisterium sanctae Trinitatis, quod est constructum in insula, quae dicitur Casa aurea. In quest'anno ancora è data una lettera [Baluz., Miscell., tom. 5.] di Giovanni VIII papa ad Annone vescovo di Frisinga, in cui gli raccomanda di spedire con sicurezza a Roma le rendite spettanti alla Chiesa romana in Germania, con aggiungere in fine: Precamur autem, ut optimum organum cum artifice, qui hoc moderari et facere ad omnem modulationis efficaciam possit ad istructionem musicae disiciplinae nobis aut deferas, aut cum eisdem reditibus mittas. Ecco come la fabbrica degli organi avea preso gran piede e credito in Germania. Ma non già penso io per questo, come altri ha creduto, che ora solamente Roma cominciasse ad aver organi nelle sue chiese.
DCCCLXXIV
| Anno di | Cristo DCCCLXXIV. Indiz. VII. |
| Giovanni VIII papa 3. | |
| Lodovico II imp. 26, 25 e 20. |