Audite omnes fines terrae horrore cum tristitia,

Quale scelus fuit factum Benevento civitas.

Lhuduicum comprenderunt sancto pio Augusto.

Corse velocemente la nuova, di questo tragico caso in Francia e Germania, per attestato degli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.] e di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.], e colla giunta che suol fare alle cose la fama, cioè con spacciare che l'imperadore Lodovico era stato, non solamente preso, ma anche trucidato dai Beneventani. Perciò chi degl'Italiani spedì al re Carlo Calvo in Francia, e chi al re Lodovico in Germania, invitandolo a venire a prendere l'eredità del creduto morto loro nipote.

Venne Carlo Calvo fino a Besanzone e di là spedì corrieri in Italia, per risapere più fondatamente la serie di questo sì strepitoso avvenimento, e uditane poi la verità, se ne tornò indietro. Lodovico re di Germania inviò anch'egli Carlo il Grosso suo figliuolo a tirar nel suo partito i popoli posti di qua dal monte Jura, sudditi dell'imperatore. Rimesso poi che fu in libertà esso Augusto, a dirittura sen venne nel ducato di Spoleti, sdegnato forte contro i due Lamberti. Son questi i due conti, de' quali parlò Leone Ostiense, forse con anticipar di troppo la loro rivolta. Certamente l'un di essi era duca di Spoleti; l'altro o fratello o nipote, se pur non v'ha errore nei nomi, perciocchè l'Ignoto casinense scrive [Ignotus Casinens., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.]: Lampert filius Widonis, et Ildebert comites nisi sunt manus erigere contra Hludovicum imperatorem. Sed relata illorum fraude persecutus est eo Hludovicus usque Marsim. Siccome vedemmo di sopra all'anno 860, si truova in que' tempi un Ildeberto conte in quella contrade, non so se conte di Marsi, oppur duca di Spoleti o di Camerino. Ma più innanzi non s'incontra memoria alcuna di lui. Convien nullameno confessare che da Erchemperto [Erchempert., Hist., cap. 35.] chiaramente sono appellati ambo Lamperti comites, e dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip., cap. 114.] ambo nominis unius Lamperti. Per me non credo che propriamente questi due Lamberti si ribellassero a visiera calata contra dell'imperador Lodovico, come si figurò il conte Campello [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 17.], benchè assistito dal suddetto Ignoto casinense. Pare a me più verisimile che la collera contra di loro procedesse, perchè Lodovico o li sospettasse d'accordo con Adelgiso, o imputasse loro a fellonia il non essere accorsi, come portava l'obbligo loro, in sua difesa ed aiuto colle soldatesche di Spoleti, allorchè egli stava sotto il torchio in Benevento. Interea Landbertus (così dice l'Annalista bertiniano [Annales Francor. Bertiniani.]) cum alio Lamberto sentientes sibi reputari ab imperatore de his, quae in eum facta fuerant, ab eo discesserunt, et in partes Beneventi, quia praefatus Adelgisus eis conjunctus erat, perrexerunt. Erchemperto attesta che i Lamberti furono onorevolmente accolti in sua corte da Adelgiso. Nè sussiste, come vuole Leone Ostiense, che Lodovico Augusto da Benevento si ritirasse a Veroli, ed ivi si fermasse quasi undici mesi. Aveva egli mandata l'imperadrice a Ravenna acciocchè ivi tenesse la gran dieta del regno d'Italia. Nel giorno 22 di novembre di quest'anno in villa, quae dicitur Vico, ubi ipse Augustus praeerat, fece esso Augusto acquisto da un certo Sisenardo dell'isola appellata Casauria presso il fiume Pescara. Verso quelle parti sembra che fosse la villa di Vico. E in quest'anno appunto (piuttosto che nell'anno 886, come vuole il padre Mabillone) son io d'avviso che seguisse la fondazione del celebre monistero benedettino di Casauria, ordinato dall'imperador Lodovico in rendimento di grazie a Dio, che l'aveva liberato dal gravissimo pericolo incorso in Benevento. Se egli in quest'anno comperò quel sito, non si può ragionevolmente pensare ch'egli fabbricasse prima nel fondo altrui. Della nuova guerra portata in quest'anno dai Saraceni a Salerno parlerò all'anno seguente. Qui non voglio lasciar di dire che papa Adriano, il quale nell'anno precedente con tanto vigore adoperando anche le minacce avea scritto a Carlo Calvo re di Francia per sostenere i diritti dell'imperador Lodovico sopra la Lorena e per altri affari; nell'anno presente dopo aver ricevute delle risposte alquante brusche, tutto si raddolcì, e cominciò a far degli elogi mirabili d'esso re Carlo in iscrivendogli. Fra l'altre cose è notabile nella lettera d'esso papa, rapportata dal cardinal Baronio, un pensiero ch'egli in somma confidenza notifica al medesimo re con dire [Epist. 34 Hadriani II. tom. 8 Concil. Labbe.]: Ut sermo sit secretior et literae clandestinae, nullique nisi fidissimis publicandae; vobis confitemur devovendo, et notescimus affirmando, salva fidelitate imperatoris nostri, quia si superstes ei fuerit vestra nobilitas, vita nobis comite, si dederit nobis quislibet multorum modiorum auri cumulum, nunquam acquiescemus, exposcemus aut sponte suscipiemus alium in regnum et imperium romanum, nisi te ipsum. Quem, quia praedicaris sapientia et justitia, religione et virtute, nobilitate et forma, videlicet prudentia, temperantia, fortitudine, atque pietate refertus, si contigerit te imperatorem nostrum supergredi, optamus omnis clerus, et plebs, et nobilitas totius orbis et urbis, non solum ducem et regem, patricium et imperatorem, sed in praesenti ecclesia defensorem, et in aeterna cum omnibus sanctis participem fore. Ma papa Adriano II non avendo potuto eseguir questa idea, la trasmise almeno al suo successore, che vedremo dichiararsi in favore del medesimo Carlo.


DCCCLXXII

Anno diCristo DCCCLXXII. Indizione V.
Giovanni VIII papa 1.
Lodovico II imp. 24, 23 e 18.

Giunse ai confini della vita in questo anno papa Adriano II. Restò di lui una gloriosa memoria sì per le sue virtù ed azioni lodevoli in servizio della sede apostolica e della Chiesa di Dio, come ancora della sua munificenza verso de' sacri templi e de' poverelli. E qui cominciano ad abbandonarci le vite de' sommi pontefici con grave danno della storia ecclesiastica e secolare di questi secoli. A lui succedette Giovanni VIII, dianzi arcidiacono della chiesa romana, senza precisamente sapersi, come pensa il padre Pagi, in qual giorno seguisse la sua consecrazione. Nondimeno gli Annali bertiniani la mettono nel dì 14 di dicembre. Stavano intanto in cuore dell'imperador Lodovico due pungenti spine. L'una era l'occupazion del regno della Lorena, da lui giustamente pretesa; l'altra l'enorme affronto a lui fatto dall'ingrato principe di Benevento. Per quel che concerne al primo affare, egli, per attestato degli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.], spedì l'Augusta Angilberga sua moglie per trattarne coi due re suoi zii. Venne dopo Pasqua il re Carlo Calvo fino a san Maurizio per abboccarsi con lei, secondochè era stato concertato; ma inteso che la medesima era per andar prima a Trento per parlare con Lodovico re di Germania, se tornò indietro. Seguì infatti nella città di Trento il divisato abboccamento, e Lodovico cum Ilgerberga loquens (lo stesso è che Angilberga ed Angelberga), partem regni Lotharii, quam contra Carolum accepit, neglectis sacramentis inter eos pactis, sine consensu ac conscientia hominum quondam Lotharii, qui se illi commendaverant, clam reddidit. Inde utrimque sacramenta prioribus sacramentis, quae cum fratre suo pepigerat, diversa et adversa inter eos sunt facta. Fece poi sapere Angilberga al re Carlo che venisse a san Maurizio; ma Carlo insospettito, oppure avvertito di quanto essa avea pattuito col re Lodovico, ricusò d'andarvi. Inviò poscia ad esso re Carlo il vescovo Vibodo sotto pretesto d'amicizia, ma veramente per trattare con lui della restituzion degli stati del fu re Lottario. Carlo non si lasciò trovare da lui, o se pur l'ascoltò, rimandollo colle mani vuote. Qual parte della Lorena restituisse il re Lodovico al nipote Augusto, nol dicono gli storici. Se potessimo riposar sull'autorità di Gotifredo da Viterbo [Godefredus Viterbiensis, Pantheon.], dovette in fine anche il re Carlo venire a qualche composizione, scrivendo egli che imperator Ludovicus ipsum regnum Lotharingiae cum Carolo patruo suo, habita inter se pactione, divesit. Ita tamen quod Ludovicus imperator Aquisgrani palatium cum sua portione haberit. Temo io che Gotrifredo abbia cambiati i nomi, e voglia parlar qui della divisione fatta da Lodovico re di Germania col fratello Carlo Calvo. Nè vo' lasciar di dire, che in riferir gli Annali il suddetto abboccamento del re Lodovico coll'imperadrice Angilberga, non dicono punto che la medesima fosse di lui figliuola, come ha preteso il Campi [Campi, Hist. Placent., ad ann. 874.] ed altri. Il Bouchet la credette figliuola di un duca di Spoleti; i Sammartani le diedero per padre Eticone Guelfo, figliuolo di Eticone duca di Svevia. Quanto a me tengo per tuttavia ascosa l'origine sua. E per le ragioni che ho altrove addotto [Antiq. Ital., Dissert. XI.], non la so credere figliuola naturale del suddetto Lodovico re di Germania, perchè dal medesimo è appellata in un diploma dilecta ac spiritalis filia nostra Engilpirga, cioè solamente tenuta al battesimo. Nè erano allora in uso le dispense di sì stretta parentela, quale sarebbe stata quella di Lodovico II imperadore con Angilberga, mentre sarebbero stati in tal supposto primi cugini. A proposito poi di questa principessa, mal voluta da tutta la nobiltà d'Italia, massimamente a cagione de' gravi sconcerti accaduti all'Augusto consorte in Benevento, strano è quel che raccontano i suddetti Annali bertiniani, con dire: Quia primores Italiae Ingelbergam propter suam insolentiam habentes exosam, in loco illius filiam Winigisi imperatoris substituentes, obtinuerunt apud eumdem imperatorem, ut missum suum ad Ingelbergam mitteret, quatenus in Italiam degeret (cioè in Lombardia), et post illum non pergeret, sed eum in Italiam reversurum expectaret. Ipsa autem non obaudiens illud mandatum, post eum ire maturavit. Il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti.], indotto da queste parole, si figurò che Lodovico imperadore ripudiasse Angilberga, la quale perciò si fece monaca. Ma non sussiste in guisa alcuna che si sciogliesse il legame del loro matrimonio, nè che Lodovico prendesse per moglie la figliuola di Guinigiso, chiamato da lui e da altri duca di Spoleti. Morì, siccome abbiam veduto di sopra, Guinigiso nell'anno 822. Una sua figliuola in quest'anno sarebbe stata troppo attempata per servire di moglie o di concubina ad un imperadore che abbisognava di successione. Però ivi si parlerà di una figlia di qualche altro Guinigiso, oppure di Guinigiso figliuolo del suddetto duca.

Da un placito della Cronica vulturnense [Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Italic.] si conosce che l'imperador suddetto si trovava nel dì primo di gennaio dell'anno presente in Balva città dell'Abbruzzo. Abbiamo da un altro strumento aggiunto alla Cronica di Casauria [Chronic. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che nel dì 12 di aprile egli dimorava nel territorio di Rieti. Poscia, secondo gli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.], nella vigilia di Pentecoste si portò a Roma: il che vien confermato da un suo diploma, registrato nella Cronica del monistero di Farfa [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], la cui data è questa: V kalendas junii, anno, Christo propitio, imperii domni Ludovici piissimi Augusti XXIII, Indictione V. Actum in civitate Roma, palatio imperatoris. Nel giorno solenne della Pentecoste egli fu coronato da papa Adriano, che allora vivea, cioè, a mio credere, egli ricevette la corona del regno della Lorena, o perchè parte gliene avea ceduta il re Lodovico suo zio, o perchè con questo atto egli intese conservare e fortificare i diritti suoi sopra quegli stati. Dopo la messa cantata fece insieme col suddetto pontefice una pomposa cavalcata sino al palagio lateranense. Fu in questa congiuntura (come s'ha da Reginone [Regino, in Chron.] e dall'Annalista sassone [Annalista Saxo, tom. 1 Script. Eccardi.]), e non già nell'anno seguente, ch'esso Augusto in una gran dieta alla presenza del sommo pontefice espose le sue giuste doglianze contra di Adelgiso principe di Benevento, il quale perciò fu proclamato tiranno, nimico della repubblica e del senato romano, e dichiarata la guerra contro di lui. Slegò papa Adriano da tutti i giuramenti e da qualunque promessa fatta ad Adelgiso l'imperadore, riconoscendoli per atti nulli, perchè fatti per forza affin di salvare la vita, e perciò ridondanti in pregiudizio della salute pubblica. Contuttociò Lodovico, premendogli che nessuno de' suoi il potesse chiamare spergiuro, non volle procedere coll'armi contra di Benevento, ma lasciò questa incumbenza all'imperadrice sua moglie, la quale raunato l'esercito, si preparò per passare a quella volta. Pervenuta all'orecchio di Adelgiso la nuova di questa spedizione, tale sbigottimento prese, che se ne fuggì nell'isola di Corsica, dove per qualche tempo sconosciuto si fermò. Così quegli Annali. Ma senza fallo questa fuga di Adelgiso in Corsica è affatto favolosa. Noi il troveremo saldo nel suo principato, e non già figliuolo della paura, procedere contra de' Saraceni, i quali in questi medesimi tempi portarono l'eccidio ai ducati di Salerno e Benevento, e non privo di consiglio in sì scabrose contingenze. Nè apparisce che l'imperadrice suddetta passasse coll'armi nel beneventano, o che vi facesse prodezza alcuna. Vegniamo ora ai Saraceni. Dacchè costoro ebbero perduta la città di Bari, da vergogna e da rabbia commossi, misero insieme in Africa una nuova poderosa armata di quasi trenta mila combattenti, e nell'autunno dell'anno antecedente a dirittura diedero le vele verso Salerno. Volle Dio che mentre costoro faceano quel grande apparecchio di gente e di macchine per passare in Italia [Anonymus Salern., Paralipom., cap. 110.], uno della lor nazione, per nome Arrane, ricordevole di un piccolo favore a lui compartito da Guaiferio principe di Salerno, trovato in Africa un uomo da Amalfi chiamato Fluro, il pregiò in confidenza di far sapere da parte sua ad esso principe che fortificasse Salerno a tutto potere, perchè gli sovrastava una gran burrasca. Eseguì l'Amalfitano la commessione, e Guaiferio immantinente si diede a mettere in buon sesto le fortificazioni della sua città, e vi fece alzar tre fortissime torri ne' siti più pericolosi. Una fu fatta dai Capuani, allora sudditi suoi; la seconda dai Toscani, probabilmente negozianti in quella città; e quella di mezzo la fabbricarono i Salernitani stessi. Ricorse per aiuto ad Adelgiso principe di Benevento; e questi appena udì lo sbarco della flotta moresca, che comparve anch'egli a Salerno con quante forze potè. Tennero questi due principi consiglio insieme, e fu presa la risoluzione di uscire in campo contra d'essi, e di azzardare una battaglia. Ma avendo l'accorto Adelgiso ben considerata e scandagliata la moltitudine e possanza delle schiere nemiche, giudicò meglio di ritirarsi. Tornossene egli a Benevento, e i Saraceni attendati intorno alla città di Salerno cominciarono a stringerla con un ben regolato assedio, che durò moltissimi mesi anche dell'anno presente, e fu sostenuto nulladimeno con intrepidezza da Guaiferio e dal suo popolo. Per attestato dell'Anonimo salernitano, da cui ho preso questo racconto, confermato ancora da Erchemperto, quei Barbari nel tempo d'esso assedio uccisero innumerabili contadini e distrussero tutti i contorni di Salerno. Venuta poi la primavera, mandarono distaccamenti ne' territorii di Napoli, di Benevento e di Capoa, che diedero il sacco dovunque arrivarono, e desolarono una gran quantità di terre. Avea preso stanza il re loro Abdila nella chiesa de' santi Fortunato e Gajo; e quivi fatto porre il suo letto sopra l'altare, soleva sfogar la sua libidine colle misere fanciulle cristiane che i suoi andavano rapendo. Ordine dovette essere di Dio, che un giorno volendo costui far forza ad una, cadde dall'alto della chiesa una trave, che stritolò l'infame tiranno, senza toccar l'innocente giovane cristiana. In suo luogo elessero i Saraceni per loro generale o re un altro chiamato Abimelec, uomo ardito e segace.