Se nulla giovarono all'imperador Lodovico le sue ragioni e querele, benchè sì giuste, e benchè avvalorate da quelle del sommo pontefice, per succedere nell'eredità del re Lottario suo fratello; e se se ne fece beffe il re Carlo Calvo suo zio, perchè non temeva di lui, troppo lontano ed intricato nella guerra coi Saraceni [Annales Franc. Bertinian. et Fuldenses.], ebbero ben polso quelle di Lodovico re della Germania, fratello del medesimo re Carlo. Coi medesimi pretesi diritti che a sè attribuiva Carlo, anche Lodovico pretendeva la sua porzione del regno di Lottario, e alle sue pretensioni unì ancora l'intimazion della guerra, se il re Carlo non s'induceva ad un'amichevol concordia. E non mancavano assaissimi nobili di quel regno che segretamente o palesemente teneano per Lodovico, e non pochi erano anche iti a trovarlo ed invitarlo. Ebbero gran faccende i corrieri e messi che andavano innanzi e indietro per questo affare. Finalmente nel mese d'agosto s'accordarono i due fratelli, e senza far parola del nipote Augusto, come se non fosse vivo, o niuna ragione avesse sopra quegli stati, li divisero fra loro. Toccò a Lodovico re della Germania in sua parte l'Alsazia con Argentina, Basilea, Colonia, Treveri, Utrecht, Aquisgrana, parte della Borgogna moderna e della Frisia, Metz, e moltissimi altri luoghi e monisteri. Si può dire che il re Lodovico quegli fu che piantò veramente il regno germanico con quella grande estensione che fin quasi ai nostri giorni è durata; regno che maggiormente restò poi nobilitato con passare in esso l'imperio romano. Pervennero in sua parte al re Carlo Calvo Lione, Besanzone, Vienna del Delfinato, Tongres, Tullo, Verdun, Cambray, Malines, il Brabante, l'Hannonia, Liegi, Bar, e una gran quantità d'altri luoghi e monisteri: con che restò moltissimo accresciuta la di lui potenza. Da tali memorie si scorgerà quanto ampiamente si stendesse il regno allora appellato dalla Lottaringia, ossia della Lorena. Dopo questa divisione e concordia arrivarono al re Lodovico quattro altri legati, cioè Vibodo vescovo di Parma, due Giovanni e Pietro, anch'essi spediti dal papa, e con esso loro Bernardo conte inviato dall'imperador Lodovico, incaricati di sostenere e promuovere gl'interessi del medesimo Augusto. Allorchè papa Adriano fece questa spedizione, non gli era giunta per anche notizia che i due re fratelli avessero divisa la preda. E perchè il re Lodovico gli avea dato dianzi di belle parole, nella lettera che esso papa gli scrive [Labbe, Concilior., tom. 8.], il loda perchè non ha imitato il re Carlo, cioè un usurpatore del regno del fu re Lottario imperadore, dovuto, secondo le leggi divine ed umane, al piissimo imperador suo figliuolo. Gli dice ancora che se il re Carlo non restituirà il mal tolto, esso papa è risoluto di portarsi in persona in Francia, e di procedere alle censure contra di un tale sprezzatore di Dio e delle apostoliche ammonizioni. Andarono questi legati a trovare anche il re Carlo, ma senza alcun frutto per conto di Lodovico imperadore; e per quello che riguarda il papa, ad altro tale spedizione non servì che a fargli intendere delle insolenti risposte date da esso re Carlo e dai vescovi del suo regno, capo dei quali era Incmaro arcivescovo di Rems, uomo per dottrina e per petto famoso in questi tempi, che dovette trovar nel suo cervello qualche bella ragione per giustificare l'iniquità del re Carlo. L'anno fu questo, in cui riuscì all'imperador Lodovico di ridurre alle strette i Saraceni nella città di Bari. Grandi fatiche, gran dispendio di gente e di danaro era già costato a lui quell'assedio. Oltre a quanto si è detto di sopra, raccontano gli Annali di Metz [Annal. Francor. Metenses, tom. 3 Du-Chesne.] che l'esercito inviato in uno degli anni precedenti dal re Lottario in aiuto dell'Augusto suo fratello, per non essere assuefatto al soverchio caldo del ducato beneventano, oppresso anche dall'intemperie dell'aria, venne men quasi tutto. Plurimi etiam aranearum morsibus extinti sunt: cioè dalle tarantole, velenosi animaletti, anche oggidì sussistenti e famosi pel danno che recano in quelle contrade. Ma sì gloriosa fu l'ostinazione dell'Augusto Lodovico, che sul fine dell'anno presente ridusse quegl'infedeli a perdere la speranza di soccorso, e in tale stato, che furono in fine obbligati alla resa. Se vogliam seguitare il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.], egli se ne impadronì nell'anno presente; tuttavia è da preferir Camillo Pellegrino [Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], che differì all'anno seguente la presa di quella città; tal opinione coll'autorità di uno scrittore contemporaneo verrà da noi dimostrata non solo più verisimile, ma certa.
Mi fo io a credere che nell'anno presente succedesse ciò che l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., Paralipom., cap. 102 et 103.] scrisse, e vien confermato da una lettera dell'imperador Lodovico di cui parleremo all'anno seguente: cioè che riuscì alle armi cristiane d'esso Augusto di sconfiggere tre ammirati, e vogliam dire tre generali de' Saraceni, che guidando brigate di lor gente in gran numero, mettevano a sacco tutta la Calabria: il che diede non picciolo crollo alla lor potenza in quelle parti, e servì inoltre ad affamar Bari ed a facilitarne la conquista. Appartiene appunto a questo anno ciò che narra Andrea prete italiano [Andreas Presbyter, Chron. tom. I Rer. Germ. Menchenii.], ed autore di questi tempi, nella sua breve Cronica, pubblicata dal Menchenio. Ricorsero all'imperador Lodovico i popoli che restavano nella Calabria sotto il dominio de' Greci, pregandolo di aiuto, perchè i Saraceni avean ridotte in desolazione le lor città e chiese, e con esibirsi di darsi a lui, e di pagargli da lì innanzi tributo. Lodovico mossone a compassione, senza però accettar la loro offerta, inviò in soccorso loro Ottone conte di Bergamo, ed Oschisio e Gariardo vescovi, i quali adunato un esercito, diedero addosso a que' Barbari, mentre placidamente se ne stavano mietendo i raccolti in certa valle, e fattane una grande strage, liberarono i prigioni cristiani. Portata questa nuova a Cincimo generale de' Saraceni abitante nella città di Amantea, si mosse con molte forze contra de' cristiani; ma anch'egli fu sbaragliato ed inseguito dai vincitori fino alle porte di quella città. Penetrò dipoi l'imperadore per mezzo delle spie che il suddetto Cincimo con un poderoso rinforzo a lui venuto per soccorrere Bari, avea risoluto di assalire i cristiani nel giorno del santo Natale, lusingandosi di trovarli sprovveduti e attenti solo alle divozioni. Pertanto ordinò che i suoi prima del giorno ascoltassero messa e si comunicassero, e poi prese l'armi uscissero contro alle masnade di quegli infedeli. Così fecero, e pieni di coraggio attaccarono con loro la zuffa sì vigorosamente, che li ruppero e ne fecero un copioso macello. Queste perdite quanto costernarono gli animi del soldano e dei suoi, altrettanto rallegrarono il popolo fedele di Gesù Cristo e del loro imperadore. Ci chiama ora a sè l'illustre città di Napoli. Era mancato di vita Sergio duca di quella città, in qual anno precisamente nol so, con lasciar suo successore in quel ducato Gregorio il maggiore de' suoi figliuoli, dichiarato molto prima maestro de' militi, ed è lo stesso che dire duca. Lasciò anche dopo di sè altri figliuoli, fra' quali Atanasio già creato vescovo di Napoli, uomo di santa vita, e Stefano vescovo di Sorrento [Johann. Diaconus, in Vit. S. Athanasii Episcopi Neapol. P. II, tom. 2 Rer. Italic.]. Finchè visse e regnò Gregorio, per esser egli uomo valoroso e savio, e peritissimo della lingua greca e latina, camminarono bene gli affari di quella città: e benchè l'imperadore Lodovico, allorchè nell'anno 866 venne coll'armi in quelle parti, si professasse mal soddisfatto di quel popolo, e forse anche del loro duca, pure il santo vescovo Atanasio, spedito incontro a lui, con sì buona maniera s'introdusse nella grazia di esso imperadore e dell'Augusta sua consorte, che non fece violenza alcuna a Napoli, e neppure vi entrò dentro. Da lì a non molto cadde malato Gregorio, e consultati i suoi fratelli, e massimamente Atanasio vescovo, dichiarò duca e collega suo Sergio II suo figliuolo, al quale prima di morire raccomandò vivamente d'essere ubbidiente al prelato suo zio, e di regolarsi affatto col di lui parere; perchè così operando, bene sarebbe per lui, male, facendo il contrario. Di questi documenti si dimenticò ben presto lo sconsigliato giovane. La moglie sua, donna superba, non potea sofferire ch'egli si suggettasse ai consigli ed alle ammonizioni del santo prelato, e gli andava intonando all'orecchio, che se pur intendeva di comparire e di essere veramente principe, dovea non solo astenersi dall'averlo per consigliere, ma anche tenerlo lungi da sè, anzi sbrigarsi da quell'intoppo. Dalla lettera, che citeremo all'anno seguente, dell'imperador Lodovico, si ricava che fra l'altre ammonizioni del buon vescovo che amareggiavano il duca suo nipote e la moglie di lui, quella vi entrava di troncar l'amicizia coi Saraceni, o, per dir meglio, una specie di lega contratta con loro, e vergognosa troppo per un principe cristiano. De' Napoletani scrive così quell'imperadore [Epist. Ludov. II apud Anonym. Salern. cap. 106.]: Infidelibus arma et alimenta et cetera subsidia tribuentes, per totius imperii nostri litora eos ducunt; ut cum ipsis toties Petri Apostolorum principis fines furtim depraedari conantur, ita ut facta videatur Neapolis Panormum vel Africa. Quumque nostri quique Saracenos insequuntur, ipsi ut possint evadere, Neapolim fugiunt, quibus non est necessarium, Panormum repetere, sed Neapolim fugientes, ibidem quousque perviderint latitantes, rursus improviso ad exterminia redeunt. Ora tanto picchiarono in capo al duca Sergio la moglie ed altri perversi consiglieri, che il trassero a mettere in prigione il vescovo Atanasio e gli altri zii. Non si può dire che commozione eccitasse in tutta la città questo barbaro avvenimento. Altro non s'udiva che gemiti, urli e mormorazioni contra dell'iniquo principe. Però congregato tutto il clero sì greco che latino di quella città coi monaci, si portò al palazzo, chiedendo con grido la liberazione dell'amato loro prelato. Andò nelle furie Sergio, prese tempo a rispondere, e finalmente dopo sette dì, avendo inteso che i sacerdoti erano risoluti di scomunicarlo, di desistere dai sacri uffizii e di spogliar gli altari, rimise in libertà il buon vescovo. Incredibile per questo fu il giubilo e la festa di tutto il clero e popolo, in guisa che si pentì il duca d'averlo liberato, e cominciò a tenergli delle spie intorno, per sapere chi andava e veniva da lui; e da lì innanzi perseguitò a man salva gli ecclesiastici, oppresse le vedove e i poveri, perchè niuno più v'era che in lor favore aprisse la bocca. In questo anno, secondo la Cronica saracenica [Chron. Saracin., P. II tom. 2 Rer. Italic.], s'impadronirono i Mori dell'isola di Malta nel dì 20 d'agosto.
DCCCLXXI
| Anno di | Cristo DCCCLXXI. Indizione IV. |
| Adriano II papa 5. | |
| Lodovico II imp. 23, 22 e 17. |
Non potè più lungamente resistere all'armi cristiane l'assediata città di Bari. Da essa furono in quest'anno finalmente snidati i Saraceni. Lupo protospata [Lupus Protospata, Chron., tom. 5 Rer. Ital.], che scrive presa quella città dai Franchi anno 868, Indictione prima, tertia die intrante mense februario, troppo sconciamente falla nell'anno. Ha bensì colpito nel mese, perciocchè Andrea prete [Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Mechenii.], scrittore contemporaneo, nella sua breve Cronica, notò che dopo le sconfitte sopra riferite de' Saraceni, sequenti mense februario, quinto, (forse quarto) expleto anno, quod Bari possessam (obsessam) habebat dominus imperator, comprehendit soldanum, et reliquos Saracenos ibi consistentes interemit anno XXI, Indictione IV, cioè nell'anno presente. Che quella città non si rendesse per capitolazione, ma fosse presa per forza, si può raccogliere dalla strage allora fatta de' Saraceni. Se la scappò netta il loro sultano, fu, secondo la testimonianza dell'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., Paralipom., cap. 108.], perchè costui ritiratosi in una torre ben forte, chiamò Adelgiso principe di Benevento, che era intervenuto coll'imperador Lodovico a quell'impresa, e si arrendè a lui, salva la vita, con dirgli di meritarla bene, perchè aveva in suo potere una figliuola di esso principe, già datagli per ostaggio, e giurò di non averla toccata. Da ciò prese motivo Adelgiso di domandarlo con due compagni in grazia all'imperadore, che se ne contentò, ma male per lui. Costantino Porfirogenneta [Constantinus Porphirogenn., in Vit. Basil. Maced.], parlando della presa suddetta di Bari, scrive che quella città col suo territorio, e coi prigioni tutti venne in potere de' Romani, cioè de' Greci. Ma senza fallo s'inganna. Non apparisce che i Greci avessero parte nello acquisto di essa città; niun segno d'averla Lodovico ceduta all'imperador Basilio, si raccoglie dalla lettera che da qui a poco verrò allegando. Quel che è più, tanto Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 38.], quanto il sopraccitato Lupo Protospata asseriscono che i Greci solamente dopo la morte dell'imperador Lodovico, siccome vedremo, entrarono in quella città. Dopo questa gloriosa impresa, aggiugne il suddetto Erchemperto, che l'Augusto Lodovico inviò la sua armata all'assedio di Taranto città tiranneggiata anch'essa dai Saraceni. All'anno presente pare che s'abbia a riferire col cardinal Baronio una lettera scritta dall'imperador Lodovico a Basilio imperadore de' Greci, e a noi conservata dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralipom., cap. 94.]. Forse i prosperi successi dell'Augusto latino, notificati al greco colla spedizion di due ambasciatori, mossero ad invidia Basilio, il quale perciò scrisse al medesimo Lodovico una lettera tutta tessuta di varie doglianze. La prima era del farsi Lodovico chiamare imperadore, pretendendo Basilio che questo nome, siccome ancor quello di Basileo, fosse riserbato ai soli imperadori d'Oriente con tacciare di novità l'uso che ne facea Lodovico, e con dire ch'egli dovea intitolarsi imperador dei Franchi, e non già de' Romani. Risponde saviamente l'Augusto Lodovico, che il nome di Basileo, significante re, si truova adoperato da tutte le antiche e moderne nazioni; che quello d'imperadore nella sua casa non è nuovo, avendolo goduto infino il suo bisavolo Carlo. Riconosce poi che dai Romani ne' suoi maggiori e in lui stesso, era venuto non solamente l'imperio, ma anche il regno di Francia, perchè essi erano stati unti re dai romani pontefici. Nisi, dice egli, Romanorum imperator essemus, utique neque Francorum. A Romanis enim hoc nomen et dignitatem assumimus, apud quos profecto primo tantae culmen sublimitatis et appellationis effulsit, quorumque gentem et urbem divinitus gubernandam, et matrem omnium Ecclesiarum Dei defendendam atque sublimandam suscepimus, ex qua re et regnandi prius, et postmodum imperandi auctoritatem prosapiae nostrae seminarium sumsit. Si stupisce poi come Basilio abbia scritto, che mentre i suoi Greci tentavano di espugnar Bari, i Franzesi se ne stavano colle mani alla cintola mirandoli, senza porger loro aiuto, e con attender solo ai conviti. Quando manifesta cosa era che i Greci, dopo aver fatto i bravi con dar uno o due assalti, s'erano tosto avviliti, e segretamente tornati al loro paese; e intanto que' Franchi, che, secondo lui, attendeano solamente a divertirsi, aveano daddovero presa la città di Bari. Lamentasi poi l'imperador Lodovico, perchè Niceta patrizio, destinato da Basilio alla guardia del golfo Adriatico colla sua flotta, avea dato il sacco a molte terre della Schiavonia franzese, col pretesto che gli Schiavoni avessero spogliato i legati pontificii nel ritorno loro da Costantinopoli, benchè condotti sopra legni dello stesso greco imperadore. Duolsi, dico, gravemente perchè quei legati sieno stati sì malamente provveduti e guidati; e nulla finora delle robe loro restituito; e che Niceta abbia dato il guasto a varie castella di giurisdizione del medesimo Lodovico, ed inoltre abbia menata via prigione gran quantità di quegli innocenti popoli: iniquità tanto più intollerabile, utiisdem Sclavinis nostris cum navibus suis apud Barim in procinctu communis utilitatis consistentibus, et nihil sibi adversi aliunde imminere putantibus, tam impie domus suae quaeque diriperentur, sibique contingerent; quae si praenoscerent, nequaquam prorsus incurrerent. Perciò qualora Basilio non emendi il fatto, justae severitatis nostrae proxima ultio procul dubio subsequetur. Ci fan conoscere tali notizie, che tuttavia l'Istria e almen qualche parte delle città marittime della Dalmazia ubbidivano all'imperador d'Occidente. Riferisce Giovanni Lucio [Johann. Lucius, de Regn. Dalmat., lib. 2, cap. 1.] uno strumento fatto nella città di Spalatro, regnante in Italia Lothario Francorum rege per indictione XV, sub die IV non. martii, cioè nell'anno 857, oppure 852. Mi giova ancor di produrre una iscrizione che tuttavia si legge nella città di Pola nell'Istria, ed è testimonio del continuato dominio dell'imperador Lodovico in quelle parti. Si mira esso sopra una porta laterale del duomo.
AN. INCARNT. DNI DCCCLVII.
IND. V. REGE LODOVICO IMP. AUG.
IN ITALIA. HANDEGIS HUJUS AECCE
ELEC P. ENE CONS. EPS. SED. AN. V.
Questo vescovo non fu conosciuto dall'Ughelli nel tomo quinto dell'Italia sacra.
Finalmente scrive nella sua lettera l'imperador Lodovico, dopo aver parlato dell'iniquo procedere de' Napoletani fautori dei Saraceni: Noveris, exercitum nostrum, Bari triumphis nostris submissa, Saracenos Tarenti pariter et Calabriae nos mirabiliter humiliasse, simul et comminuisse; ac hos celeriter, duce Deo, penitus contriturum, si a mari prohibiti fuerint escarum admittere copias, vel etiam classibus a Panormo vel Africa suscipere multitudines. Perciò prega Basilio di voler inviare un competente stuolo di navi, che impedisca i trasporti de' Saraceni, con aggiugnere: Nos enim Calabria, Deo auctore, expugnata, Siciliam disposuimus, secundum commune placitum, libertati restituere. Queste gloriose imprese meditava l'imperador Lodovico contra de' Saraceni, formidabili allora alla Cristianità sì in Oriente che in Occidente, non men di quello che poi furono i Turchi, professori della lor legge, spezialmente dopo aver soggiogato i Saraceni medesimi. Ma sconcertate rimasero tutte le sue idee da una di quelle vicende che ben di rado succedono, ma pur succedono sulla terra, patria della corruzion degli animi e dei corpi. Dimorava tuttavia in Benevento esso Augusto, allorchè cadde in cuore al principe della terra Adelgiso il malvagio pensiero di metter le mani addosso alla di lui sacrata persona. Costantino Porfirogenneta scrive [Constant. Porphyrogenn., in Vit. Basilii Maced.] che il sultano prigione in Benevento, uomo de' più furbi ed astuti del mondo, quegli fu che gli inspirò una sì detestabil risoluzione. Infatti anche l'Anonimo Salernitano [Anonymus Salernit., Paralipom., cap. 109.] attesta che Adelgiso si consigliò con lui sopra un affare di sì grande importanza: tanto s'era egli affratellato con quell'infedele. Il motivo di procedere a fare un atto sì palpabile di fellonia contra del suo sovrano variamente viene scritto dagli antichi storici. L'Annalista di Metz [Annal. Francorum Metenses.] dice ch'egli ciò operò Graecorum persuasionibus corruptus, e che a persuasione di lui molte città Samnii, Campaniae, et Lucaniae, a Ludovico recedentes, Graecorum dominationi se subdiderunt. A tali notizie l'imperador mosse l'esercito verso la capitale, cioè per andare a Benevento, città allora piena di ricchezze. Non l'aspettò Adelgiso, ma scaltramente gli venne incontro; protestò la sua fedeltà ed ossequio; giurò di non aver in guisa alcuna acconsentito alla ribellion di quelle città; fece anche giocar molti regali; laonde fu restituito nella grazia primiera. Passato dipoi l'imperadore contro delle città ribellate, tutte le ridusse all'ubbidienza, fuorchè Capua, che per essere forte di mura convenne stringerla con assedio. A tutti i contorni di essa città fu dato un terribil guasto. Veggendosi i Capuani ridotti a mal punto, pregarono il vescovo loro Landolfo di interporsi, ed alzato il corpo di santo Germano, processionalmente usciti di città, andarono a trovar l'imperadore, gridando misericordia. Mosso a pietà lo Augusto sovrano, loro perdonò; e in tal maniera scacciati i Greci, posta guarnigione nelle città prese, andossene dipoi a Benevento, dove gli succedette la disgrazia che or ora verrò raccontando. In essa città si truova egli nel dì 14 d'aprile dell'anno presente, come apparisce da un suo diploma già pubblicato da me [Antiquitat. Italic., Dissert. XI, pag. 585.]. Ma non si può, se non difficilmente, prestar fede al racconto del suddetto autore, perchè oltre al non avere gli antichi scrittori italiani nulla detto, nulla conosciuto dell'assedio di Capua, nè dell'essersi data, come egli pretende, quella con altre città circonvicine ai Greci, lontano dal verisimile si scuopre che i principi di Benevento e i conti di Capua avessero voluto ammettere presidii greci nelle loro città, e massimamente stando in tanta vicinanza l'imperador Lodovico coll'armi in mano. Si vuol nondimeno confessare che Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.] sembra accostarsi a tale opinione, allorchè dopo la presa di Bari scrive, che duo quidam comites nisi sunt in imperatorem insurgere. Quod quum cognovisset imperator, persecutus est eos usque Marsiam, ubi illi non audentes consistere, fugerunt Beneventum. Di questi due conti parleremo fra poco. Aggiugne, che l'imperadore in perseguitando que' due conti, arrivò ad Isernia, e volendo quella città resistere, la espugnò e prese. Poscia per Alife e Telese passò alla città di Sant'Agata, intorno al cui assedio si fermò per alquanti giorni. V'era dentro Isembardo gastaldo, cioè governatore perpetuo della medesima; buon per lui che Bassacio abbate di Monte Casino, per essere suo parente, impetrò a lui e alla città dall'imperatore perdono. Colà comparve Adelgiso principe di Benevento. Gittatosi a' piedi dell'Augusto sovrano, ottenne non solo per sè, ma anche per gli due conti suddetti, d'essere rimessi nella sua grazia. Ciò fatto, l'imperadore andò a Benevento a trovare una sciagura ch'egli mai non si sarebbe aspettato. Ma neppur qui possiam riposare sull'autorità dell'Ostiense. La ribellione di que' due conti, per attestato di Erchemperto, siccome vedremo, accadde dopo la disavventura occorsa all'imperadore, e per conseguente anche l'espugnazion di quella città. Ciò che bensì possiam credere all'Ostiense, perchè concordemente asserito dagli altri antichi storici, si è, che le insolenze usate al popolo di Benevento, non già da Lodovico imperadore, principe assai buono, ma dalle sue milizie, e massimamente dall'imperadrice Angilberga sua moglie, principessa, in cui non si sapeva discernere se maggior fosse la superbia o l'avarizia, quelle furono che fecero perdere in fine la pazienza ad Adelgiso loro principe. Coeperunt Galli graviter Beneventanos persegui, ac crudeliter vexare: son parole d'Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 34.]. Quumque Beneventanos ostiliter insequeretur sua conjux, atque mulieres illorum omnimodis nimirum foedaret; et ipsa Beneventanos variis injuriis afficeret, asserens ad suos, quia minime se sciunt communire Beneventani clypeis, ec. Lo stesso viene asserito dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salern., Paralip., cap. 109.], per tacer d'altri autori. Cedreno [Cedren., in Annalib.] autor greco scrive, essere proceduta tutta la scena, che io son per raccontare, dai consigli e dalle cabale del soldano, che condotto prigione a Benevento, s'era intrinsecato con Adelgiso e collo stesso imperadore. E certamente che Adelgiso si consigliasse con costui, lo asserì anche l'Anonimo salernitano. Nel resto il racconto di Cedreno discorda dalla verità della storia, e meritano qui più fede gli storici latini.
Ora gli Annali di Metz c'insegnano avere Adelgiso principe di Benevento fraudolentemente persuaso all'imperador Lodovico di lasciar tornare alle loro case le milizie franzesi, perchè lo star più quivi era di loro incomodo e di gran danno ai suoi sudditi. Restò dunque con pochi Lodovico. Ma è maggiormente da prestar fede ad Andrea prete [Andreas Presbyter, Hist. tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.], storico italiano contemporaneo, che scrive aver Adelgiso profittato del tempo, in cui erant Franci separati per castella, vel civitates fidentes absque ullo terrore, credentes fidei Beneventanorum. Però venuto il bisogno del loro aiuto, furono trattenuti dai Beneventani in maniera, che niun d'essi potè accorrere alla difesa del proprio padrone. Nel giorno 23 agosto, Indictione XI (si dee scrivere quarta), per attestato del suddetto Andrea, scoppiò la congiura de' Beneventani. Mentre l'imperadore dopo il mezzodì riposava, uniti andarono al palazzo per sorprenderlo. Corsero all'armi i pochi Franzesi di sua guardia; e svegliato l'imperadore da quel rumore, corse anche egli alla difesa. Adelgiso veggendo la resistenza, fece mettere il fuoco alle porte del palazzo, il che costrinse l'imperadore a ritirarsi colla moglie Augusta e alquanti de' suoi in una torre forte, dove per tre dì si difese: se pur questa torre non fu il palazzo medesimo. Negli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.] si legge: Adelgisus cum aliis Beneventanis adversus ipsum imperatorem conspiravit, quoniam idem imperator factione uxoris suae eum in perpetuum exsilium disponebat. Et quum idem Adelgisus noctu super ipsum imperatorem irruere disposuisset, isdem cum uxore sua, et cum eis, quos secum habebat, quandam turrim valde altam munitissimam ascendit, et ibi per tres dies cum suis se defendit. Seguita poi a dire, che interpostosi il vescovo di quella città, ottenne di poter andarsene sano e salvo. Ma non così presto egli dovette ricevere la libertà, scrivendo Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 34.], autore di que' tempi, che Lodovico fu preso e messo in prigione; e mentre era in quello stato, consistente Augusto in custodia, Iddio mosse dall'Africa i Saraceni, e non tardò quaranta giorni a vendicar l'enorme strapazzo fatto al maggior principe della Cristianità, ch'esso Erchemperto chiama sanctissimum virum, salvatorem scilicet Beneventanorum provinciae. E Andrea prete lasciò scritto che la di lui prigione durò fino a dì 17 di settembre. Ora le soldatesche sue s'erano intanto ammassate; cosa che diede molta appressione al principe Adelgiso, se pur ciò è vero, perchè Erchemperto diversamente ne parla. Giunse anche nuove che un poderoso esercito di Saraceni era sbarcato verso Salerno, sicchè si venne a capitolare la libertà del maltrattato Augusto. Fu convenuto che egli, la moglie, la figliuola Ermengarda e tutti i suoi con fortissimi giuramenti presi sopra le sacre reliquie, si obbligassero di non fare in alcun tempo nè per sè nè per altri vendetta alcuna di quel fatto, nè di entrare mai più con armi ed armata nel ducato di Benevento. Dopo di che gli fu permesso d'andarsene ovunque gli piacea. Soggiugne Erchemperto che Adelgiso bona ejus diripiens, ditatus est, cunctosque viros exercitales expoliavit, et ex bonis eorum onustatus est. Incredibile fu il rumore (e ben lo meritava il caso) che per l'Italia e fuori d'Italia si fece per questo insulto. D'altro non si parlava, dando alcuni ragione ad Adelgiso per cagion delle estorsioni ed insolenze praticate nella provincia beneventana dai Franzesi, e massimamente dall'imperadrice Angilberga; ma i più detestando la fellonia e la somma ingratitudine di costui, che pagava di questa moneta chi con tanti sudori di sangue e spese avea liberato lui e i suoi popoli dal giogo de' Saraceni. Ho io pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XL.] un ritmo, allora composto che probabilmente si andava cantando per le piazze. Tali sono i primi tre pretesi versi: