Un riguardevol concilio fu nel presente anno tenuto da papa Adriano in Roma, in cui venne lodato e confermato lo ristabilimento di sant'Ignazio nella sedia patriarcale di Costantinopoli, ed abolito il conciliabolo e tutti gli atti di Fozio pseudo-patriarca. Abbiamo dagli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.] un orrido accidente occorso in questi tempi al medesimo papa. Aveva egli, siccome pontefice di tutta benignità, sul principio del suo pontificato rimesso in grazia della santa sede quell'Anastasio parroco, ossia cardinale di san Marcello, che vedemmo di sopra all'anno 853 condannato nel concilio romano da papa Leone IV, e gli aveva restituita la carica di bibliotecario della santa Chiesa romana. Qual gratitudine o ricompensa riportasse il buon papa da questo Anastasio, uomo bensì delle prime e più nobili casate di Roma, ma anche superiore a tutti nelle iniquità si vide ben presto. Era tuttavia in vita Stefania, già moglie di Adriano, prima che egli abbracciasse col celibato la vita ecclesiastica, e restava di loro una fanciulla nubile, già promessa e legata con gli sponsali ad un nobile. Sul principio della quaresima Eleuterio, fratello del suddetto Anastasio, sollevò con ingannevoli modi quella donzella, e rapitala, seco contrasse il matrimonio con sommo sdegno e rammarico del pontefice suo padre. Probabilmente ebbe Adriano maniera di fargli levar la figliuola: il che mosse a tal rabbia l'inferocito Eleuterio, che entrato nella casa, dove essa dimorava colla madre Stefania, amendue più che barbaramente le scannò ed uccise; ma gli uffiziali della giustizia gli misero le mani addosso, di modo che non potè fuggire. Arsenio, padre di lui e del suddetto Anastasio, molto prima era ito a Benevento per procacciarsi il favore dell'imperador Lodovico, e spezialmente la protezion dell'imperadrice Angilberga, alla quale, perchè era donna innamorata più dell'oro che della giustizia, consegnò il suo tesoro. Ma sopraggiuntagli un'infermità che il portò all'altro mondo, andò per terra ogni suo negoziato. Ora il pontefice Adriano fece tanto che ottenne dall'imperadore dei messi ossia dei giudici straordinarii, perchè fosse fatto processo e giustizia secondo le leggi romane contra del suddetto Eleuterio. Hadrianus papa apud imperatorem missos obtinuit, qui praefatum Eleutherium secundum legem romanam judicarent: il che, dice il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], fa intendere il supremo dominio dell'imperadore in Roma, e sembra autenticare ciò che lasciò scritto Eutropio longobardo [Eutrop. Presb. Langobardus, de Imp. Rom.], creduto scrittore del secolo susseguente, ma di poco peso, con dire che sotto gl'imperadori franchi inventum est, ut omnes majores Romae essent imperiales homines. In fatti fu processato Eleuterio, et a missis imperatoris occisus. Anastasio cardinale, perchè v'erano indizii che avesse esortato il fratello a quegli omicidii, nel concilio romano tenuto anno pontificatus domni Hadriani summi pontificis et universalis papae I, per IV idus octobris Indictione II (cominciata nel settembre di quest'anno) fu solennemente scomunicato, finchè comparisse a rendere conto de' reati, de' quali era inquisito. Scrisse in questo anno esso pontefice a Lodovico re di Germania una lettera [Labbe, Concilior., tom. 8.] pridie idus februarias, Indictione I, in cui parla con gran lode dell'imperador Lodovico, nipote di lui, perchè senza risparmiar fatica, nè caldo nè gelo, combatteva contro ai nemici del nome cristiano, e colle sue armi gli avea non poco abbassati, e restituita la pace ai paesi circonvicini. Però gli raccomandava di lasciare in pace i regni non solo d'esso Augusto, ma anche del re Lottario suo fratello, con aggiugnere delle minacce in caso di disubbidienza. Un'altra simile lettera fu scritta dal papa al re Carlo Calvo colla stessa premura per l'indennità degli stati di Lodovico Augusto e di suo fratello. Non è a noi pervenuto un esatto conto delle imprese fatte in quest'anno dallo stesso imperadore. Tuttavia pare che non si abbia a dubitare ch'egli intraprendesse lo assedio oppure il blocco di Bari [Erchempertus, Hist., cap. 33. Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 36.] dove era il forte de' Saraceni. Diede il guasto a tutti i loro seminati; poscia passato a Matera, città ben fortificata da que' Barbari, la forzò a rendersi, e col fuoco la ridusse in un mucchio di pietre. Prese dipoi Venosa, e tanto ivi quanto in Canosa pose una forte guarnigione che assicurò dalle scorrerie saraceniche la parte occidentale del ducato di Benevento, e servì a maggiormente ristringere la città di Bari. Arrivò anche l'armata sua fino alla città d'Oria verso Oriente, ma senza sapersi se ne impadronisse, nè se la tenesse. Dopo di che se ne tornò a stanziare in Benevento con sua gran lode e plauso di tutti i fedeli.


DCCCLXIX

Anno diCristo DCCCLXIX. Indizione II.
Adriano II papa 3.
Lodovico II imp. 21, 20 e 15.

Celebre riuscì quest'anno a cagione del concilio generale [Labbe, Concilior., tom. 8.] celebrato in Costantinopoli per cura del sommo pontefice Adriano e di Basilio cattolico imperadore d'Oriente. Presidenti del medesimo furono Donato vescovo d'Ostia, Stefano vescovo di Nepi e Mariano diacono, legati della sede apostolica, e Ignazio patriarca di Costantinopoli. Vi si trattò dell'intrusione di Fozio e di tutti i suoi aderenti, con altri punti, intorno ai quali si possono consultar gli atti e la storia ecclesiastica del cardinal Baronio, il quale è da stupire, come si lasciasse trasportar cotanto a maltrattar la memoria dell'imperador Basilio, benemerito in questi tempi della santa sede e di tutta la Chiesa cattolica. Da Guglielmo poscia bibliotecario [Guillelmus Bibliothec., in Vit. Hadrian. II.], e dalla prefazione di Anastasio, allora bibliotecario della romana Chiesa al suddetto concilio, si raccoglie che in questi medesimi tempi fu spedito alla corte dell'imperador greco da Lodovico, imperador d'Occidente, Suppone, ch'era in questi tempi arciministro della sua corte, e fu dipoi duca di Spoleti, con un altro legato, menando seco il suddetto Anastasio, credo per interprete, siccome persona intendente della lingua greca. Il motivo di tale ambasciata era di trattare di un matrimonio tra Costantino figliuolo dell'imperador Basilio, anch'esso creato Augusto e collega nell'imperio, ed una figliuola dell'imperador Lodovico. All'anno 851 io feci menzione di un'Ermengarda regina, la quale nell'anno 850, come costa dai documenti da me pubblicati [Chron. Casauriens., Part. II, tom. 2 Ital.] nelle giunte alla Cronica del monastero Casauriense, fece acquisto d'alcuni stabili. Potrebbe ella aver avuto per padre il suddetto imperador Lodovico; ma non pare ch'ella possa essere la stessa, delle cui nozze si trattava in quest'anno alla corte di Costantinopoli. Lascerò io volentieri una tal quistione alla decisione altrui. Parlano del suddetto trattato nuziale anche gli Annali di san Bertino [Annales Franc. Bertiniani.], con dire che Basilio imperadore Patricium suum ad Bairam (cioè a Bari) cum CCCC navibus miserat, ut et Ludoico contra Saracenos ferret suffragium, et filiam ipsius Ludoici a se desponsatam (non per lui, ma pel figliuolo Costantino, chiaramente attestandolo Anastasio) de eodem Ludoico susciperet, et illi in conjugio sibi copulandam duceret. Sed quadam occasione interveniente displicuit Ludoico dare filiam suam Patricio. A questo racconto si può aggiugnere quello dell'Anonimo salernitano [Anonym. Salern., Paralip., cap. 8, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], il quale scrive che fu bene scongiurato l'imperador Lodovico dai principi di Benevento e di Salerno per l'esterminio dei Saraceni; ma ch'egli tardò di molto a muoversi. La spinta maggiore a lui data fu da Basilio imperador de' Greci, il quale scorgendo l'impossibilità di levar colle sue forze sole dalle mani de' Saraceni la Calabria e la Puglia, spedì ambasciatori e molti regali all'Augusto Lodovico per invitarlo a questa impresa. Allora si mosse Lodovico con tutto l'esercito, ed arrivato a Roma, fece de' ricchi donativi alla basilica di san Pietro, e fu in tal occasione unto e coronato imperadore dal papa: dopo di che marciò alla volta della Campania. Ma questa coronazione non sembra sussistere, oppure indica quella di cui parleremo all'anno 872. Si potrebbe anche dubitare se Basilio spronasse l'imperadore Lodovico alla spedizion contra de' Saraceni nell'anno 866, perchè anche nell'anno 867 Michele Augusto era vivo e comandava, e da lui avrebbe dovuto venire l'ambasceria. Abbiam nondimeno detto, che vivente ancora Michele, e nell'anno 866, Basilio fu assunto al trono e dichiarato collega nell'imperio. Ora quello che si può tenere per certo si è, che Lodovico Augusto o trattò alla corte cesarea d'Oriente affin di ottenere soccorsi per mare contra de' Saraceni; oppure, che saputo dai Greci lo sforzo con cui egli era venuto contra di quegl'infedeli, Basilio già salito sul trono, mandatigli que' legati, mettesse in campo il matrimonio del figliuolo, e facesse una convenzione di concorrere anch'egli con un'armata navale alla lor distruzione. Soggiungono poi gli Annali bertiniani, che sdegnato il general greco, perchè non gli fosse stata consegnata la principessa da condurre a Costantinopoli, colle sue navi se ne tornò a Corinto.

Accostandosi poi il verno, l'Augusto Lodovico, nel ritirarsi dall'assedio di Bari, fu assalito alla coda dai Saraceni, che gli tolsero più di due mila cavalli, e con questi andarono alla Chiesa di san Michele nel monte Gargano, e le diedero il sacco, con far anche prigioni que' cherici, e molti altri iti colà per lor divozione. Un avvenimento sì infelice turbò non poco l'imperadore, il papa e i Romani. Aggiungono ancora, che avendo l'arcivescovo d'Arles Rolando ottenuta da esso imperadore, allora padrone della Provenza, e da Angilberga Augusta sua moglie, non vacua manu, la badia di san Cesario, s'era portato all'isola di Camargue, allora ricchissima, dove quel monistero possedeva dei gran beni, e vi aveva in pochi dì alzata una spezie di fortezza con della sola terra. Ma eccoti giugnere i Mori, non so se dell'Africa, o della Spagna. In quella miserabil fortezza rifugiò lo sconsigliato arcivescovo, ed ivi fu colto da que' Barbari, che misero a fil di spada trecento dei di lui domestici o sudditi, e lui condussero ben legato in una lor nave. Pel suo riscatto fu convenuto di dar loro cento cinquanta libbre d'argento, altrettanti mantelli, altrettante spade ed altrettanti schiavi. Mentre di ciò si trattava, l'arcivescovo accorato si morì. Ciò veduto, i Saraceni furbi, per non perdere il riscatto, affrettarono il cambio, fingendo gran fretta di partirsi. Ebbero quanto era stato accordato; e messo in una sedia legato il cadavere del prelato defunto, vestito con gli abiti sacerdotali, co' quali era stato preso, lo portarono essi a terra, e depostolo con gran riverenza, se ne tornarono alle lor navi. Allora quei che aveano portato il riscatto, si accostarono per parlare all'arcivescovo, e rallegrarsi con lui, e il trovarono senza parola e senza vita. Altro non restò che di portarlo con urli e pianti al sepolcro ch'egli si avea preparato molto prima. Un altro accidente, anche più strepitoso, accadde in quest'anno in Italia. Lo raccontano varii scrittori [Lambertus Schafnaburgens. Annales Francor. Bertiniani. Annales Franc. Hildesheim.], e spezialmente i suddetti Annali bertiniani, più copiosi degli altri. Sotto il presente anno, e non già nel precedente, Lottario re della Lorena, sempre, per così dire, ammaliato da Gualdrada, e bramoso di liberarsi dalla regina Teotberga e dalle censure, figurandosi di poter ammollire l'animo del sommo pontefice a forza di regali, e col venir egli in persona in Italia, aggiuntavi ancora l'intercessione dell'imperador Lodovico suo fratello, si mosse nel mese di giugno, ed arrivò fino a Ravenna. Quivi s'incontrò nei messi speditigli dallo stesso imperadore per fargli sapere che se ne tornasse indietro, e rimettesse a tempo più opportuno quel suo biasimevol affare, stante il trovarsi troppo impegnato esso Augusto nell'assedio di Bari, cui amplius quam ducentas naves rex Graecorum in auxilium contra eosdem Saracenos festinato mittebat: Non istette per questo Lottario, troppo cotto dall'amor della druda. Andò a trovar l'Augusto fratello che era in campo sotto Bari, e tante batterie di preghiere e di doni adoperò, che indusse l'imperadrice Angilberga ad ottenere dall'Augusto marito ch'ella stessa seco venisse a Monte Casino, per far quivi un abboccamento col papa. Colà infatti, per interposizione dell'imperadore, si portò papa Adriano. Gli fece molti presenti Lottario, ma senza muoverlo per questo ad alcun atto sconvenevole alla disciplina cristiana. Impetrò bensì, per le istanze dell'imperadrice, che il papa gli desse nella messa solennemente cantata la sacra Comunione, ma con interrogarlo prima s'egli avea puntualmente eseguito quanto gli era stato prescritto da papa Niccolò suo antecessore, coll'essersi astenuta, e promettere d'astenersi in avvenire da ogni commerzio carnale coll'impudica Gualdrada: il che fu giurato e promesso da lui e dai suoi cortigiani, che pur sapeano tutti di spergiurare. Tornò il pontefice a Roma: colà ancora si portò Lottario, ma senza ricevere incontro alcuno; e senza che alcuno de' chierici gli facesse accoglienza veruna, visitò il sepolcro di san Pietro. Non potè impetrare che il papa gli cantasse la messa. Solamente nel lunedì desinò con lui nel palazzo lateranense, e fu regalato di una lena (forse una sorte di veste), di una palma benedetta e di una ferula, ossia baston pastorale. Ciò bastò per far tutto ringalluzzire lo sconsigliato principe; ed intanto il papa determinò di mandare in Lorena Formoso vescovo di Porto, e un altro vescovo, per informarsi meglio degli andamenti passati d'esso re Lottario, affin di procedere secondo la giustizia. Partitosi da Roma il re arrivò a Lucca, dove fu sorpreso dalla febbre egli con tutti i suoi. Ne cominciò a morire oggi uno, e più altri ne' dì seguenti; e Lottario senza profittare di avvisi sì chiari a lui mandati da Dio, malato come era, passò fino a Piacenza, dove nel dì 10 di agosto infelicemente diede fine alle sue follie e alla sua vita. Fu seppellito il corpo suo dai pochi domestici a lui restati ignobilmente sotterra nel monistero, o, per dir meglio, nella chiesa di santo Antonino, posta allora fuori della città. Con giusto fondamento fu creduto da tutta la Cristianità un potente gastigo dell'ira di Dio.

Senza far caso la pia regina Teotberga dei tanti strapazzi a lei fatti dal real consorte fece dono di molti poderi ai sacerdoti dalla chiesa suddetta di sant'Antonino, acciocchè da lì innanzi facessero l'anniversario, e pregassero Dio per l'anima di lui, siccome costa da una lettera di Carlo Grasso imperadore, rapportata dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, pag. 448.]. Ritirossi poi questa regina a Metz, dove nel monistero di santa Glodosinde professò vita monastica, e vi morì badessa, per quanto si ricava da Giovanni abbate nella vita d'essa santa Glodosinde. Il Muzio, il padre Celestino ed altri autori bergamaschi han fatta di questa regina Teotberga una beata, con formarne una leggenda secondo la libertà de' secoli andati, da cui apparisce che la medesima fondò a Pontita nel territorio di Bergamo un monistero, dove santamente compiè la sua carriera. Con quali fondamenti e da quali antichi autori sia sostenuto un tal racconto, io nol so. Ben so che merita maggior fede l'asserzione del suddetto Giovanni abbate, che fiorì nel secolo decimo. Non così tosto arrivò in Francia la nuova che era morto il suddetto Lottario senza lasciar dopo di sè figliuoli legittimi, che il re Carlo Calvo si affrettò a prendere il possesso del regno di lui. E gli riuscì di farsene coronare re nella città di Metz. Era allora infermo Lodovico re della Germania suo fratello. Dacchè si fu egli alquanto riavuto, mandò a far istanza per aver la sua parte di quegli stati. E intanto l'imperador Lodovico, intento alla difesa e al vantaggio della Cristianità, lontanissimo dalla Lorena, stava combattendo coi Maomettani Mori verso Bari, e tardò poco a sapere, dopo l'avviso della morte del fratello, l'altro ancora della occupazione del di lui regno. Ricorse a papa Adriano; e questi immediatamente spedì in Lorena e in Francia due vescovi suoi legati, cioè Pietro e Leone, con lettere ai vescovi e baroni di Francia, ordinando in esse che niuno osasse d'invadere, turbare, o tentar di occupare il regno del fu re Lottario, siccome cosa dovuta per diritto ereditario all'imperador Lodovico di lui fratello, intimando la scomunica a chi contravvenisse, ed altre pene ai vescovi consenzienti, o non resistenti a tale occupazione. Con questi legati anche Lodovico Augusto spedì Boderado, uno dei suoi principali ministri, per dire le sue ragioni, protestare e fare altri simili atti. Chiari erano i diritti dell'imperadore sopra quegli stati; meritava ben d'essere rispettata anche la sempre veneranda autorità del sommo pontefice, e massimamente proteggendo egli una causa palesemente giusta. Ma è gran tempo che la voglia e la comodità di occupare gli stati altrui sa andare di sopra alla religione, alla parentela e a tutti i dettami della giustizia. Carlo Calvo nulla si curò dei passi fatti dal papa e dal nipote Augusto, nulla dello sparlare che tanti e tanti dovevano fare di lui, perchè si prevalse della sua potenza contro di un nipote che non si potea difendere, perchè impegnato contra i nemici del nome cristiano; anzi salì in tal superbia, che, secondo gli Annali di Fulda [Annales Francor. Fuldenses.], dichiarò che, da lì innanzi voleva essere chiamato imperadore ed Augusto, perchè era possessor di due regni.


DCCCLXX

Anno diCristo DCCCLXX. Indizione III.
Adriano II papa 4.
Lodovico II imp. 22, 21 e 16.