Fin dall'anno 861 aveano i popoli pagani della Bulgaria abbracciato il Cristianesimo; e al loro re Bogori battezzato, che, assunto il nome di Michele, fedelmente conservava la ricevuta santa religione. Dio diede forza per superare una terribil congiura dei suoi grandi, che pentiti d'aver abbandonati gl'idoli, si rivoltarono contra di lui. Ora esso in quest'anno somma consolazione recò alla sacra corte di Roma per la spedizione de' suoi ambasciatori a papa Niccolò [Respons. Nicolai papae ad Consult. Bulg.], affin di ricevere da lui istruzioni intorno ad assaissimi punti della religione e della Chiesa. Giunti a Roma nel mese di agosto, con tutto amore ed onore furono accolti dal saggio pontefice, il quale poco appresso inviò in que' paesi Paolo vescovo di Populonia, e Formoso vescovo di Porto, acciocchè si studiassero di convertire il resto di quei popoli, ed ammaestrassero e cresimassero i già convertiti. Notò l'autore degli Annali di san Bertino [Annal. Francor. Bertiniani.] sotto quest'anno che il re de' Bulgari inviò a san Pietro l'armi stesse che egli portava allorchè trionfò de' suoi ribelli, colla giunta d'altri non pochi doni. Hludowicus vero Italiae imperator hoc audiens, ad Nicolaum papam misit, jubens, ut arma, et alia, quae rex Bulgarorum sancto Petro miserat, ei dirigeret. De quibus quidem Nicolaus papa per Arsenium ei consistenti in partibus beneventanis transmisit, et de quibusdam excusationem mandavit. Circa questi medesimi tempi anche nella Moravia si piantò e crebbe la fede di Cristo, e si dilatò questa luce fino nella Russia; ma non dovettero i Russi tenerla salda, perchè sul fino del seguente secolo si truova la lor conversione al Cristianesimo, con riuscire poi stabile sino ai giorni nostri. Andrea Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.], dopo aver narrata la conversione de' Bulgari per opera di san Cirillo da Salonichi, apostolo de' paesi sclavi, attesta ch'esso Cirillo convertì alla fede Sueiopolo re della Dalmazia mediterranea, che abbracciava la Croazia, la Russia e la Bossina. Abbiamo poco fa inteso che l'imperador Lodovico si tratteneva nell'anno presente nel ducato di Benevento. Sopra di che è da sapere che que' popoli ridotti alla disperazione per gl'immensi continui saccheggi e per le incredibili crudeltà de' Saraceni, altro scampo non veggendo se non nell'aiuto dell'imperador Lodovico, sì da Benevento [Erchempertus, Hist., cap. 32. Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 36.] che da Capoa gli spedirono degli ambasciatori, scongiurandolo di accorrere in aiuto loro. Niuno ne spedì Guaiferio principe di Salerno, perchè non era in grazia d'esso Augusto, a cagion della deposizione e prigionia di Ademario principe da noi veduto di sopra. All'esposizione di tante miserie patite dai cristiani, si mosse a compassione l'Augusto Lodovico, e determinò di far guerra, ma non simile a quella degli anni precedenti, contra di que' cani. A tal fine non so se nel seguente, o pure nel presente, egli pubblicò quel rigoroso editto che Camillo Pellegrino diede alla luce [Peregrinus, Hist. Princip. Langobard., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]. In esso vien intimata a tutto il popolo del regno d'Italia la spedizion militare verso Benevento, correndo l'indizione XV, che denota l'anno susseguente. Iter erit nostrum (dice ivi l'imperadore) per Ravennam, et immediate mense martii in Piscariam, et omnis exercitus italicus nobiscum. Tuscani autem cum popolo, qui de ultra veniunt, per Romam veniant ad Pontem Curvum, inde Capuam, et per Beneventum descendant nobis obviam Luceria VIII kalendas aprilis. Queste ultime parole sembrano accordarsi poco colle prime. Ma se è vero che l'imperadore avea da muoversi nel marzo alla volta di Ravenna, per andare a Pescara nel ducato beneventano, convien supporre emanato quell'editto prima del marzo di quest'anno, giacchè è fuor di dubbio che nel giugno dell'anno presente egli era già pervenuto coll'armata a Monte Casino. E se fosse così, in vece di indictione quinta decima, si avrebbe a scrivere quarta decima. Ma ritenendo l'Indictione XV, l'intimazione apparterrà all'anno seguente, e si dovrà credere, che accortosi Lodovico nell'anno presente che non bastavano le ordinarie sue forze a schiantare quella mala razza, intimasse nel seguente l'insurrezione dell'Italia tutta per ultimare sì importante affare. Ho detto rigoroso quell'editto, perchè chiunque possedeva tanti mobili da poter pagare la pena pecuniaria d'un omicidio, era tenuto ad andare all'armata. I poveri, purchè avessero dieci soldi d'oro di valsente, doveano far le guardie alle lor patrie e ai lidi del mare. Chi meno di dieci soldi, era esentato. Se uno avea molti figliuoli, a riserva del più utile che potea restar col padre, gli altri tutti aveano a marciare. Due fratelli indivisi, amendue andavano. Se tre, il più utile si lasciava a casa. I conti e gastaldi non potevano esentare alcuno, eccettochè uno per lor servigio, e due per le lor mogli. Se più ne avessero esentati, la pena era di perdere le lor dignità. E se gli abbati e le badesse non avessero inviati all'armata tutti i lor vassalli, restavano privi della lor dignità, e que' vassalli perdevano il feudo e gli allodiali. Tralascio il resto. Son quivi destinati i conti e ministri per l'esecuzione di quest'ordine. Fra gli altri in ministerio Witonis Rimmo et Johannes episcopus de Forcona. Questo governo di Guido altro non può essere che Spoleti. In ministerio Verengari Hiselmundus episcopus. Il governo di Berengario non dovrebbe essere stato il Friuli, perciocchè vivea tuttavia Eberardo suo padre duca di quella contrada. Abbiamo da Andrea prete [Andreas Presbyter, tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.], scrittore italiano di questo secolo, che ad esso Eberardo duca o marchese del Friuli, di cui parleremo all'anno seguente, succedette Unroco suo figliuolo. Dopo la morte d'Unroco quivi comandò Berengario, anch'esso figliuolo d'Eberardo, che poi giunse ad essere re d'Italia, ed anche imperadore. Pare almeno che dalle parole suddette si possa ricavare che Berengario signoreggiasse in qualche marca. Di questo editto fa menzione anche Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.].

Ora l'imperador Lodovico con una formidabil armata, conducendo anche seco l'Augusta sua moglie Angilberga, per Sora entrò nel ducato di Benevento, e correndo il mese di giugno, arrivò al monistero di Monte Casino, dove fu magnificamente ricevuto dall'abbate Bertario, al quale confermò i privilegii di quel sacro luogo [Erchempertus, Hist., cap. 52.]. Colà fu a trovarlo Landolfo vescovo e signore di Capoa, che gli presentò le truppe del suo paese, ma col giuoco altravolta fatto, cioè con farle disertar tutte a poco a poco. Restò egli solo presso di Lodovico, quasichè niuna parte avesse nella fuga de' suoi. Ma l'imperadore sdegnato, ed assai conoscente che avea che fare con gente doppia, pensò ch'era meglio d'assicurarsi dei dubbiosi amici, prima di procedere contra de' patenti nemici. Però, senza badare alle scuse e ai lamenti del malvagio vescovo, passò ad assediar Capoa. Vi stette sotto ben tre mesi; soggiorno che costò ai Capuani la distruzione di tutti i loro contorni. E perciocchè non volle mai l'imperadore riceverli a patti, finalmente s'arrenderono a Lamberto conte, cioè al duca di Spoleti, uno dei generali dell'imperadore, che li trattò alla peggio da lì innanzi. Da ciò si conosce che Guido duca di Spoleti era morto, con succedergli Lamberto suo figliuolo, come apparirà all'anno seguente. Per attestato dell'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip., cap. 90. P. II, tom. 2 Rer. Italic.], Guaiferio principe di Salerno venne fino a Sarno ad incontrare l'Augusto Lodovico, il quale tosto gli fece istanza d'aver nelle mani il deposto principe Ademario da lui amato. Gli rispose Guaiferio: Che volete farne, signore, s'egli è già privo di luce? E tosto segretamente inviò ordine a Salerno che gli cavassero gli occhi. Portossi dipoi l'imperadore a Salerno, e vi fu ricevuto come sovrano: e di là passò ad Amalfi e a Pozzuolo, dove prese quei bagni, e sul finire dell'anno arrivò a Benevento, dove Adelgiso principe gli fece un suntuoso accoglimento. Nella Cronica di Volturno v'ha un diploma di questo imperadore, dato III idus junii anno, Christo propitio, XVII imperii Domini Hludovici piissimi Augusti, indictione XIV, et postquam cepit Capuam anno primo. L'indizione XIV mostra l'anno presente. Ma nel giugno dell'anno presente Capua non era peranche stata presa da lui, nè correa l'anno XVII dell'imperio, dedotto dalla coronazione romana. Però può credersi che in vece dell'indictione XIV, s'abbia quivi a scrivere indictione XV, cioè nell'anno susseguente. Nel presente, se pur sussistono le conghietture del padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedict., lib. 36, cap. 59.], lo stesso Augusto, desideroso di lasciare un'insigne memoria della sua pietà, ordinò che si fabbricasse da' fondamenti l'insigne basilica e monistero di Casauria nell'Abruzzo, in un'isola del fiume Pescara, oggidì nella diocesi di Chieti. Aveva egli molto prima adocchiato quel sito, posto allora nel ducato di Spoleti, siccome proprio per abitazione di monaci, cercanti in que' tempi più le solitudini che gli strepiti delle città; e dopo aver fatto acquisto di assai beni destinati al sostentamento de' servi di Dio, essendo capitato colà in occasion della sua spedizion verso Benevento, fece dar principio alla fabbrica di quel monistero. Lo crede esso padre Mabillone appellato Casa aurea o per la suntuosità e ricchezza degli edifizii, o pure per la copia ed ampiezza de' suoi beni. Ma forse anche prima del monistero e della basilica si nominava Casauria quel luogo. Da un documento da me dato alla luce [Cron. Casauriens., P. II. tom. 2 Rer. Ital.], spettante all'anno 871, si vede un acquisto di beni fatto da esso imperador Lodovico in loco, qui dicitur Casauria, pago pinnensi. In un altro dell'anno seguente è nominata Ecclesia Trinitatis, quae sita est in insula prope Piscariae fluvium, quae dicitur Casauria, monasterium aedificatum esse debet. In un altro è menzionata insula, quae vocatur Casaurea. Però sembra che l'isola ossia il luogo desse il nome a quel monistero, e non giù che lo ricevesse. Tengo inoltre che solamente nell'anno 871 si fondasse quel monistero, siccome vedremo. Oggidì è esso ridotto in somma desolazione; ed è da stupire come le belle porte di bronzo della basilica tuttavia sussistenti abbiano potuto durar tanto contro la forza dei prepotenti, de' soldati e de' ladri.


DCCCLXVII

Anno diCristo DCCCLXVII. Indiz. XV.
Adriano II papa 1.
Lodovico II imp. 19, 18 e 13.

Michele imperador de' Greci, che avea dei gran conti a fare a Domeneddio, per aver accesa la guerra nella sua chiesa colla ingiusta deposizione di santo Ignazio patriarca di Costantinopoli, e coll'intrusione di Fozio, ebbe in questo anno il suo pagamento. Aveva egli nel precedente fatto levar di vita Barda Cesare, e per ricompensa creato suo collega nell'imperio ed Augusto l'uccisor di esso Barda, Basilio, Macedone, uomo di bassa nascita, ma provveduto di molte virtù, e più di fortuna. Ossia che Basilio avesse sicure testimonianze che si macchinava contro della sua vita, o che venisse il timor di cadere dall'ubbriachezza, vizio familiare d'esso Michele: la verità si è, che Michele fu ucciso dalle guardie nel dì 24 di settembre dell'anno presente, e Basilio restò solo sul trono. Era questo novello Augusto uomo sommamente cattolico, e tale non tardò a farsi conoscere con cacciare dalla sedia patriarcale di Costantinopoli Fozio, e rimettervi sant'Ignazio; risoluzione che recò immenso giubilo alla Chiesa di Dio. In questo medesimo anno, nel dì 13 di settembre passò a miglior vita papa Niccolò I, e in lui la santa sede venne a perdere uno de' più dotti e zelanti pontefici che da gran tempo ella avesse avuto [Anastas. seu Guillelmus Bibliothec., in Vit. Hadriani II.]. Raunatisi poscia i vescovi, il clero, i nobili e il popolo romano, per passare all'elezion del successore, cadde questa nella persona d'Adriano II, prete cardinale del titolo di san Marco, che tosto fu portato al palazzo lateranense fra gli applausi sonori di tutta la città, ma non giù de' messi dell'imperadore, i quali per avventura si trovarono allora in Roma. S'ebbero questi a male di non essere stati invitati all'elezione: non già che loro dispiacesse il buon papa eletto, ma perchè parea che la loro esclusione ridondasse in poco rispetto all'Augusto, di cui teneano le veci. Ma si quetarono all'intendere che s'era ciò fatto non in dispregio dell'imperadore, ma per non introdurre il costume di dover aspettare i ministri imperiali all'elezione de' papi, la quale non ammetteva dilazione. In fatti quest'obbligo non v'era, nè si trovava praticato in addietro. Erano tenuti solamente i Romani ad aspettar l'approvazione imperiale dell'eletto: il che appunto anche in quest'occasione si eseguì. Lodò l'Augusto Lodovico con sue lettere l'elezion fatta e l'eletto; e certificato che non v'era intervenuta promessa alcuna di danaro, diede ben volentieri l'assenso per la consecrazione del nuovo pontefice. Confessa Guglielmo bibliotecario che soleano succedere dei disordini nelle sedi vacanti d'allora, e prevalendo le fazioni, venivano cacciati in esilio non pochi ecclesiastici. Tutti sotto questo amorevolissimo papa se ne ritornarono liberi a Roma. Accadde nulladimeno in questa vacanza una calamità insolita. Lamberto figliuolo di Guido, duca di Spoleti (così è nominato da esso Guglielmo), tirannicamente entrò in Roma, senza penetrarsi qual pretesto egli usasse; e come se avesse trovata quella città ribelle all'imperadore, permise che fosse messa a sacco dai suoi sgherri. Non perdonò a monistero, nè a chiesa alcuna; e senza farne risentimento alcuno, lasciò che la sua gente rapisse non poche nobili fanciulle, sì entro che fuori di Roma. Furono perciò portate all'imperador Lodovico le doglianze de' Romani per tante iniquità, di maniera che tutti i Franzesi sparlavano di Lamberto, benchè fosse anch'egli di quella nazione; e non finì la faccenda che l'imperadore gastigò questo nemico della santa sede con levargli il ducato, ma non così tosto; siccome vedremo. Allorchè esso bibliotecario scrive che Lamberto apud Augustos piissimos Romanorum querimoniis praegravatus fuit, altro non si può intendere, se non che i Romani fecero ricorso a Lodovico solo imperadore in questi tempi, e all'Augusta Angilberga sua consorte. Trovavansi allora esiliati dall'imperadore medesimo Gaudenzio vescovo di Veletri, Stefano vescovo di Nepi, e Giovanni soprannominato Simonide, per false imputazioni loro date alla corte imperiale. In loro favore scrisse caldamente il pontefice, ed impetrò non solo ad essi la libertà, ma anche a molti altri Romani, che come rei di lesa maestà esso Lodovico Augusto avea fatto carcerare. Sparsesi poi un'ingiuriosa ciarla contra di questo buon papa, quasichè egli avesse intenzion di cassare ed abolire tutti gli atti di papa Niccolò suo predecessore, come fatti con zelo troppo indiscreto. Ma Adriano informato di questa calunnia, con tanta umiltà e destrezza la superò, che restò ognuno convinto della di lui retta intenzione di non discostarsi punto dalle massime dell'antecessore. Giunsero poi a Roma i legati del nuovo imperador cattolico Basilio e del patriarca sant'Ignazio; e il papa mandò anch'egli a Costantinopoli i suoi: intorno a che è da vedere la storia ecclesiastica.

Venuta la primavera, l'imperador Lodovico [Erchempertus, Hist., cap. 33.], ammassato in Lucera ossia Nocera, città della Puglia, tutto l'esercito suo, si mosse contra de' Saraceni, con disegno di assediar Bari, capitale delle loro conquiste. Ma sì Erchemperto che Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 36.] ci assicurano, che venuto l'esercito imperiale ad una giornata campale col sultano di quegl'infedeli, restò disfatta, e perì in quel conflitto non poca parte de' guerrieri cristiani. Quando l'editto citato all'anno precedente appartenga pure al presente, se ne intende la cagione. Giacchè alla brama di snidar da Bari e dalla Calabria gli occupatori Mori, che tuttavia durava nell'imperadore, si aggiunse lo stimolo di risarcir l'onore che avea patito non poco in quella battaglia, pare che nulla di più per quest'anno operasse il medesimo Augusto, e che si trattenesse in Benevento, aspettando miglior fortuna con un'armata di maggior polso. Nè si vuol ommettere ciò che gli Annali metensi [Annal. Franc. Metenses.] riferiscono all'anno presente. Cioè, che l'imperador Lodovico, risoluto di sterminare dal ducato di Benevento la pessima generazione de' Saraceni, che tanti affanni recava a quelle contrade, temendo che le forze del regno non bastassero all'intento suo, perchè possente era anche l'armata di que' Barbari, spedì ambasciatori a Lottario suo fratello re della Lorena, per pregarlo di un gagliardo rinforzo in questo bisogno della Cristianità. Lottario senza perdere tempo raunò un buon esercito, e colla maggior fretta possibile venne in soccorso del fratello, con essere poi seguite non poche prodezze da parte dei Cristiani. Ma non apparisce altronde che Lottario in persona venisse a Benevento. E quegli Annali hanno l'ossa slogate, mettendo fuori di sito le azioni di questi tempi. L'aiuto suddetto prestato da Lottario all'Augusto Lodovico dee appartenere all'anno precedente, essendo certo che la morte di papa Niccolò, quivi riferita dopo il racconto suddetto all'anno 868, appartiene al presente. A quest'anno pare che s'abbia da riferire il testamento fatto da Eberardo duca del Friuli indubitatamente, quantunque egli s'intitoli solamente conte, e da Gisla sua moglie figliuola di Lodovico Pio imperadore, fatto in comitatu Tarvisiano in corte nostra Musiestro, imperante Ludovico Augusto domno anno regni ejus, Christo propitio, vicesimo quinto. Auberto Mireo [Miraeus, Cod. Donat., cap. 15.], che diedelo alla luce, lo credette scritto nell'anno 837. Ma quivi si parla non già di Lodovico Pio, bensì di Lodovico II imperadore, e dell'epoca del suo regno, il cui anno XXV cade nel presente anno. In esso testamento egli divide i suoi beni ad Unroco suo primogenito, a Berengario e a due altri suoi figliuoli. Probabilmente egli diede fine alla sua vita in quest'anno, ed è certo che succedette a lui nel governo del Friuli il suddetto Unroco, per attestato di Andrea prete [Andreas Presbyter, in Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.], scrittore di questo secolo. Mancato poi di vita Unroco, non so in qual anno, fu duca o marchese di quella contrada Berengario suo fratello, di cui ci sarà molto da parlare.


DCCCLXVIII

Anno diCristo DCCCLXVIII. Indizione I.
Adriano II papa 2.
Lodovico II imp. 20, 19 e 14.