| Anno di | Cristo DCCCLXIV. Indizione XII. |
| Niccolò papa 7. | |
| Lodovico II imp. 16, 15 e 10. |
Tanto seppero dire i due scomunicati e deposti arcivescovi Guntario e Teotgaudo all'imperador Lodovico, quasichè il papa in condannarli avesse fatta una patente ingiuria a lui ed al re Lottario suo fratello, ch'egli montò in furore, nè capiva per la rabbia in sè stesso [Annales Francor. Bertiniani. Annales Franc. Metenses.]. Probabilmente cooperò a maggiormente accendere questo furore anche Giovanni arcivescovo di Ravenna, perchè sappiamo da Anastasio [Anastas., in Vit. Nicolai I.] ch'egli, siccome amareggiato per le cose dette all'anno 861, sosteneva quegli arcivescovi, e insieme con loro non cessò di far più passi falsi del papa e della santa sede. Non racconta Anastasio ciò che ne avvenisse, ma gli Annali bertiniani ce ne han conservata la memoria: cioè l'infuriato Augusto con Angilberga sua moglie, con quegli arcivescovi e con delle soldatesche se ne andò a Roma, per far quivi cassare dal papa la proferita sentenza; e se nol facea, coll'empio pensiero di fargli mettere le mani addosso. Presentito questo suo mal talento dal papa, ordinò una processione e un generale digiuno in Roma, per pregar Dio che ispirasse all'imperadore un sano consiglio e la reverenza dovuta ai ministri di Dio e alla sede apostolica. Giunse in quel tempo a Roma l'inviperito Augusto, e prese alloggio vicino alla basilica di san Pietro. Colà arrivò in quel punto la processione del clero e popolo romano, e nel salire che faceano le scalinate di san Pietro, eccoti scagliarsi contro di loro i soldati dell'imperadore, che con dar loro delle bastonate e con fracassar le croci e gli stendardi, li posero tutti in fuga. A questo fatto, diversamente nondimeno raccontato, allude un autore di poco credito, forse vivuto prima del mille, che sotto nome di Eutropio longobardo [Eutrop. Langobardus, de Imp. Rom.] fu citato e pubblicato da' nemici della Chiesa cattolica. Non mantengo io per vero e legittimo tutto quel ch'egli racconta di questi e d'altri fatti non succeduti a' giorni suoi. Tuttavia convien ascoltarlo dove dice che l'imperador Lodovico stava a san Pietro, il papa ai santi Apostoli; e perciocchè il pontefice facea far processioni e cantar messa contra principes male agentes i baroni dell'imperadore furono a pregarlo di far desistere da queste preghiere. Nulla ottennero. Ora accadde che incontratisi in una di queste processioni, diedero delle bastonate ai Romani. Qui fugientes projecerunt cruces iconas, quas portabant, sicut mos est Graecorum e quibus nonnullae conculcatae, nonnullae diruptae sunt. Unde et imperator graviter est permotus in iram, et pro qua causa apostolicus mitior effectus est. Profectus est denique idem pontifex ad sanctum Petrum, rogans imperatorem pro suis talia patrantibus; et vix obtinere valuit. Jam itaque inter se familiares effecti sunt. Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 37.] anch'egli fa menzione di questa sacrilega violenza, ed attribuisce ad un tal fatto il gastigo di Dio che, siccome vedremo all'anno 871, provò esso imperador Lodovico. Seguitano poi a dire gli Annali bartiniani che il pontefice, intesa che ebbe la violenza suddetta, e che si pensava anche di mettere le mani addosso alla sacra sua persona, dal palazzo lateranense si portò in barca alla basilica di san Pietro, dove per due giorni e due notti stette senza prender cibo e bevanda.
Ma non si sa intendere come egli si ritirasse colà, dacchè lo stesso imperadore, per confession del medesimo autore, alloggiava allora secus basilicam beati Petri. Frattanto morì uno della famiglia dell'imperadore che avea spezzata la croce di sant'Elena, e lo stesso imperador fu preso dalla febbre. Giudicossi questo un avvertimento a lui mandato da Dio; e però inviò l'imperadrice al papa, perchè venisse a trovarlo; ed egli sulla di lui parola v'andò. L'abboccamento loro ben tosto rimise la concordia. Il papa si restituì al palazzo lateranense, e l'imperadore ordinò che i due arcivescovi se ne tornassero in Francia. Ma essi, prima di partirsi fecero gittare sopra il sepolcro di san Pietro un insolentissimo scritto contra del papa. L'imperadore anch'egli da lì a pochi giorni se ne andò, con lasciare in Roma una infausta memoria delle uccisioni, delle ruberie e delle violenze fatte dai suoi a varie chiese, e a molte donne anche consecrate a Dio. Venuto a Ravenna, quivi celebrò la santa Pasqua, che nell'anno presente cadde nel dì 2 d'aprile. Non mi fermerò qui a raccontare gli avvenimenti dei due suddetti arcivescovi, nè un altro affare che bolliva ne' medesimi tempi di Rotado vescovo di Soissons, deposto da Incmaro arcivescovo di Rems. E solamente verrò dicendo che, secondo i suddetti Annali di san Bertino, i vescovi del regno di Carlo Calvo, contrarii a Rotado, spedirono i lor legati colle lettere sinodiche al papa; ma l'imperador Lodovico non li volle lasciar passare. All'incontro il re Carlo Calvo impedì a Rotado di venire a Roma, benchè egli avesse appellato alla sede apostolica; ma questi seppe trovar modo di fuggire con ricorrere all'Augusto Lodovico, per potere sotto l'ombra sua portarsi a Roma. Aggiungono essi Annali che in quest'anno lo stesso imperadore, trovandosi alla caccia, in volendo ferir colla saetta un cervo, fu da esso gravemente ferito. E che Uberto fratello della regina Teotberga, chierico coniugato, e, secondo gli abusi d'allora, abbate di san Martino di Tours, dopo aver occupata la badia di san Maurizio nei Valesi, ed alcuni contadi spettanti all'imperador Lodovico, padrone di quegli stati, fu ammazzato dagli uomini di esso Augusto. La regina Teotberga sorella d'esso Uberto, cacciata dal re Lottario, si ricoverò negli stati del re Carlo Calvo. Avea la morte rapito a Pietro doge di Venezia il suo figliuolo Giovanni anch'esso doge [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.]. Contra di lui tessuta fu in quest'anno una congiura da varii nobili, per cui restò ucciso, mentre stava celebrando la festa di s. Zacheria nella chiesa del monistero di quel nome. In luogo di lui fu eletto doge Orso Particiaco, chiamato da altri Participazio. Tanto egli come il popolo diedero il condegno gastigo agli uccisori dell'innocente doge, con levarne alcuni di vita, e mandar gli altri coll'esilio in Francia. Questo doge fu poi creato protospatario da Basilio imperadore de' Greci, e in ricompensa di tal onore gli mandò in dono dodici grosse campane. Se crediamo al Dandolo, cominciarono solamente allora i Greci ad usar esse campane. Leone Allazio, uomo dottissimo, anch'egli insegnò che una volta presso i Greci cristiani non erano esse in uso; e l'invenzione delle medesime vien comunemente attribuita ai Latini. Cosa manifesta per altro è che anche ne' secoli pagani erano in uso i campanelli, non già le grosse campane, come oggidì.
DCCCLXV
| Anno di | Cristo DCCCLXV. Indizione XIII. |
| Niccolò papa 8. | |
| Lodovico II imp. 17, 16 e 11. |
Probabilmente succedette in questo anno ciò che abbiamo da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 29.], le cui parole furono copiate dall'autore della Cronica del monistero di Volturno e da Leone Ostiense. Maielpoto gastaldo, cioè governatore di Telese, e Guandelperto gastaldo di Boiano nel ducato di Benevento, tali e tante preghiere adoperarono, che indussero Lamberto duca di Spoleti, e Garardo ossia Gherardo conte di Marsi, a voler colle loro armi dare addosso ai Saraceni. Tutti dunque insieme assaltarono que' Barbari, nel mentre che dal territorio di Capua e Napoli se ne tornavano a Bari, carichi tutti di bottino. Ma il feroce loro sultano con tal bravura li ricevette, che li mise tosto in iscompiglio e in fuga, con restare assaissimi cristiani morti sul campo, e molti altri condotti via prigioni, ai quali parimente fu di poi crudelmente levata la vita. Perirono in quella giornata, valorosamente combattendo, i due gastaldi suddetti col conte Gherardo. Tali parole sembrano indicare che a Guido duca di Spoleti fosse succeduto Lamberto. Presero da lì innanzi i Saraceni maggior baldanza e rabbia, onde a man salva faceano scorrerie per tutto il ducato di Benevento, con distruggere dovunque giugnevano; e, a riserva delle principali città, luogo appena vi restò che non andasse a sacco. Toccò spezialmente questa disavventura a Telese, Alife, Supino, Boiano, Isernia e al castello di Venafro, che furono interamente disfatti. Arrivarono le loro masnade anche al suddetto monistero di san Vincenzo di Volturno [Chron. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Italic. pag. 403.] che era dei più ricchi d'Italia, e tutto lo spogliarono con dissotterrare ed asportare il suo tesoro. Convenne anche pagar loro tre mila scudi d'oro, perchè perdonassero alle fabbriche, nè vi attaccassero il fuoco. Però giusto sospetto nasce che Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 35.] senza fondamento scrivesse, essere stato in tal congiuntura incendiato quell'insigne monistero. Noi vedremo che molto più tardi gli succedette questa disgrazia. Per altro sappiamo da lui che que' monaci si rifugiarono e salvarono nel castello fabbricato da essi in vicinanza del monistero. Era in questi tempi abbate di monte Casino Bertario, uomo letterato, che compose molti trattati e sermoni, siccome ancora alcuni libri di grammatica e medicina, ed assaissimi versi scritti all'imperadrice Angilberga e agli amici suoi. Questi pensando ai pericoli in cui per l'addietro si era trovato il suo monistero per cagione de' Saraceni, nemici del nome cristiano e troppo amici delle sostanze dei cristiani, avea prima d'ora fatto cingere di forti mura e torri quel sacro luogo, ed in oltre cominciata alle radici del monte una città, che oggidì si appella San Germano. Giovò al monistero in tal congiuntura quella fortificazione, ma giovogli anche più il senno d'esso abbate; perchè appena ebbe sentore dell'avvicinamento di quei crudi infedeli, pervenuti sino a Teano, che mandò a trattar con loro di composizione. Tre mila scudi d'oro pagò anch'egli, e coloro contenti se n'andarono. Intanto Landolfo vescovo e signore di Capua [Erchempertus, Hist., cap. 30.], dopo aver cacciato dalla città i suoi nipoti, figliuoli di Landone già conte, che si fortificarono in alcune castella, tutto dì andava ordendo nuove cabale, ingannando ora Guaiferio principe di Salerno, a cui Capua avrebbe dovuto ubbidire, ed ora Adelgiso principe di Benevento. Tirò poscia in Capua i suddetti suoi nipoti, affinchè facessero guerra agli altri suoi nipoti, figliuoli di Pandone. Seguì finalmente pace fra essi cugini, e tutti entrarono in Capua. Ma non mancò all'astuto prelato maniera di dividerli ed ingannarli, con sostenere a forza di queste arti la sua signoria anche nel temporale. Intanto spedì papa Niccolò in Lorena e Francia Arsenio vescovo d'Orta suo legato, che astrinse il re Lottario a richiamare e a ricevere in sua corte la regina Teotberga. Avea anch'esso vescovo indotta l'imperadrice Gualdrada a venire in Italia per presentarsi al sommo pontefice; e la medesima promessa avea riportato da Engeltruda, figliuola del conte Matfrido e moglie di Bosone conte, scomunicata dal papa, perchè fuggita dal marito viveva in un totale libertinaggio. Ma dietro alla strada si trovò da ambedue deluso. Gualdrada giunta sino a Pavia [Epist. 55 Nicolai I papae.], non passò oltre, richiamata dall'adultero re, che di nuovo cominciò a maltrattare la regina Teotberga; Engeltruda anch'ella se ne ritornò ai suoi stravizzi in Francia. Non dormiva intanto la imperadrice Engilberga, attendendo ad impetrar continuamente dei doni dall'Augusto suo consorte. Da un documento, che io diedi alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXII, pag. 241.], apparisce che nell'anno presente, o pure nell'antecedente, Gualberto vescovo di Modena, messo dell'imperador Lodovico, la mise in possesso della corte di Wardestalla, oggidì Guastalla, città che poi passò sotto la signoria del monistero di San Sisto di Piacenza, fondato e dotato dalla medesima Augusta.
DCCCLXVI
| Anno di | Cristo DCCCLXVI. Indizione XIV. |
| Niccolò papa 9. | |
| Lodovico II imp. 18, 17 e 12. |