Ora Bosone considerando la nobiltà di Ermengarda, figliuola di un imperadore, e più la pingue eredità ch'ella portava seco, affine di ottenerla per moglie, segretamente se l'intese con Berengario. Bramava ancor questi di mettersi bene in grazia di Bosone, cioè di chi era fratello dell'imperadrice Richilda, ed arbitro allora del regno d'Italia. Fecero dunque una furberia e collusione iniqua per trarre a fine questo negozio. E qual fosse può ricavarsi dagli Annali di Fulda [Annal. Franc. Fuldenses.], i quali all'anno 878, parlando di Bosone conte (che così ancora si veggono non rade volte allora appellati i duchi e marchesi), hanno le seguenti parole: Quia propria uxore veneno extincta, filiam Hludovici imperatoris de Italia per vim rapuerat. Dovette essere il concerto che Bosone facesse vista di averla rapita per forza, acciocchè a Berengario non venisse dato qualche carico presso la vedova imperadrice Angilberga, nè presso i figliuoli di Lodovico I re di Germania, di aver tenuta mano a sì fatto matrimonio: poichè quanto a Bosone, ne doveva egli avere un segreto consenso da Carlo Calvo Augusto, mercè della sorella, cioè della suddetta imperadrice Richilda. Cosa poi ne avvenisse, lo vedremo fra poco. Nè si vuol tacere che il medesimo Bosone (non se ne sa il pretesto) avea ritenuto nell'anno precedente Leone, nipote di papa Giovanni VIII, e Pietro, amendue vescovi e legati, spediti da esso pontefice alla corte dell'imperador Carlo [Epist. 7 Johannis Papae VIII.]: della quale ingiuria si dolse non poco con lui esso papa Giovanni.
Era intanto in grandi faccende questo papa per gli danni che tuttavia recavano i Saraceni al ducato romano con timore di peggio. Non sapeva egli digerire che Sergio II duca di Napoli cristiano avesse non solamente stabilita pace con que' nemici del nome cristiano, ma anche una specie di lega ed unione con loro. Per disciogliere questa indegna alleanza, si portò egli in persona a Napoli verisimilmente nel gennaio di quest'anno; fece quante calde esortazioni potè a quel duca; e per tentar pure di guadagnarlo [Epist. 38 et seqq. ejusdem.], consecrò vescovo di quella città Atanasio juniore, fratello del medesimo duca; ma non riportò a Roma se non delle parole, perchè ad esse non tenne dietro alcun fatto. Questo è il viaggio, del quale parla Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 39.], con aggiugnere che Lamberto duca di Spoleti e Guido suo fratello andarono in compagnia del papa, il quale usò il medesimo studio per istaccar dall'amicizia de' Saraceni Guaiferio principe di Salerno, Pulcare duca di Amalfi, e Docibile ipato, ossia duca di Gaeta. Del suddetto Guaiferio principe salernitano si legge una donazione fatta nell'anno 877, e da me pubblicata [Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 831.]. A seconda dei suoi desiderii questi operarono. Gagliardissime istanze parimente fece ad Aione vescovo di Benevento, affinchè inducesse il fratello, cioè Adelgiso principe di quel ducato, a ritirarsi dalle convenzioni fatte con quegl'infedeli, con dire fra l'altre cose [Epist. 45 Johannis Papae VIII.]: Nos, cooperante gratia Christi, tam cum carissimo filio nostro Lamberto glorioso duce (di Spoleti) qui nobis in omnibus haeret, quam cum aliis Dominum timentibus, desudabimus, ut impium foedus cum Agarenis habitum dissolvatur. E perciocchè esso papa intese che Gregorio imperial pedagogo era venuto in Calabria e a Bari con un'armata spedita dall'imperadore Basilio, anche a lui scrisse, pregandolo pel soccorso di alcuni per nettare dai Saraceni il littorale romano. Ma le maggiori premure di papa Giovanni erano presso all'imperador Carlo Calvo, acciocchè menasse o mandasse delle forze bastanti a ripulsar que' Barbari, che già aveano disertata la Campania e la Sabina, e scorreano fino alle vicinanze di Roma. Son patetiche le sue lettere in questo affare [Epist. 47 ejusdem.]. Aveva in questi tempi Adalardo vescovo di Verona impetrato da esso imperadore in benefizio, ossia in commenda, l'insigne monistero di Nonantola, posto nel territorio di Modena, quod pro Dei, tantique loci reverentia nullus umquam episcoporum vel judicum in beneficium quaesierat, suisque usibus, coarctatis extrema egestate monachis, applicavit; e ciò con isprezzo de' privilegii della Sede apostolica: disordine che anche in Italia avea cominciato a prendere gran piede. Però lo scomunicò, e ne diede avviso ad Ansperto arcivescovo di Milano, a Gualperto patriarca d'Aquileia e al clero di Verona. Convien credere che al vedersi i Romani così maltrattati, anzi divorati dai Saraceni, e minacciati di mali anche più terribili, senza che dopo tante istanze Carlo Calvo movesse un dito per soccorrerli: difficilmente potessero tenere in freno la lingua dallo sparlare contra di lui con dire: A che ci serve questo imperadore che si gloria d'essere nostro sovrano, nè vuol poscia ne' gravissimi bisogni recarci un menomo aiuto, e intanto attende solo a far delle guerre ingiuste contra de' suoi nipoti? S'egli dimentica il suo dovere, saremo scusati se dimenticheremo ancor noi il nostro, e se cercheremo altro miglior signore. Rapportate a Carlo Calvo queste mormorazioni e minacce di sottrarsi al suo dominio, dovette egli far delle gravi doglianze col papa per la fede vacillante del popolo. Ora il pontefice per quetar lui, e reprimere eziandio le licenziose voci dei Romani, tenne nel febbraio dell'anno presente un concilio di vescovi in Roma, nel quale, dopo la protesta di aver già eletto ed unto in imperadore Carlo figliuolo di Lodovico Augusto [Labbe, Concil., tom. 9.], una cum annisu et voto omnium fratrum et coepiscoporum nostrorum, atque aliorum sanctae romanae Ecclesiae ministrorum, amplique senatus, totiusque popoli romani, gentisque togatae, et secundum priscam consuetudinem: conferma e fa confermare da tutti la elezione e consecrazione di lui. Non si può leggere senza stupore, per non dir altro, l'allocuzione ivi fatta da papa Giovanni, perchè contenente una sparata tale di lodi di Carlo Calvo, che chiunque è intendente della storia d'allora, manifestamente conosce essere esorbitanti, nè convenienti alla gravità e maestà di chi le propone. Non aveano certo i precedenti papi negli Annali de' Franchi conosciuto in lui que' pregi che qui gli vengono dalla sola adulazione attribuiti. Poscia si venne alla scomunica contra qualsivoglia persona che osasse, per qualunque titolo, turbar questa elezione e seminar discordie, con dichiararli ministri del diavolo e nemici di Dio, della Chiesa e della Cristianità. Abbiamo una lettera scritta da esso papa Giovanni [Epist. 61 Johannis VIII Papae.] a Lamberto glorioso duca di Spoleti, da cui si scorge che esso duca avea ricevuto ordine dall'imperadore di portarsi a Roma, e di obbligare i Romani a dar degli ostaggi della lor fedeltà: chiaro contrassegno della sovranità conservata anche da questo imperadore in Roma. Risponde il pontefice: Romanorum filios sub isto coelo non legitur fuisse obsides datos: quanto minus istorum, qui fidelitatem augustalem et mente custodiunt, et opere Deo juvante perficiunt? Chiaramente poi protesta di dubitare se quest'ordine si sia spiccato dall'imperadore stesso, perchè non gli par probabile ch'esso Augusto avesse tenuto segreto ad esso papa un tal disegno, et ipsum imperatorem non credimus suum nos velle secretum latuisse. In somma gli fa sapere che non s'incomodi per venire a Roma, altrimente non sarà ricevuto. Quum autem, Deo juvante, ad unam concordiam et unam quietem reipublicae caussa redierit, et litis figmenta, quae tamquam telas aranearum putamus, contra augustalem majestatem oborta, sopita exstiterint: allora sarà amichevolmente accolto esso Lamberto: dal che si conferma che titubavano non poco i Romani nella fedeltà giurata a Carlo Calvo; e probabilmente soffiavano in questo fuoco i figliuoli di Lodovico I re di Germania, pretendenti anche essi all'imperio. Dicesi data la suddetta lettera di papa Giovanni XII kalendas novembris, Indictione XI, cioè nel dì 26 d'ottobre dell'anno presente. Ma si conosce che vi ha errore, ed esser ella (al che non s'è badato fin qui) fuor di sito; perchè ivi si parla d'un imperador vivente, e Carlo Calvo era già mancato di vita (siccome diremo) nel dì 13 di esso mese, nè Carlomanno era imperadore. Però questa lettera probabilmente fu scritta nell'ottobre dell'anno precedente, e in vece di Indictione XI, s'ha da scrivere Indictione X.
Venne poscia l'infaticabil papa a Ravenna, dove nel mese d'agosto, se pur non fu in giugno, tenne un concilio numeroso di 130 vescovi. Girolamo Rossi, Giovan-Giorgio Eccardo, ed altri hanno moltiplicato i concilii tenuti da papa Giovanni in Ravenna. Non so io dire se più d'uno egli ne celebrasse. Ben so che in questo anno quivi si tenne la suddetta sacra assemblea [Labbe, Concilior., tom. 9.], ciò costando da varie lettere del medesimo papa. Furono in esso concilio fatti diciannove canoni; e il Dandolo scrive [Dandol. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che si diede fine alla controversia insorta fra Orso doge di Venezia e Pietro patriarca di Grado, perchè questi ricusava di consecrar vescovo di Torcello, a requisizion del doge, Domenico abbate del monistero di Altino. Fu determinato che finchè vivesse il patriarca, egli resterebbe privo della consecrazione, ma godrebbe le entrate di quel vescovato. Aggiugne quello storico, che l'armata navale de' Saraceni arrivò sotto Grado, e le diede più assalti, ma indarno, per la valorosa difesa de' cittadini. Portata questa nuova a Venezia, inviò il doge con uno stuolo di navi Giovanni suo figliuolo al loro soccorso. Non credettero bene que' Barbari di aspettarlo, ed alzate le ancore vennero alla città di Comacchio, e le diedero il sacco. Fu poco appresso dal popolo di Venezia eletto doge e collega del padre esso Giovanni. Confessa il Dandolo che in questi tempi i mercatanti veneziani comperando dai corsari (o Saraceni o Schiavoni) i poveri cristiani, fatti da loro schiavi, ne facevano poi traffico, vendendoli anche agl'infedeli. A tale iniquità il doge e popolo veneziano cercarono il rimedio con pubblicare un rigoroso divieto, e intimar gravi pene a chiunque contravvenisse. Seguitava intanto Sergio II duca di Napoli a tenere stretta corrispondenza e una specie di lega coi Saraceni, nè voleva, per quanto gridasse papa Giovanni [Epist. 66 et 67 Johannis Papae VIII.], distorsene, ingannato dai consigli di Adelgiso principe di Benevento, e di Lamberto duca di Spoleti, uomo doppio ed avvezzo a pescare nel torbido. Non potendo, nè volendo papa Giovanni soffrire tanta iniquità, lo scomunicò. Sergio, irritato per questo, mosse guerra a Guaiferio principe di Salerno, che avea non solo rinunziato alla amicizia di coloro, ma eziandio parecchi ne avea già tagliati a pezzi. Otto giorni dopo la scomunica Guaiferio prese ventidue soldati napoletani, a' quali fece tagliar la testa: che così n'avea commissione da papa Giovanni. Qui nondimeno non finì la faccenda. Atanasio vescovo di Napoli ascoltò volentieri in tal congiuntura le suggestioni dell'ambizione; e giacchè oltre i romani pontefici, che da più d'un secolo godevano temporal dominio di stati, anche Landolfo vescovo di Capoa come principe signoreggiava quella città, con questi esempli davanti agli occhi pensò anch'egli a farsi padrone in temporale della patria sua. Pertanto formata una congiura, fece prendere il duca Sergio suo fratello, e dopo avergli fatto cavar gli occhi, il mandò prigione a Roma, dove miserabilmente terminò i suoi giorni. Non gli fu difficile il farsi poco appresso proclamar duca di Napoli. Di questa azione ne fu mirabilmente lodato Atanasio da papa Giovanni, come apparisce da una sua lettera. E che anch'egli avesse intelligenza di questo fatto e vi desse braccio, pare che si raccolga dal dirsi quivi: Nos namque aliis omnibus mancosis datis, mille quadrigentos vobis dare debemus, quos vestrae dilectioni aut in initio quadragesimae, aut in die sanctae resurrectionis vobis procul dubio dirigemus. Scrisse anche ai Napoletani, lodandoli di quanto aveano operato, e promettendo loro il danaro, concertato verisimilmente per muoverli contra di Sergio. Queste nondimeno furono picciole avventure rispetto a quelle dell'imperador Carlo Calvo [Annales Franc. Bertiniani.]. Ricevette egli a Compiegne Pietro vescovo di Fossombrone e Pietro vescovo di Sinigaglia, nunzii a lui spediti dal papa per sollecitarlo a venire in Italia, per liberar dagl'insulti de' Saraceni il ducato romano: al che si era egli obbligato con varie promesse. Determinò di venire; ma prima attese a quotare i corsari normanni, gran flagello allora della Francia, col pagamento delle contribuzioni ordinate: al qual fine impose una grave tassa a tutti i secolari ed ecclesiastici del suo regno. Raunata parimente gran copia d'oro, d'argento e d'altre preziose cose, e un grosso nerbo di cavalleria, calò finalmente in Italia accompagnato dall'imperadrice Richilda sua consorte. A Vercelli fu ad incontrarlo papa Giovanni. Se crediamo a Reginone, fu in questa occasione che [Regino, in Chron.] fu data in moglie a Bosone duca Ermengarda figlia del fu Lodovico II Augusto. Bosoni germano Richildis reginae Hermingardem filiam Ludovici imperatoris in matrimonium jungit. Dies nuptiarum tanto apparatu, tantaque ludorum magnificentia celebratus est, ut hujus celebritatis gaudia modum excessisse ferantur. Dedit etiam eidem Bosoni provinciam, et corona in vertice capitis imposita, eum regem appellari jussit, ut more priscorum imperatorum regibus denominari videretur. Può patire delle difficoltà questo racconto di Reginone per quel che riguarda l'aver Carlo Calvo dichiarato re di Provenza in tal congiuntura Bosone: perchè, secondo gli Annali bertiniani, Bosone solamente due anni dappoi, per impulso della moglie, prese il titolo di re; ma non dovrebbe già aver egli sognato le nozze di lui, nè la gran pompa con cui furono celebrate. Certo Bosone non isposò Ermengarda, allorchè nell'anno precedente Carlo Calvo si trovò in Lombardia, perchè solamente dacchè Carlo fu ritornato in Francia, egli la rapì. Il tempo proprio per tali nozze fu il ritorno in Italia d'esso imperadore, e la presenza ancora di Richilda Augusta, sorella di esso Bosone.
Stavasene tripudiando in Pavia Carlo imperadore col papa, quando eccoti giugnere avviso che Carlomanno suo nipote, cioè il primogenito di Lodovico I re di Germania, con un grosso esercito di Tedeschi calava in Italia, non per intervenire a quelle feste, ma per fare una visita disgustosa all'Augusto suo zio. Le parole degli Annali fuldensi son queste: [Annales Francor. Fuldenses.] Quod quum Carolus comperisset, illico juxta consuetudinem suam fugam iniit. Omnibus enim diebus vitae suae, ubicumque necesse erat adversariis resistere, aut palam terga vertere, aut clam militibus suis effugere solebat. Confessa anche l'autor franzese degli Annali di san Bertino [Annales Francor. Bertiniani.] che Carlo Calvo sbigottito per quella nuova, nuova certo non falsa, se ne scappò col papa a Tortona, dove l'imperadrice Richilda appena ebbe ricevuta la consecrazione imperiale dalle mani d'esso pontefice, che prese la fuga col tesoro verso la Morienna. Stette alquanto in essa città di Tortona Carlo Augusto col papa, aspettando che venissero a trovarlo i primati del suo regno, cioè Ugo abbate, Bosone ed altri, come era il concerto; e saputo che non venivano, subito che intese l'avvicinamento di Carlomanno, frettolosamente si incamminò egli verso la Savoia. Anche il papa non perdè tempo a ritornarsene a Roma, ma di mala voglia, riportando seco in vece di un esercito un Crocefisso d'oro di gran peso, e tempestato di gemme preziose, per la basilica di san Pietro, che Carlo Calvo gli avea donato. Fu preso per istrada l'imperador dalla febbre, e portato di là dal monte Cenisio a un luogo appellato Brios, colà fece venir dalla Morienna l'imperadrice, e poscia finì di vivere nel dì 15 d'ottobre. Attestano tutti gli Annalisti, essere stata allora voce comune che egli morisse di veleno, a lui dato o mandato da Sedecia medico ebreo, suo favorito, in una medicina, per liberarlo dalla febbre. Il liberò questa da tutti i mali. Aperto il suo cadavero, e levate le interiora, come si potè il meglio, bagnato con vino e sparso d'aromi, fu posto in una bara per portarlo a seppellire a Parigi nel monistero di san Dionisio, in esecuzione degli ordini da lui lasciati prima di morire. Ma non potendo reggere i portatori allo eccessivo fetore, misero quel corpo in una botte ben impegolata di dentro e di fuori, e coperta di cuoio. Neppur questo ripiego bastò a levare lo straordinario puzzo; però allorchè furono giunti ad una chiesetta di monaci nella diocesi di Lione, quivi seppellirono sotterra la botte col corpo stesso. Sic transit gloria mundi. Per ordine poi di Lodovico Balbo suo figliuolo e successore nel regno, portate l'ossa sue a Parigi, qui ebbero più degna sepoltura. Andrea prete [Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.] nella Cronichetta più volte citata scrive che Carlo Calvo creato imperadore se ne tornò a Pavia nel gennaio, Indictione nona cioè nell'anno 876. Quumque idem Carolus imperator de Roma reversus in Papia sederet, audivit quod Karlomannus Hludovici filius contra eum veniret; quumque exercitum suum adunare vellet, et cum eo bellum gerere, quidam de suis, in quorum fidelitate maxime confidebat, ab eo defecti, cum Karlomanno se conjungebant. Quod ille videns, fugam iniit, et in Galliam repedavit, statimque in ipso itinere mortuus est. Karlomannus vero regnum Italiae disponens post non multum tempus ad patrem in Bajoariam reversus est. Due grossi errori son qui, e tali, che fan conoscere o che esso Andrea non iscrisse in questi tempi, o che alla Cronichetta in fine sono state da altri aggiunte le suddette parole. Due furono le venute in Italia di Carlo Calvo, e non una sola. Nè egli terminò sua vita nell'anno 876, ma bensì nell'877. Oltre a ciò, Carlomanno non potè andare a trovar il padre in Baviera, perchè questi era già morto nell'anno precedente. Dagli Annali bertiniani, che ci han conservate le notizie riferite di sopra, un'altra ne abbiamo: cioè, che Karlomannus mendaci nuncio audiens, quod imperator et papa Johannes super eum cum multitudine maxima bellatorum venirent, et ipse fugam arripuit per viam, quam venerat. Ma verisimilmente questo autore si lasciò in ciò ingannare da qualche diceria del volgo. Carlomanno sen venne senza paura alcuna in Lombardia, e quivi attese a mettersi in possesso della corona di Italia, e a farsi eleggere o riconoscere re dai baroni del regno, che a poco a poco andarono a sottomettersi a lui. Ho io pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.] un suo diploma, dato in favore dei monaci di san Colombano di Bobbio (monistero allora goduto in benefizio da non so qual persona potente) XIII kalendas novembris, anno Christo propitio, I regni domni Karlomanni serenissimi regis in Italia, Indictione XI. Actum in Curte Nova villa regia. Un altro pure [Ibid. Dissert. LXIV.], con cui dona una chiesa al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, fondato da Angilberga Augusta, chiamata da lui nostra sorella, cioè spirituale, è dato XIV kalendas novembris anno, Christo propitio, I regni. Actum in Curte sancti Ambrosii, quae vocitatur Cassianum juxta Attuam fluvium, Indictione XI. Un altro ancora in favore [Ibid. Dissert. LXX.] delle monache della Posterla di Pavia fu dato XII kalendas decembris anno, Christo propitio, I regni. Actum civitate Verona, Indictione XI.
Se in tali documenti l'indizione comincia in settembre, come io credo, essi appartengono all'anno presente. Anche nella Cronica casauriense [Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si legge un suo diploma dato in Pavia XVII kalendas novembris anno secundo regni (cioè di Baviera), Indictione decima: il che dà indizio che egli non avesse per anche assunto il titolo di re d'Italia nel dì 16 d'ottobre. Ma in vece di Indictione decima dovrebbe leggersi ivi undecima, che così hanno gli altri suoi diplomi, poco fa accennati. Tralascio altri diplomi di esso re, da me pubblicati nelle Antichità italiche [Antiq. Ital. Dissert. XVII.] ed altrove. Ma non pertanto non voglio lasciar di avvertire che uno strumento originale, da me veduto in Lucca, porta queste note: Regnante domino nostro Karlomanno piissimo rege anno regni ejus, postquam, Deo propitio, in Italiam ingressus est, primo, pridie idus novembris, Indictione duodecima, cioè nell'anno 878, nel dì 12 di novembre. Adunque nello stesso dì nell'anno precedente egli non era per anche re. Un altro è scritto: Anno II Karlomanni pridie nonas decembris, Indictione XIII, cioè nell'anno 879, se la indizione ha avuto principio nel settembre. Adunque neppur nel dì 4 di dicembre dell'anno 877 egli sarebbe stato re d'Italia. Contuttociò assai fondamento c'è per mettere in dubbio che Carlomanno sbigottito se ne tornasse indietro per la via, per cui era venuto. E non tardò egli, udita che ebbe la morte di Carlo Calvo Augusto, a ragguagliarne con sue lettere papa Giovanni, con aggiugnere d'essere stato ben accolto in Italia, e che dopo una scorsa che gli conveniva di fare in Germania, per parlare co' suoi fratelli, intenzione sua era di venire in Roma per ricevere la corona dell'imperio, promettendo di esaltare più di tutti i suoi antecessori la Chiesa romana. Il papa gli risponde [Epist. 63 Johannes Papae VIII.], che a suo tempo, cioè dopo il suo ritorno, gl'invierà i suoi legati cum pagina capitulariter continente ea, quae vos matri vestrae romanae Ecclesiae, vestroque protectori beato Petro apostolo perpetualiter debetis concedere. Il prega di non ammettere nè di ascoltare infideles nostros, nostraeque vitae insidiantes. La sua lettera è data nel novembre dell'anno presente. In un'altra [Epist. 72 Johannis Papae VIII.], a Lamberto glorioso conte scritta, gli fa sapere di aver inteso ch'esso Lamberto medita di venire a Roma, per dar favore ai nemici ed infedeli del medesimo pontefice, e che eos rebus et beneficiis contra nostram etiam voluntatem inconvenienter restituere debeatis. Vuol dire di Formoso vescovo di Porto, e d'altri simili ch'egli avea scomunicati. Però dice che nol riceverà, se viene per questo. Con altra lettera [Epist. 68 ejusdem.] ancora gli notifica la risoluzione sua di passar per mare in Francia, per iter marinum, mostrando di andar colà per trattare col re Carlomanno intorno alla difesa della terra di san Pietro e di tutta la Cristianità; ma non se gli farà torto a credere ch'egli avesse dell'altre segrete mire, perchè l'andar per mare non era il viaggio proprio per trovar Carlomanno. Per questa ordina a Lamberto di non molestare gli stati della Chiesa, altrimenti gl'intima la scomunica. Intanto prima che terminasse l'anno [Annales Franc. Fuldenses et Bertiniani.], il re Carlomanno se ne tornò in Germania; ma seco portando una pericolosa malattia, che quasi per un anno il tenne languente. Cacciossi anche la peste nell'armata sua, per cui molti solamente tossendo cadevano morti. Una lettera di Giovanni papa, scritta in quest'anno (se pur non appartiene al precedente) ad Incmaro arcivescovo di Rems [Marlot. Hist., Remens. lib. 3, cap. 34.], per manus Anastasii bibliothecarii, ci fa conoscere che fino a questi tempi visse Anastasio bibliotecario, scrittore celebre della Chiesa romana, a cui spezialmente siam tenuti per avere raccolte e a noi conservate le vite dei papi.
DCCCLXXVIII
| Anno di | Cristo DCCCLXXVIII. Indiz. XI. |
| Giovanni VIII papa 7. | |
| Carlomanno re d'Italia 2. |
Non si può negare: papa Giovanni poco genio avea per gli figliuoli di Lodovico I re di Germania; era egli tutto portato verso la casa dei re della Gallia, ossia de' Franzesi. Non potè astenersi il cardinal Baronio dal disapprovare la facilità, con cui egli corse a dar la corona dell'imperio a Carlo Calvo. Ma chi non sa qual forza abbiano i regali, e massimamente se grandi? Fors'anche non altronde procedette la persecuzione da lui fatta a Formoso vescovo di Porto, uomo lodatissimo de' suoi tempi, se non dallo averlo scoperto aderente ai Tedeschi, contrario ai Franzesi. Andava ben egli barcheggiando, e coprendo questi suoi genii e contraggenii; ma i fatti contra suo volere levavano la maschera al cuore. Si venne pertanto a scoprire, per quanto si può conghietturare, qualche intenzione o maneggio suo per levare al re Carlomanno il regno d'Italia, o almeno per non volerlo imperadore. Non potea esso Carlomanno accudire in persona a questi affari, perchè sequestrato dalla malattia in Baviera; e però diede commessione a Lamberto duca di Spoleti e ad Adalberto duca di Toscana di far mutare pensiero ad esso pontefice. Ciò che operassero, udiamlo dagli Annali di Fulda [Annales Franc. Fuldenses.]: Lantbertus Witonis filius, et Albertus (lo stesso è che Adalbertus) Bonifacii filius, Romam cum manu valida ingressi sunt, et Johanne pontifice, sub custodia retento, optimates Romanorum, fidelitatem Karlomanno sacramento firmare coegerunt. Non si sa intendere il pretesto di una tale violenza, stante il non essere Carlomanno stato giammai imperador dei Romani, e il non essere tenuti i Romani a giurar fedeltà al re d'Italia; perchè senza dubbio Roma col suo ducato non era compresa nell'italico regno. Seguita a dir quello storico, che dappoichè furono usciti di Roma que' due principi, il papa fece portare dalla basilica di san Pietro tutte le cose preziose alla lateranense, vestì di cilicio l'altare di san Pietro, fece chiudere tutte le porte d'essa chiesa, e a chiunque veniva dalle varie parti della Cristianità per far quivi orazione, non era permesso l'entrarvi: risoluzione che fu riprovata dai buoni fedeli. Ciò fatto, salito in nave, pel Mediterraneo passò in Francia, e vi si trattenne quasi tutto quest'anno. Abbiamo varie lettere [Epist. 84, 85, etc. Johannis Papae VIII.] scritte da lui a Giovanni arcivescovo di Ravenna, il quale pare che in questi tempi fosse molto in grazia di questo pontefice; a Berengario conte, cioè al duca ossia marchese del Friuli, ch'egli chiama nato da regal prosapia, perchè figliuolo di Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, come fu detto di sopra; ad Angilberga Augusta; a Lodovico Balbo, figliuolo di Carlo Calvo e re di Francia; a Lodovico II re di Germania; e finalmente allo stesso re Carlomanno, con rappresentare loro i gravissimi insulti fatti da Lamberto e Adalberto alla sua persona. Fra le altre cose dice all'arcivescovo di Ravenna e a Berengario, essere venuto Lamberto a Roma; aver preso una porta, ed occupata in tal maniera la città, ut nobis apud beatum Petrum consistentibus (erasi ritirato il papa nella città Leonina) nullam urbis Romae potestatem a piis imperatoribus beato Petro, ejusque vicario traditam, haberemus: parole che ci fanno intendere il sistema di Roma in questi tempi, cioè che i pontefici signoreggiavano in Roma, ma con podestà loro conceduta dagl'imperadori. Aggiugne aver esso Lamberto a forza di bastonate disturbata una processione fatta dai vescovi e dal clero a san Pietro: negato ai vescovi, sacerdoti e familiari del papa l'andarlo a trovare; introdotti in Roma senza licenza sua i nemici ed infedeli suoi già scomunicati; dato il sacco a molti luoghi del territorio di san Pietro: per le quali iniquità ha fulminato contra di lui e di Adelberto marchese o duca di Toscana la scomunica. Scrivendo poi a Lodovico Balbo re di Francia, adopera colori e titoli non certo convenienti alla gravità e mansuetudine pontificia, contra del duca Lamberto; ed aggiugne essersi egli portato a Roma con Rotilde sua sorella, da lui caricata con uno indecente nome, cum moecha sorore Rotilde, cumque complice suo infido Adelberto marchione, immo patriae praedone, per farsi imperadore, come correa la voce: voce nondimeno smentita dai fatti. Si scorge poi da un'altra lettera di esso papa [Epist. 164 Johannis Papae VIII.] che Adelberto marchese avea per moglie Rotilde, e questa si vien ad intendere che era sorella di Lamberto duca di Spoleti, onorata con quel bel titolo da papa Giovanni. Prega Berengario di far sapere tali eccessi al re Carlomanno, perchè Lamberto ejus se voluntate jactat talia agere. Scrive poi una particolarità rilevante ad esso Carlomanno: cioè ch'egli era stato necessitato prima delle suddette violenze fattegli da' Cristiani ad accordarsi coi Saraceni, con pagar loro annualmente una pensione di venticinquemila mancusi, ossieno mancosi, in argento, moneta di questi tempi, trovandosi mancosi in oro e mancosi in argento.
Queste tribolazioni ed angustie, accompagnate ancora da minacce d'altre violenze, fecero risolvere papa Giovanni a passare in Francia, giacchè nudriva anche prima questa voglia, per implorare l'aiuto del re Lodovico Balbo. Andò per mare fino ad Arles, conducendo seco prigione Formoso vescovo di Porto, già da lui scomunicato, non fidandosi di lasciarlo in Roma. Bosone duca [Annales Francor. Bertiniani.], che comandava le feste in Provenza, gli fece tutte le maggiori finezze, e l'accompagnò per tutta la Francia, siccome uomo di mire altissime suggerite a lui dall'ambizione non men sua che della moglie Ermengarda, figliuola di Lodovico II Augusto. Perchè Lodovico Balbo era infermo, gli convenne di andare a trovarlo a Troia, città della Sciampagna, dove tenne nel mese d'agosto un gran concilio, e fece confermar la scomunica contra de' duchi, cioè di Lamberto ed Adalberto, e contra di Formoso vescovo e di Gregorio nomenclatore. Coronò re di Francia il suddetto Lodovico, ma non già sua moglie per varii riguardi. Veggendo poi il poco capitale che potea farsi del medesimo re a cagion della sua poca sanità e del cattivo stato, in cui si trovava allora quel regno per le prepotenze e divisioni de' baroni e per le scorrerie de' Normanni, si attaccò il papa al suddetto Bosone duca di Provenza, che in compagnia della moglie Ermengarda per la Morienna e pel monte Cenisio il condusse sano e salvo a Torino, e di là a Pavia. Cosa manipolassero insieme esso papa Giovanni e Bosone, si raccoglie dagli Annali di Fulda, dove son queste parole: [Annal. Francor. Fuldenses.] Pontifex, assumto Bosone comite, cum magna ambitione in Italiam rediit, et cum eo machinari studuit, quomodo regnum italicum de potestate Carlomanni auferre, et ei tuendum committere potuisset. E che tale fosse il disegno di papa Giovanni, e ch'egli pensasse a farlo re d'Italia, ed anche imperadore, non servirà poco a farcelo credere una lettera da lui scritta al re Carlo, cioè a Carlo il Grosso, in cui gli fa sapere che per consiglio ed esortazione del re Lodovico Balbo [Epist. 119 Johannis Papae VIII.] Bosonem gloriosum principem per adoptionis gratiam filium meum effeci, ut ille in mundanis discursibus, nos libere in his, quae ad Deum pertinent vacare valeamus. Quapropter contenti termino regni vestri, pacem et quietem habere studete: quia modo et deinceps excommunicamus omnes, qui contra praedictum filium nostrum insurgere tentaverint. Un atto di questa fatta, e parole tali dicono molto. Parimente allorchè egli arrivò ad Arles, avea scritto [Epist. 92 Johannis Papae VIII.] alla vedova imperadrice Angilberga di aver quivi trovato: Bosonem principem generum vestrum, et filiam domnam Hermengardam, quos permissu Dei ad majores excelsioresque gradus modis omnibus, salvo nostro honore, promovere nihilominus desideramus. Giunto che fu papa Giovanni in Pavia, disegnò di quivi raunare nel dicembre un concilio col pretesto di trattar degli affari delle chiese, ma, secondo tutte le apparenze, per far broglio e procurar la deposizione del re Carlomanno, e nello stesso tempo l'assunzion di Bosone al regno d'Italia. A questo fine scrisse più lettere [Epis. 126, 127, etc. ejusdem.] ad Ansperto arcivescovo di Milano, chiamandolo a Pavia co' suoi suffraganei; lo stesso fece a Berengario duca del Friuli, a Wibodo vescovo di Parma, Paolo vescovo di Piacenza, Paolo vescovo di Reggio e Leodino vescovo di Modena, e ad altri vescovi e conti. La disgrazia volle che niuno v'andò, perchè niuno si attentò di comparire ad un concilio tale senza licenza del re Carlomanno, nel cui regno si volea far questa sacra adunanza, e forse contra di lui. Neppure vi andò Suppone illustre conte, forse allora duca e marchese di Milano e della Lombardia. Gli scrive il papa di essere maravigliato [Epistola 130 ejusdem.], cur, ut audisti nos in tuos honores (così erano chiamati i governi dei conti, marchesi e duchi) venisse, obviam non concurreris. Aggiugne: Unde cernimus quoniam istud non ex corde, sed pro fidelitate tui senioris (cioè perchè era fedele a Carlomanno suo signore) taliter feceris: quod ideo pepercimus. Contuttociò il prega ed esorta di lasciar ogni altro affare, di venire a trovarlo, incitans etiam alios, quibus apostolicas literas misimus, ut et ipsi similiter faciant. Accortosi dunque papa Giovanni che niuna buona piega prendevano le sue politiche idee, se ne tornò (probabilmente per la via di Genova e del mare) a Roma, dove è degno di osservazione che fu scritto uno strumento con gli anni di Carlomanno, accennato dal Fiorentini [Niceta, in Vit. S. Ingnatii Constantinop.], cioè colle seguenti note: Regnante Carolomanno rex, anno regni in Italia secundo, XV kalendas novembris, Indictione XIII. Actum civitate Leoniana Urbis Romae, beati Petri Apostoli. Bosone anch'egli si restituì in Provenza, e giacchè non gli era venuto fatto il colpo in Lombardia, cominciò altre macchine per l'ingrandimento suo, delle quali parleremo all'anno seguente. Perciocchè venne in quest'anno a morte Giovanni arcivescovo di Ravenna, in cui luogo fu immediatamente eletto Romano, il sommo pontefice, siccome padrone di quella città, scrisse [Baron., Annales Eccl.] al popolo di Ravenna di avere inteso che Lamberto duca di Spoleti macchinava di entrare in quella città. E però ordina ad essi, sotto pena di mille pisanti, di non permettere ch'egli, nè alcuno de' suoi uomini, sia ammesso entro la città. Che in questi tempi il re Carlomanno dimorasse in Baviera, lo abbiamo da varii documenti, e spezialmente in uno [Pagius, ad Annal. Baron.] scritto nel dì sesto d'ottobre, in cui concedè alla vedova imperadrice Angilberga alcuni beni. Era passato a miglior vita nell'ottobre dell'anno precedente sant'Ignazio patriarca di Costantinopoli: accidente che aprì l'adito al già deposto Fozio di rimettersi su quel trono patriarcale [Fiorent., Vita di Matilde, lib. 3. p. 24.], non senza biasimo di Basilio imperador dei Greci, che rialzò un uomo tale, dianzi sì solennemente riprovato in un general concilio della Chiesa tutta. Furono perciò attribuite dai buoni Cattolici a gastigo di Dio le disgrazie che ad esso Augusto accaddero di poi, con avergli la morte rapito Costantino suo primogenito, già creato imperadore, quel medesimo, a cui Lodovico II imperador d'Occidente avea promessa in isposa l'unica sua figliuola Ermengarda. Il cardinal Baronio [Epistola 133, Johann. Papae VIII.] e il padre Pagi [Antiquit. Ital., Dissert. 17, p. 929.] differiscono la sua morte all'anno 879, non so ben dire, se con infallibil racconto.