E fin qui s'era mantenuta forte contro tutti gli sforzi de' Mori e de' Saraceni la città di Siracusa, capitale allora della Sicilia, per la valorosa difesa dei Greci che n'erano padroni. Ma in quest'anno assediata da que' Barbari, e con varie sorte di macchine battuta, quantunque i cittadini e la guarnigion greca facessero di gran prodezze nella difesa [Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii Imper.], fu miseramente presa, messa a fil di spada la maggior parte di que' Cristiani, e dopo un general sacco con incredibil bottino, perchè era città ricchissima, tutta data alle fiamme. Trovasi descritta questa miserabil tragedia da Teodosio monaco contemporaneo in una lettera già data alla luce da Rocco Pirro, e da me ristampata [Rer. Ital. P. I. tom. 2.]. Pretese l'abbate Carusi, uomo dotto, che la presa di Siracusa accadesse non già in quest'anno, ma bensì nell'anno 880. Tuttavia non paiono convincenti le ragioni che egli reca, e si vuol confrontarle con altre addotte dal padre Pagi, per provar succeduta questa perdita de' Cristiani nell'anno presente. Aggiungasi ora la testimonianza della Cronica saracenica, pubblicata dallo stesso Carusi, che parimente si legge in essa mia Raccolta, dove all'anno 878 sono le seguenti parole: Captae sunt Syracusae vicesimo primo maii, feria quarta. Cadde appunto il dì 21 di maggio del presente anno in mercordì. La perdita di Siracusa si tirò dietro quella di tutti gli altri luoghi fin allora conservati dai Greci in Sicilia, e tutti poi, per attestato di Cedreno [Cedren. in Annal. de Niceph. Phoca.], furono smantellati dai vittoriosi Mori, fuorchè Palermo, città che, scelta per loro fortezza, crebbe da lì innanzi in popolazione e grandezza, e divenne poi capo di quella sì riguardevol isola; del che gran doglia provarono i Cristiani non men dell'Occidente che dell'Oriente.


DCCCLXXIX

Anno diCristo DCCCLXXIX. Indiz. XII.
Giovanni VIII papa 8.
Carlo il Grosso re d'Italia 1.

Seguitava intanto Carlomanno re di Baviera e d'Italia a combattere con gl'incomodi della sua sanità [Annales Franc. Fuldenses.]. Sopraggiuntagli una paralisia, per cui perdè quasi affatto l'uso della parola, andava peggiorando il suo stato. Però i due re suoi fratelli Lodovico e Carlo Grasso, ossia il Grosso, cominciarono a fargli i conti sulla vita. Lodovico col pretesto di una visita portatosi in Baviera, di mano in mano che comparivano alla sua udienza i magnati di quel regno, si facea da loro promettere di non prendere per loro principe se non lui, qualora occorresse la morte del fratello. Carlo il Grosso all'incontro vagheggiava l'Italia, e si preparava per calare dal suo regno di Alemagna a procacciarsi questa corona. Teneva anche filo di trattati con papa Giovanni; e il papa gli dava buone parole, anzi implorava il suo aiuto contra dei Saraceni, senza lasciar nello stesso tempo di riconoscere per re l'infermo Carlomanno. Anzi impariamo da una lettera scritta da papa Giovanni [Epist. 155 et 237 Johann. Papae VIII.] ad Antonio vescovo di Brescia, e a Berengario conte, ossia duca del Friuli, che Carlomanno avea dichiarato esso papa suo vicario nel governo del regno d'Italia. Era intanto dallo stesso papa stato intimato un concilio da tenersi in Roma, con chiamarvi spezialmente i metropolitani di Milano e Ravenna coi loro suffraganei. Ma eccoti insorgere una gara fra il papa ed Ansperto arcivescovo di Milano, che andò a finire in una rottura. Ciò che pretendesse il pontefice Giovanni, si raccoglie da una lettera scritta a quell'arcivescovo. Erano le mire sue di raunar que' vescovi, per disporre, coll'assenso loro, della corona del regno d'Italia. Et quia, scrive egli, Carolomannus corporis, sicut audivimus, incommoditate gravatus, regnum retinere jam nequit, ut de novi regis electione omnes pariter consideremus, vos praedicto adesse tempore valde oportet. Et ideo nullam absque nostro consensu regem debetis recipere. Nam ipse, qui a nobis est ordinandus in imperium, a nobis primum atque potissimum debet esse vocatus et electus. Il che era dire in buon linguaggio, che l'arcivescovo e gli altri prelati doveano intervenire a quel concilio per ricevere imperadore e re d'Italia chiunque avesse voluto il papa. Ma Ansperto, oltre al poter essergli stato vietato dal re Carlomanno di andare a Roma, verisimil cosa è che pretendesse spettante a sè ed ai vescovi del regno d'Italia l'eleggere il loro re, senza dipendere dal romano pontefice; giacchè per tanti anni sotto i re longobardi il regno d'Italia era stato indipendente da chi era imperador de' Romani; e circa ventisette anni l'avea tenuto Carlo Magno, senza essere imperadore. Anzi lo stesso Carlomanno, re allora d'Italia, non si sa che dipendesse punto dall'elezione del papa per acquistare questa corona. Aggiungasi che i principi secolari d'Italia, cioè i duchi, marchesi e conti, doveano anch'essi pretendere, almeno al pari de' vescovi, all'elezione del re; ed all'incontro parea che il papa li volesse esclusi da questo diritto. Può anche darsi che, per quanto era avvenuto in Pavia, già si sospettasse, o si sapesse rivolto l'animo di papa Giovanni in favor di Bosone duca, già da lui adottato per figliuolo, e che perciò Ansperto e gli altri fedeli alla casa reale di Francia dominante in Germania si tenessero lungi dall'andare ad un congresso, dove correano pericolo di essere astretti a far le voglie del papa. Abbiamo una lettera da esso romano pontefice scritta [Epist. 164 Johann. Papae VIII.] verso l'aprile di quest'anno Bosoni glorioso principi, da cui risulta che gli andava procacciando degli aderenti e fautori in Italia; ed anche per questa mira dovette egli rimettere in sua buona grazia Adalberto duca e marchese di Toscana con Rotilda sua moglie, già abominati da lui nell'anno precedente. De parte quoque, dice egli, Adelberti gloriosi marchionis, seu Rotildae comitissae conjugis ejus, cognoscat nobilitas vestra, quod vobis in omnibus fideles et devotos amicos eos esse cognoscimus. Ideo rogamus, ut eorum comitata in provincia posita, sicut jam tempore longo tenuerunt, ita deinceps pro nostro amore securiter habeant. Questi contadi posti in Provenza li doveano avere avuti Adalberto e sua moglie dalla beneficenza di Lodovico II imperatore, cominciandosi con ciò a vedere che tali governi prendevano a poco a poco la forma dei feudi de' secoli susseguenti. L'assoluzione dalle censure data ad esso Adelberto si vede solamente nell'epistola scritta dal suddetto papa [Epist. 258 Johannis Papae VIII.] nel novembre dell'Indictione XIV dell'anno seguente. Al medesimo Bosone ancora è più che probabile che fosse indirizzata un'altra lettera del medesimo pontefice [Epist. 180 ejusd.], mancante del titolo, in cui sono le seguenti parole: Secretum, quod, Deo auxiliante, vobiscum Trecis existentes habuimus, immutilatum ac fixum nostro apostolico pectore, quasi quoddam thesaurum reconditum procul dubio retinemus; et totis, vita comite, nisibus illud, quantum in nobis est, alacriter optamus perficere. Quapropter si excellentiae vestrae libet, jam hoc ipsum ad effectum debetis perducere. Dà il titolo di eccellenza in altre lettere ad esso Bosone. Che secreto poi e concerto fosse questo che si doveva presto eseguire, cioè se riguardi il regno d'Italia, oppur l'occupazione del regno della Borgogna che seguì in questo medesimo anno, noi nol sappiamo. Più nondimeno probabile è il secondo.

Comunque sia, Ansperto arcivescovo di Milano non volle intervenire al concilio tenuto in Roma nel mese di maggio: perlochè fu scomunicato da papa Giovanni. Poco dappoi nondimeno esso pontefice [Epist. 177, 181 et 196 Johann. Papae VIII.] gli scrisse, con ordinargli di venire all'altro concilio che s'avea da celebrare sul principio d'ottobre, dicendo fra l'altre cose: Hoc etiam tibi, tuisque suffraganeis omnibus admonitione nostra denunciamus atque praecipimus, ut cum eo, qui de regibus Francorum, Deo favente, Italiam fuerit ingressus, nullum absque consensu et unanimitate placitum facere praesumatis, Apostolorum canone capituli XXXV ita jubente atque dicente, ec. Strana cosa è il veder qui citato uno de' pretesi canoni degli Apostoli. E da ciò sempre più si scorge che nasceva la discordia fra il pontefice e l'arcivescovo dalle diverse pretensioni loro intorno al diritto di eleggere il re d'Italia. Non cessava intanto papa Giovanni di replicar le istanze [Epist. 186, 197 et 172 ejusd.] al re Carlomanno, perchè accorresse in aiuto della Chiesa afflitta dai Saraceni, maltrattata anche dai cattivi Cristiani. Altrettanto scriveva a Lodovico II re di Germania, e a Carlo Crasso re d'Alemagna loro fratello, facendo ora all'uno, ora all'altro sperare l'imperio. Non mancavano intanto altre gravissime faccende allo stesso papa, riguardanti la Chiesa di Dio. Era, come dicemmo, il deposto Fozio risalito sul trono patriarcale di Costantinopoli. Arrivarono a Roma i legati di Basilio imperadore e d'esso Fozio, per indurre il papa ad ammetterlo alla sua comunione: e venne lor fatto. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] benchè adduca delle ragioni per iscusare in ciò la troppa facilità di papa Giovanni, pure non può astenersi dal parlare con amarezza di lui, sino a figurarsi che la favola della papessa Giovanna prendesse origine da questa sua esorbitante condiscendenza in favore d'un personaggio si screditato: immaginazione, che neppure ha ombra di verisimiglianza alcuna. Ma non mancano altri scrittori, che biasimando la rigidezza di que' sommi pontefici, i quali negli affari scabrosi niun temperamento vogliono ammettere, credono saggiamente concorso questo papa ad approvar l'elezione di Fozio, massimamente avendolo egli fatto con varie condizioni e riguardi, dei quali parla la storia ecclesiastica. Venne a morte in quest'anno Landolfo vescovo e conte di Capoa [Erchempertus, Hist., cap. 40.], con lasciar dopo di sè una trista memoria per le sue cabale, per la sua estrema ambizione, e per l'odio che portava ai monaci. Era solito a dire: Ogni volta che mi si presenta davanti agli occhi un monaco, m'aspetto in quel dì qualche gran disgrazia. Nel principato di Capoa gli succedette Pandonolfo suo nipote [Chron. Comit. Capuan., apud. Peregrin.]. Landolfo iuniore figliuolo di Landone, suo nipote, fu eletto vescovo di quella città. Ma Pandonolfo, chiamato da altri Pandenolfo, da lì a poco fatta prendere la sacra tonsura a Landenolfo [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 41.], suo fratello ammogliato, procurò che anch'egli fosse eletto, e mandollo a Roma a prendere la consecrazione dal papa. Quantunque Bertario abbate di monte Casino e Leone vescovo di Teano venissero anch'eglino a Roma per dissuadere il pontefice dall'ordinarlo, con predirgli dei gravi disordini, il papa non ne fece caso. Verificossi la predizione, perchè nacque fiera discordia fra i parenti e fra il popolo, che durò non poco; e i Saraceni, profittando della lor divisione, diedero un terribil sacco al distretto di Capoa. Perlochè il papa due volte fu obbligato a portarsi a quella città, e a prendere in fine (forse nell'anno seguente) il ripiego di dividerne il vescovato, costituendo Landolfo vescovo in Capoa vecchia e Landenolfo nella nuova. Anche Adelgiso principe di Benevento (non si sa bene, se in questo, o se nel precedente anno) terminò i suoi giorni, ma di morte violenta, perchè ucciso dai suoi generi, nipoti ed amici. In suo luogo fu eletto Gaideri ossia Gaideriso, figliuolo di una sua figliuola. La discordia che, siccome dissi, si svegliò in Capoa per i due pretendenti a quel vescovato, fece ricorrere i figliuoli di Landone per aiuto a Guaiferio principe di Salerno, il qual prese la lor protezione, e mosse guerra a Pandonolfo conte di Capoa. Questi non avendo maniera di sostenersi, si raccomandò al papa, che scrisse lettere [Epist. 206 et 214 Johannis Papae VIII.] per trattenere Guaiferio dal molestare i Capoani, con intimargli anche la scomunica: flagello che si fa udire ben sovente nelle lettere di questo pontefice. Gli dice fra l'altre cose: Nam pro vestro, quum venerimus, amore, ipsum quem vultis capuanae plebi, antistitem ordinabimus, ut vester principalis honor imminutus permaneat: parole indicanti che sovrano di Capoa era il principe di Salerno, e che non dovea avere avuto effetto la donazione di quella città fatta da Carlo Calvo Augusto alla Chiesa romana. Certo in queste lettere papa Giovanni non mostra di pretendersi padrone in temporale di Capua. Un altro ricorso prima ancora di questo avea fatto Pandonolfo a Gaideriso principe di Benevento, e a Gregorio generale in Italia dell'imperador greco Basilio, con chiedere loro soccorso, e promettere al primo d'essi che venisse, di sottomettersi a lui e di giurargli fedeltà. Per due diverse strade giunsero costoro a Capoa, e si accamparono presso a quella città, in tempo che sopraggiunto ancora Guaiferio colla sua armata, si piantò anch'egli vicino all'anfiteatro. Restarono allora burlati da Pandonolfo il principe di Benevento e il generale de' Greci; e però se ne tornarono mal soddisfatti alle loro case. Seguitò per un pezzo Guaiferio a tenere assediata quella città, da dove uscì tutta la nobiltà e molti del popolo; ma venendo il verno senza ch'egli avesse potuto dar la lezione che volea a Pandonolfo, dopo aver desolato il paese, se ne tornò a Salerno. Veggonsi ancora lettere di papa Giovanni [Epist. 209, 225 et 227 Johannis Papae VIII.] a Pulcari duca d'Amalfi. Si era questi impegnato di rompere i patti stabiliti coi Saraceni, e di difendere le terre della Chiesa romana: al qual fine papa Giovanni già avea sborsato diecimila mancosi d'argento. Perchè non avea attesa la promessa, il papa fece istanza per riavere il suo danaro, e sopra ciò scrisse ancora a Guaiferio principe di Salerno, con iscomunicar dipoi Pietro vescovo di quella città, e Pulcari e il popolo tutto, finchè rinunziassero all'amicizia degl'infedeli. Un'eguale scomunica minacciò ad Atanasio il giovane, vescovo di Napoli, se non si ritirava dall'alleanza contratta coi suddetti Saraceni.

Arrivò al fine de' suoi giorni nel dì 11 di aprile dell'anno presente, non senza sospetto di veleno, Lodovico Balbo, re solamente di Francia, e non già imperador de' Romani, come immaginarono il Sigonio e il cardinal Baronio. Presero quella corona i due suoi figliuoli Lodovico e Carlomanno, a lui nati da Ansgarde fanciulla nobile, che si crede da lui presa per moglie in sua gioventù, ma poi ripudiata per ordine del padre. Lodovico II re di Germania mosse lor guerra [Annales Francor. Fuldenses.], e per una convenzione acquistò una parte della Lorena. Furono questi torbidi che diedero il comodo a Bosone duca di Provenza di ben pescare in questa congiuntura, e di eseguire un disegno suo, non già nato allora. La moglie Ermengarda l'andava incitando, con dire [Annales Francor. Bertiniani.] che una pari sua, figliuola d'un imperador d'Occidente, e già sposata ad un imperador d'Oriente, non potea vivere, se non vedea sè stessa regina, e il marito re. Forse non avea egli bisogno di sì fatti sproni. Pertanto parte con promesse di abbazie, di benefizii ecclesiastici e di ville, parte colle minacce indusse i vescovi e primati della Provenza, e di una parie del regno della Borgogna, ad accettarlo e riconoscerlo per re. Probabilmente non gli fu di picciolo aiuto Rostagno arcivescovo d'Arles, che il papa, consapevole, per quanto si può conghietturare, di questa risoluzione, avea decorato col titolo di suo vicario per la Gallia. In Mante presso a Vienna in una dieta di vescovi fu egli eletto e coronato re, con piantare in questa maniera un nuovo regno, appellato arelatense, oppure di Borgogna. Abbracciava questo la Provenza, il Delfinato, la Savoia, Lione col suo territorio, ed alcuni contadi della Borgogna. Pretende l'Eccardo [Eccard., Rer. Francor., lib. 31, p. 634.] che la città d'Arles riconoscesse allora per suoi re Lodovico II re di Germania, e Carlo il Grosso re d'Alemagna. Ma facilmente si può provare ch'essa apparteneva ai re della Gallia, e che loro fu usurpata con altri stati da Bosone. Però, secondochè attesta Reginone [Regino, in Chron.], Lodovico e Carlomanno re della Gallia e i lor successori perseguitarono sempre Bosone, ed ebbero in odio il suo nome e tutti i suoi sudditi. Ma egli, siccome persona di acuto intendimento e di rara destrezza, seppe così ben governarsi, che contra tutti i lor tentativi sempremai saldo si sostenne. Figurossi allora l'Eccardo suddetto che in quest'anno il re Carlomanno, figliuolo del re di Germania Lodovico I, si facesse portare in Italia, deducendolo da un diploma riferito dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.]. Ma non regge la sua conghiettura fondata sopra un documento copiato con poca accuratezza, e che dee riferirsi all'anno 877. Non permetteva la troppa afflitta sanità a questo principe d'imprendere un viaggio tale. È bensì fuor di dubbio che Carlo, appellato dai posteri Grasso ossia il Grosso, re d'Alemagna, suo fratello, calò in quest'anno in Italia. Ne abbiamo il riscontro negli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.]. Mirava egli cadente il fratello; e però affrettossi a lasciarsi vedere in Italia per disporre gli animi dei principi e magnati di questo regno ad eleggere lui per successore. E che in tali negoziati passasse d'intelligenza coi re suoi fratelli, cioè col suddetto Carlomanno e con Lodovico II, si può ricavar dagli stessi Annali, che riferiscono seguito fra loro un abboccamento in Orba, terra oggidì degli Svizzeri, prima ch'egli scendesse in Italia. Secondo i suddetti Annali, gli riescì di ottenere il regno italico. Ma quando precisamente seguisse la di lui elezione, noi saprei dire. Neppure nel dì 15 di novembre egli contava gli anni del regno d'Italia, se crediamo ad un suo diploma [Antiquit. Italic., Dissert. LXX.] da me pubblicato, e dato XVII kalendas novembris anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXVIIII, Indictione XIII, anno vero regni regis Karoli tertio cioè terzo del regno d'Alemagna. Adunque neppure nel dì 16 di ottobre egli numerava gli anni del regno d'Italia. Veggasi il testamento di Ansperto arcivescovo di Milano, da me dato alla luce [Ibid., Dissert LVI.], dove son queste note cronologiche: Karlomannus, divina providentia ordinante, rex Longobardorum in Italia anno regni ejus secundo, decima die mensis septembris, ingrediente Indictione tertiadecima, cioè in quest'anno, riconoscendosi da ciò qual corso avessero in Milano le indizioni. Un altro testamento susseguentemente fatto dal medesimo arcivescovo vien accennato dal signor Sassi bibliotecario dell'Ambrosiana [Saxius, in Not. ad Regn. Ital. Sigonii.], scritto nel dì XI di novembre, nell'anno primo di Carlo re, nell'indizione XIII, cioè nello stesso anno 879. Sicchè Carlo il Grosso dovette essere eletto e riconosciuto re d'Italia solamente sul fine di ottobre, o sul principio di novembre dell'anno presente. Un suo diploma in favor delle monache di santa Giulia di Brescia, che si legge nelle mie Antichità italiche, è dato IV kalendas januarii, Indictione XIIII, anno vero regni Carolis regis in Francia V, in Italia II. Actum in Placentia, cioè nel dì 29 di dicembre dell'anno seguente 880. E perciocchè in quel dì correva l'anno secondo del regno d'Italia, per conseguenza nello stesso dì dell'anno presente 879 egli era già re d'Italia. Intanto il sommo pontefice Giovanni VIII, giacchè Bosone adottato per suo figliuolo o avea fatto, o era vicino a stabilire il suo regno in Provenza e nella Borgogna, erasi accorto abbastanza che sopra l'uno dei due re fratelli, cioè sopra Lodovico II re di Germania, o sopra Carlo il Grosso re d'Alemagna dovea cadere la corona del regno d'Italia, perciò colà rivolse le mire sue. Che anche egli avesse mano in eleggere o far eleggere re d'Italia esso Carlo, sembra quasi che certo, perchè all'udirlo disposto di venire in Italia, gli scrisse [Epist. 217, 230 et 231 Johann. Papae VIII.], con ispedirgli Arnolfo suo consigliere, e pregarlo di accudire ai bisogni della Chiesa romana, troppo infestata dai cattivi Cristiani, e più dai pessimi Saraceni. In un'altra lettera, a lui scritta sul fine di novembre, si scorge essere già seguito concerto che il papa dovesse portarsi a Pavia, allorchè Carlo vi fosse giunto per trattar quivi di cose utili alla stabilità del regno; ed essendo venuta nuova che esso re Carlo era pervenuto a Pavia, senza che egli ne avesse dato avviso a Roma, nè inviati colà i suoi legati, di ciò il papa molto si maraviglia. Vuole perciò ch'egli spedisca i suoi ambasciatori a Roma con lettere onorevoli per la santa Sede: dopo di che esso papa si metterà in viaggio per andare a trovarlo, e a digerir con lui ciò che riguardava l'esaltazione della Sede apostolica, e l'onore non meno del pontefice che del re. Era forte in collera papa Giovanni contra di Ansperto arcivescovo di Milano, perchè questi, seguitato dagli altri vescovi e principi del regno longobardico, non avea voluto accordarsi con lui intorno all'elezione del re d'Italia. Siccome essi non entravano a far l'imperadore de' Romani, appartenendo ciò al papa e al senato romano: così pretendevano che neppur il papa entrasse egli a fare re d'Italia, credendo lor proprio questo diritto. Arrivò tant'oltre questa gara e disunione, che per non avere Ansperto fatto caso della scomunica pontificia, papa Giovanni il dichiarò decaduto dal vescovato, e ne scrisse al re Carlo [Epist. 221, 222, 256 et 260 Johannis Papae VIII.], ed anche al clero di Milano, perchè passasse all'elezione d'un altro. Non mancò il re Carlo di scrivere in favore d'Ansperto; ma il papa se ne scusò, volendo che questo prelato andasse prima a Roma a dar le dovute soddisfazioni. Vedesi nondimeno cessato dipoi questo turbine. Ma per conto dell'elezione di Carlo il Grosso in re d'Italia, non essendovi vestigio che v'intervenisse nè in persona nè per mezzo di alcun legato il papa, sembra assai credibile che questa si eseguisse dai vescovi e primati del regno, senza volere dipendenza da lui. Anzi appunto, perchè Ansperto arcivescovo volle indipendentemente dal papa stesso procedere all'elezione di Carlo suddetto, possiam conghietturare che nascesse l'ira d'esso papa Giovanni contra di lui, fino a scomunicarlo, e a cercar di deporlo sotto altri pretesti: il che non ebbe effetto, veggendosi da lì a non molto rimessa la concordia fra loro.


DCCCLXXX

Anno diCristo DCCCLXXX. Indiz. XIII.
Giovanni VIII papa 9.
Carlo il Grosso re d'Italia 2.