Restò finalmente vinto dalle gravi sue infermità Carlomanno re di Baviera e d'Italia. Secondo gli Annali di Fulda [Annal. Franc. Fuldenses.], seguì la sua morte nel dì 22 di marzo. Leggesi appresso Reginone [Regino, in Chronico.] un elogio che cel rappresenta dotato di molte insigni qualità e virtù. Niuna prole legittima lasciò egli dopo di sè. Vi restò un solo figliuolo giovane di bellissimo aspetto, a lui partorito da Ludsvinda sua concubina, appellato Arnolfo, di cui avremo a parlar più d'un poco. All'avviso della morte del fratello, non fu pigro Lodovico II re di Germania a correre in Baviera, dove, raunati tutti i baroni di quel regno, senza difficoltà tutti a lui si sottomisero. Contentossi egli che il bastardo Arnolfo ritenesse la Carintia, giacchè gliel'avea conceduta il padre. Trovasi il re Carlo Grasso in Pavia nel mese di aprile del presente anno, e non già del susseguente, come pensò il Puricelli [Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian., pag. 228.], ciò costando da due suoi diplomi in favore del monistero ambrosiano, dati anno regni in Italia primo. Nel mese di giugno i figliuoli di Carlo Calvo Augusto, cioè Lodovico e Carlomanno, i quali divisero in quest'anno il regno della Francia ossia della Gallia fra loro, camminarono ben d'accordo, e tennero un congresso nella villa di Gundolfo, a cui intervenne il re Carlo il Grosso, colà portatosi dall'Italia. Non vi potè essere il re Lodovico suo fratello, perchè impedito da malattia. Quivi spezialmente si trattò delle maniere di abbattere Bosone usurpatore della Borgogna e Provenza. Unitamente poi nel mese di luglio mossero l'armi contra di lui; gli tolsero la città di Mascon, e passati sotto Vienna del Delfinato, vi misero l'assedio. Dentro v'era con un buon presidio Ermengarda, moglie del re Bosone, che fece una gagliarda difesa per grandissimo tempo. Ma il re Carlo Grasso si fermò poco a quella impresa, chiamato da' suoi affari in Italia. Ch'egli fosse in Piacenza nel dì 23 di aprile dell'anno presente apparisce da un suo diploma, da me dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. XI, pag. 559.], ma senza aver allora avvertito che ivi il sigillo è di Carlo imperadore; il che non può stare, perchè egli era solamente re, e contava l'anno I del regno d'Italia. In esso diploma conferma i beni alla vedova imperadrice Angilberga. Abbiamo una lettera da papa Giovanni a lui scritta [Epist. 216 Johann. Papae VIII.], in cui gli ricorda d'averlo chiamato in Italia per l'utilità ed esaltazione della santa Sede apostolica, ad culmen imperii, Deo propitio, volentes vos perducere. Aggiugne, che pel grande amore che gli portava, ad vos Ravennam pervenimus: cosa non mai praticata da' suoi antecessori, per isperanza di domar col suo braccio i nemici della Chiesa: Sed quia de his omnibus nihil apud magnitudinem vestram, ut volebamus, peregimus: revertentes prioribus pejora reperimus. Perciò il prega di spedire a Roma i suoi ambasciatori, per concertar con essi i patti e privilegii della Chiesa romana, prima che egli colà si porti in persona. Questa lettera nel registro vien riferita sotto il precedente anno 879. Piuttosto nel presente credo io seguito fra loro un tale abboccamento. Anche il Dandolo [Dandalus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] scrive d'esso re Carlo: Hic primo anno regni sui Ravennae existens, foedus inter Venetos et subjectos suos italici regni per quinquennium renovavit. Nel luglio poi di quest'anno un'altra lettera si legge scritta dal medesimo papa ad esso re Carlo, dove il loda per le sue buone intenzioni di accorrere in aiuto della Chiesa romana, afflitta allora più che mai dai Saraceni e da varii cattivi cristiani. Il prega di non prestar orecchio ai nemici dello stesso papa, con aggiugnere ch'egli s'era portato ad una certa corte, così esortato da Vibodo vescovo di Parma per parlare con Guido conte figliuolo di Lamberto; ma che questi lo avea burlato col non venire. E perchè il re Carlo temeva che il papa seguitasse a proteggere Bosone negli stati usurpati, papa Giovanni protesta di averlo abbandonato, dopo la tirannia praticata contro la casa reale di Francia, e di voler tenere solamente il re Carlo in luogo di figlio. Così questo politico papa andava navigando secondo i venti, e mutando giri ed idee. Dice in fine: Pro justitiis autem faciendis sanctae romanae Ecclesiae, ut idoneos et fideles viros e latere vestro nobis de praesenti dirigatis, obnixe deposcimus, qui nobis pariter cum missis nostris proficiscentibus, de omnibus justitiam plenissimam faciant, et vestra regali auctoritate male agentes corrigant et emendent: cioè, come io credo, ne' confini dei ducati di Spoleti e di Toscana. La menzione poi fatta qui di Guido conte ossia duca di Spoleti, ci fa sufficientemente comprendere che o in questo o nel precedente anno fosse già mancato di vita Lamberto, veduto da noi in addietro duca di quella contrada, e scomunicato dal papa. Camillo Pellegrino [Peregrin., Hist. Princip. Langob.] credette questo Guido figliuolo di Guido seniore, parimente duca di Spoleti. In fatti sì da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 58 et 79.] che dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip., c. 135.] viene nominato Guido filius Guidonis senioris. Altrove lo stesso Erchemperto scrive: Defuncto autem Lamberto filio Guidonis senioris, filio suo (senza dargli il nome) Spoletum reliquit. Quo etiam decedente, Guido junior, Spoletum et Camerinum suscipiens, cum Saracenis in Sepino castrametatus pacem fecit, obsidibus datis. Dalle quali parole intendiamo, che morto Lamberto, un suo figliuolo gli succedette nel governo di Spoleti. E, questo parimenti mancato di vita, Guido, che dianzi era duca di Camerino, ottenne anche il ducato di Spoleti, e signoreggiò in ambedue que' ducati. Ma non si può fallare, credendo che Lamberto lasciasse un figliuolo appellato Guido, dacchè sopra ciò chiara è la testimonianza dell'epistola di papa Giovanni.
Tre Guidi duchi di Spoleti riconosce il conte Campelli [Campelli, Ist. di Spoleti, lib. 18.], diversamente da quel che fece Camillo Pellegrino. E non senza fondamento. In una sua lettera dell'anno 882 [Epist. 293 Johann. Papae VIII.] papa Giovanni scrive a Carlo il Grosso imperadore: De omnibus immobilibus rebus territorii sancti Petri, quas nobis Ravennae consistentibus, in praesentia serenitatis vestrae UTERQUE WIDO MARCHIO pro reinvestitione reddidit, nec unum recepimus locum. Adunque nel tempo, in cui era seguito il congresso di Ravenna, cioè nel presente anno 880, i due ducati di Spoleti erano governati da due Guidi, l'uno de' quali sarà stato figliuolo di Lamberto, e l'altro fratello. Il figliuolo di Lamberto, secondo l'attestato d'Erchemperto, poco dappoi morì; e per conseguente Guido figliuolo di Guido, e fratello di Lamberto, quegli sarà stato che fra pochi anni vedremo re d'Italia ed imperador de' Romani. Abbiamo un'altra lettera di papa Giovanni [Epist. 252 Johannis Papae VIII.] al re Carlo Grasso, scritta nel dì 10 di settembre del presente anno, da cui risulta che si aspettava l'arrivo di lui a Roma; e il papa, dopo aver fatte nuove istanze per la spedizione di un legato dalla parte d'esso re, che prevenisse la di lui venuta affine di concertar le cose, passa a dolersi, perchè partitosi da Pavia, sia venuto nel territorio di Roma Giorgio nomenclatore, uomo già scomunicato, con un uomo di Guido duca; e quasi assicurato dall'autorità del medesimo re Carlo, si sia messo in possesso de' beni allodiali, quae ad jus sanctae romanae Ecclesiae (Carolo divae memoriae patruo vestro concedente) legaliter pervenerunt. Se erano que' beni, come pare che non s'abbia a dubitare, nel ducato romano, vegniamo a conoscere che gl'imperadori doveano ritenere il fisco in Roma in questi tempi, giacchè que' beni confiscati al suddetto Giorgio gli avea Carlo Calvo conceduti al papa. In un'altra lettera [Epist. 255 ejusd.] il pontefice fa sapere allo stesso re Carlo il Grosso, che l'armata navale de' Greci ha sconfitta la saracinesca, ma che non lasciano i Saraceni di fieramente infestare i contorni stessi di Roma, di modo che non osava la gente di uscir fuori di quella città. Questa vittoria i Greci la riportarono nel mare di Napoli, ciò costando da un'altra lettera di esso papa [Epist. 240 ejusd.], contenente le congratulazioni sue a Gregorio generale di Basilio imperador de' Greci, a Teofilatto ammiraglio, e a Diogene conte, a' quali forte eziandio si raccomanda, perchè vengano con alquante navi nella spiaggia romana per dare addosso ai Saraceni, inumani divoratori di quella contrada. Finalmente crede il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] con altri che nel dicembre di questo anno s'incamminasse il re Carlo il Grosso a Roma, e nel giorno santo del Natale del Signore, secondochè attestano gli Annali bertiniani [Annal. Franc. Bertiniani.], ricevesse dalle mani di papa Giovanni la corona imperiale, cioè fosse creato imperador de' Romani. Perchè Reginone [Regino, in Chronic.], Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.], Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chronic.] ed altri antichi storici seguitano l'epoca incominciante l'anno nuovo dalla natività del Signore, perciò si crede che registrassero la di lui coronazione cesarea nell'anno 881; al che non facendo mente il cardinal Baronio [Baron., Annales Ecclesiast.] ed altri, sino al Natale dell'881 differirono l'assunzione di questo principe alla dignità imperiale, ed evidentemente s'ingannarono. Imperocchè la lettera di papa Giovanni [Epist. 249 Johann. Papae VIII.] a lui scritta IV kalendas aprilis, Indictione XIV, cioè nel marzo dell'881, fa conoscere chiaramente ch'egli non aspettò al Natale di quell'anno a portare il titolo d'imperadore. Concorrono a confermar questa verità varii diplomi, da me posti in luce nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. VIII et XLI.], da' quali risulta che molti mesi prima del Natale dell'anno 881 questo principe contava nei suoi diplomi l'anno primo del suo imperio. Per altro ho io proposto varii dubbii intorno all'asserzione de' suddetti Annali bertiniani, i quali soli ci fan credere coronato imperadore Carlo Grasso nel dì 25 di dicembre dell'anno presente, potendosi piuttosto giudicare che la coronazione sua in Roma seguisse ne' due primi mesi dell'anno 881, siccome può vedersi nelle mie Dissertazioni [Antiq. Ital., Dissert. VIII et XLI.]. E qui si vuol rammentare un diploma d'esso Carlo Grasso re, e non peranche imperadore, dato, se ne crediamo a Pier-Maria Campi [Campi, Ist. Piacent., tom. 1, pag. 467.], V kalendas januarii, anno incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno vero regni domni Karoli regis in Francia V, in Italia II. Actum Placentiae. Qualora sussistano le note di questo documento, scritto, secondo noi, nel dì 28 di dicembre dell'anno presente 880, chiamato ivi 881 secondo l'era cristiana, allora usata da molti, che principiava l'anno nuovo al Natale, (e debbono sussistere, perchè altro simile documento ho io rapportato nella Dissertazione ottava delle Antichità italiche), noi abbiam quasi decisa questa controversia. Aggiungo, aver io dato fuori un altro simile diploma nella Dissertazione quarantesima prima, da me veduto originale nell'insigne monistero delle sacre vergini di santa Giulia di Brescia, dato IV kalendas januarii, Indictione XIV, anno vero regni Caroli regis in Francia V, in Italia II. Actum in Placentia, cioè nel dì 29 di dicembre di quest'anno, anch'esso comprovante che nel dì di Natale d'esso anno Carlo Grasso non fu in Roma, nè ricevette la corona imperiale. Adunque avendo noi sufficienti pruove per credere dubbiosa od erronea l'asserzion degli Annali bertiniani, resta da vedere se sia verisimile l'opinion dell'Eccardo [Eccardus, Rer. Franciar., lib. 31.], il qual tenne celebrata la coronazione imperiale di Carlo Grasso in Roma nel sacro giorno dell'Epifania dell'anno seguente 881. In un decreto di Cadoldo già monaco d'Augia, e poi vescovo di Novara, pubblicato dal padre Mabillone [Mabillon., Anecdot., p. 427, edit. in fol.], viene ordinato ai monaci del monistero d'Augia di fare ogni anno con celebrazione di messe e recitamento di salmi l'anniversario della consecrazione di Carlo serenissimo terzo imperadore augusto, allora vivente. Et haec commemoratio fiat in die consecrationis suae, idest Epiphaniarum die. Aggiugne esso Eccardo un diploma del medesimo Augusto, dato nell'anno 885, in cui ordina anch'egli che si facciano orazioni in annuali consecrationis suae die, hoc est, Epiphania Domini. Il suddetto Cadoldo, non conosciuto dall'Ughelli nella Italia sacra, avea per fratello Liutuardo vescovo di Vercelli e arcicancelliere di esso imperadore Carlo, che era l'arbitro di tutta la corte. Contuttociò il padre Affarosi [Affarosi, Istor. del Monistero di Reggio, Part. I.] cita una pergamena scritta in Reggio, regnante domno Karolo rex hic in Italia II, die IV mensis martii, Indictione XIV, cioè nell'anno seguente. Adunque nel dì 4 di marzo del venturo anno non peranche si sapeva in Reggio la coronazione romana imperiale di questo principe. Tralascio come scorretto uno strumento pisano dell'anno 885, in cui nel dì 24 di maggio correva l'indizione prima, e l'anno secondo dell'imperio di questo Augusto. Intanto sembra doversi credere che la consecrazione del dì dell'Epifania riguardi quella del regno d'Italia, e non già il principio dell'epoca dell'imperio. E se Carlo il Grosso si trovava in Piacenza nel dì 29 di dicembre dell'anno presente, come potè egli mai colla sua corte essere in Roma nel dì 6 di gennaio del seguente anno? Ma questi imbrogli di cronologia procedono da documenti sospetti, oppur disattentamente copiati; e però non si sa dove fermare il piede. Tuttavia se non è certo il dì, pare almen certo l'anno in cui seguì la coronazione romana di questo principe; e però comincerò io a contar l'anno primo del suo imperio nell'anno seguente. Guaiferio, stato finora principe di Salerno [Erchemp., cap. 48. Anonym. Salern., Paralip., cap. 130.], in quest'anno per la sua disperata salute determinò di farsi monaco in monte Casino. Nel portarsi colà, morì per strada, e fu seppellito in Tiano. Guaimario suo figliuolo gli succedette nel principato.
DCCCLXXXI
| Anno di | Cristo DCCLXXXI. Indiz. XIV. |
| Giovanni VIII papa 10. | |
| Carlo il Grosso imperad. 1. |
Per le ragioni di sopra addotte, tengo io per fermo che Carlo il Grosso conseguisse, non già nell'anno addietro, ma bensì nel presente da papa Giovanni la dignità e titolo d'imperador de' Romani. Nella Cronica farfense [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., p. 380.] da me pubblicata si legge un diploma di esso Carlo Grasso, confuso da quello storico con Carlo Magno, dato IV kalendas martii, anno, Cristo propitio, imperii domni Karoli praepotentis Augusti unctionis suae primo, Indictione XIV. Actum Aquis palatio. Se, come dissi ivi in un'annotazione, col nome di Aquis s'intendesse Aquisgrana, non potrebbe stare che allora questo Augusto si trovasse in quel luogo. E che neppure quivi si parli della città d'Acqui nel Monferrato, lo deduco io da un bellissimo placito che originale si conserva nell'archivio de' canonici d'Arezzo, e fu da me pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XXXI.] altrove. Da esso apparisce che Carlo il Grosso si trovava in Siena, assistente al medesimo placito, anno imperii idem domni Karoli primo, mense martio, Indictione quartadecima, cioè nel marzo dell'anno presente, nel tornare ch'egli faceva dalla coronazione romana. Adunque non potè egli sul fine di febbraio trovarsi nel Monferrato, come pretese a quest'anno l'Eccardo [Eccard., Rer. Germanic., lib. 31.]. Non s'accorda questo documento col pisano riferito di sopra, e quando questo sussista, parrebbe che nel febbraio o nel principio di marzo accadesse la coronazione romana di Carlo il Grosso. Veggasi ancora un altro diploma all'anno 896 qui sotto, dove s'incontra un Aquis, che era forse una corte posta nel contado di Verona. Intanto l'Augusto Carlo in vece di procedere coll'armi sue, siccome il papa desiderava e sperava, alla difesa del ducato romano, troppo malmenato dai Saraceni, noi il miriam ritornato in Lombardia a prendersi il fresco. Da un suo diploma [Campi, Istor. Piacent., tom. I, pag. 466.] presso il Campi si scorge ch'egli era ritornato a Pavia V idus aprilis, anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno imperii primo. Un altro da me dato alla luce [Antiq. Ital., Dissert. V.] cel fa vedere V kalendas maji anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno vero imperii ejus II (sarà scritto nell'originale anno I). In esso dic'egli, Berengarium ducem (del Friuli), et affinitate nobis conjunctum (perchè figliuolo di Gisla sua zia paterna) nostram deprecasse clementiam, quatenus cuidam capellano suo, Petrum nomine, concederemus quasdam res massaricias, ec. Non si sa che questo Augusto attendesse nell'anno presente ad impresa alcuna. Abbiamo bensì una lettera a lui scritta nel dì 29 di marzo [Epist. 269 Johannis Papae VIII.], nella presente Indizione XIV, da papa Giovanni, in cui gli rappresenta i gravissimi guai patiti allora dai Romani per cagion dei Saraceni, guai che andavano ogni dì più crescendo, e però lo scongiura di spedire, secondochè avea promesso, in loro aiuto un forte esercito, alla cui testa sia un generale mandato dalla corte sua: segno che il papa non si fidava dei duchi di Spoleti e Toscana. Ma non apparisce che Carlo il Grosso se ne prendesse gran pensiero, nè che inviasse gente a soccorrere l'afflitta Roma. Due diplomi d'esso Augusto nel dì 4 di dicembre in Milano, si leggono nelle mie Antichità italiche [Antiq. Italic., Dissert. XXXIV p. 49. et seq.]. Si raccoglie da un'altra lettera [Epist. 277 Johannis Papae VIII.], che manda esso pontefice all'imperadore Petrum, insignem palatii nostri super ista (si dee scrivere Superistam) deliciosum consiliarium nostrum, communemque fidelem, con Zacheria vescovo, affinchè esso Augusto spedisca i messi pro recipiendis de omnibus, quae hactenus perperam acta fuerunt, justitiis, et emendationibus, ac pro totius terrae sancti Petri salute. Qui si raccomanda papa Giovanni, perchè vengano i messi dell'imperadore, acciocchè colla loro autorità si rimedii ai torti e danni inferiti alla Chiesa romana. Ma in un'altra lettera [Epist. 271 et 278 Johannis Papae VIII.] non avrebbe egli voluto che i messi imperiali fossero venuti ad esercitar la loro giurisdizione in Ravenna. Passavano dissensioni fra Romano arcivescovo di Ravenna ed alcuni nobili di quella città. Per mettergli in dovere procurò l'arcivescovo che l'imperadore inviasse colà Alberico conte, il quale, senza che il papa ne fosse consapevole, colla forza della giustizia diede sesto a quegli affari. Se l'ebbe molto a male papa Giovanni; perchè quantunque pel diritto della sua sovranità potesse l'imperadore inviar negli stati della Chiesa i suoi giudici, siccome si era praticato sempre in addietro, pure non potea piacere al papa padrone di Ravenna che i sudditi suoi senza saputa sua, e senza prima fare ricorso a lui, rivolgessero le loro istanze al tribunale e ai ministri d'esso Augusto. Perciò ne fece doglianza coll'arcivescovo, quasi che egli contra il giuramento prestato alla santa sede avesse operato; e non finì la faccenda, che fulminò sotto altri pretesti la scomunica contra del medesimo arcivescovo, il quale poi nell'anno seguente terminò i suoi giorni, come si ricava da una lettera [Epist. 304 ejusd.] scritta da esso papa ai Ravennati. Non so io mai intendere come Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] e l'Ughelli differiscano sino all'anno 889 la morte d'esso arcivescovo Romano. Convien credere difettosa in questi tempi la storia ecclesiastica di Ravenna, e che abbia avuto qualche ragione chi fra esso Romano e Domenico, succeduto nel suddetto anno 889, ha posto un Giovanni arcivescovo, e di più un Leone, Ho anche inteso dal padre don Pier-Paolo Ginnani abbate benedettino, che nelle carte ravennati si sono scoperti alcuni arcivescovi non noti al Rossi. Un d'essi probabilmente sarà il successor di Romano.
Ora dalla lettera poco fa accennata, scritta al medesimo Romano, noi impariamo che papa Giovanni s'era portato a Napoli. Il motivo di questo viaggio risulta da varie altre sue lettere dell'anno presente [Epist. 216, 241 et 266 Johannis Papae VIII.]. Atanasio II vescovo insieme e duca di Napoli, per ambizione, per interesse, per cabale uomo tutto mondano, si compiaceva forte dell'amicizia dei Saraceni, perchè entrava a parte dei loro bottini, cioè degli assassinii che coloro andavano commettendo negli stati della Chiesa romana, di Capua e delle altre contrade cristiane. Più preghiere ed istanze avea fatto papa Giovanni; molto danaro avea sborsato; andò anche più d'una volta a Napoli, e dovette andarvi anche nell'anno presente apposta, anche per tentare in persona di rompere quella indegna lega. Nulla poi fruttando tanti passi, finalmente proferì contra di lui la scomunica. Ma questo vescovo, finita una tela di frodi, ne cominciava tosto un'altra. Chiamò egli dalla Sicilia [Antiquit. Italic., Dissert. V.] Sicaimo re ossia generale de' Saraceni, e il postò alle radici del monte Vesuvio. Per giusto giudizio di Dio fu egli il primo a farne la penitenza, perchè cominciarono que' cani a divorare spietatamente i contorni di Napoli, e per forza prendeano le fanciulle, i cavalli e le armi di quegli abitanti. Accadde nel gennaio dell'anno presente, come s'ha da una Cronichetta da me data alla luce [Erchempertus, Hist., cap. 49.], che Gaideriso principe di Benevento fu preso e posto in prigione dai suoi parenti, e in luogo suo fu fatto principe Radelchi ossia Radelgiso II, figliuolo del già principe Adelgiso. Senza sapersene il perchè, fu il deposto Gaideriso messo in mano dei Franzesi, cioè probabilmente del duca di Spoleti; ma ebbe la fortuna di scappar dalle carceri e di rifugiarsi in Bari, città allora sottoposta ai Greci, i quali onorevolmente il mandarono a Costantinopoli. Basilio imperadore, oltre all'averlo benignamente accolto e regalato, il rimandò in Italia con dargli il governo della città d'Oria. Giunse in quest'anno al fin di sua vita Orso doge di Venezia, principe lodatissimo [Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.] per la sapienza, pietà ed amor della pace. Sotto di lui s'ingrandì la città di Venezia con essersi fabbricata quella parte, allora isola, che si chiama Dorso duro. Per opera sua furono terminate le controversie vertenti fra i patriarchi di Aquileia e di Grado. Lasciò suo successore il maggiore de' suoi figliuoli appellato Giovanni, e già collega suo nel ducato. Questi spedì a Roma Badoario ossia Badoero suo fratello, acciocchè ottenesse da papa Giovanni il contado ossia governo della città di Comacchio. Ma risaputo il suo disegno, Martino conte di quella città gli stette alla posta, e ferito in una gamba il mise in prigione. Poco nondimeno stette a rilasciarlo con esigere da lui una promessa giurata di non fare in alcun tempo vendetta, nè di chiedere risarcimento della ingiuria, nè del danno patito. Tornato che fu Badoario a Venezia, morì di quella ferita, e di qua prese motivo Giovanni doge suo fratello di condurre l'armata sua navale contra di Comacchio, città ch'egli prese a forza d'armi; e quivi come in paese di conquista mise i suoi giudici; e dopo aver danneggiato i Ravennati, siccome consapevoli della prigionia del fratello, se ne ritornò a Venezia. Passava poi somma corrispondenza fra papa Giovanni e la vedova imperadrice Angilberga. Ma dacchè Bosone in Provenza e Borgogna si fece re, tali sospetti insorsero contra di questa principessa, allora dimorante in Piacenza nel suo monistero di san Sisto, o piuttosto di Brescia nel monistero di santa Giulia, che Carlo il Grosso fattala prendere, la mandò in Alemagna in esilio. Ora papa Giovanni, allorchè esso Carlo fu in Roma a prendere la corona dell'imperio, s'interessò forte per la di lei liberazione. Ne ebbe la promessa, purchè se ne contentassero i due re di Francia Lodovico e Carlomanno. Loro dunque esso papa scrisse nel dì 12 di marzo di quest'anno [Epist. 263, 282 et 298 Johannis Papae VIII.], con rappresentare che Angilberga era sotto la protezione della Sede apostolica, e raccomandata a lui anche dal fu imperador Lodovico II suo marito, pregandoli perciò di volerla rimettere a Roma, dove tal guardia le metterebbe, che niun soccorso ella potrebbe recare al genero Bosone, nè alla figliuola Ermengarda, nè in parole nè in fatti. Una lettera circolare parimente scrisse il medesimo papa a tutti gli arcivescovi, vescovi e conti di Italia, acciocchè tutti concorressero ad impetrare questa grazia dall'imperadore, e che Angilberga fosse inviata a Roma, con dire: Nam sicut illud regnum in quo nunc illa sub custodia manet (cioè l'Alemagna) ejus est: ita et istud. Et sicut ibi custoditur, ne aliquod solatium vel consilium dare facereque possit Bosoni; ita et nos eam in tali loco habitare faciemus, quo nihil adversi moliri, nihilque valeat machinari contrarium ad hujus regni et imperii perturbationem. Intorno a ciò fece egli dipoi altre premure nell'anno seguente all'imperadrice Riccarda, moglie dell'Augusto Carlo il Grosso, alla quale ancora si raccomanda colle lagrime agli occhi, per avere i promessi aiuti da esso imperadore, stante il crescere tutto dì la possanza de' Saraceni a Roma, e il mancar poco che per la disperazione i Romani non facciano pace con quegl'Infedeli: pace nondimeno che sarebbe costata tesori.
DCCCLXXXII
| Anno di | Cristo DCCCLXXXII. Indiz. XV. |
| Marino papa 1. | |
| Carlo il Grosso imperad. 2. |