Venne a morte in quest'anno Lodovico II re di Germania nel dì 20 di gennaio [Annal. Francor. Fuldenses. Hermann. Contractus, in Chron. Regino, in Chron.]. Trovavasi allora l'imperador Carlo Grasso suo fratello in Italia, e vennero volando i corrieri ed ambasciatori non meno del regno germanico che della Lorena, invitandolo a quella pingue eredità, ed insieme a soccorrere il popolo cristiano in quelle parti, giacchè le fiere ed inumane squadre de' Normanni facevano quivi stragi e ruberie incredibili, e peggio erano per fare, udita che avessero la morte del re. In fatti riuscì loro in questi tempi di devastare i contorni del Reno a Coblentz, di prendere e dare alle fiamme le nobili città di Treveri e Colonia, e non pochi insigni monisteri. Noi troviamo questo imperadore nel dì 15 di febbraio dell'anno presente in Ravenna, dove pubblicò un insigne suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XV, p. 869.] in favor delle Chiese. Di là portossi il suddetto Augusto in Baviera, e poscia ito a Vormazia, tenne quivi nel mese di maggio la gran dieta del regno, dove da tutta la Germania e dalla parte della Lorena antica, a lui spettante, fu riconosciuto per loro signore e sovrano. E perciocchè egli era dianzi padrone e re dell'Alemagna, e re d'Italia, e imperador de' Romani, unita in lui una sì vasta estensione di stati, parve che un sì potente monarca facesse sperare al pubblico delle segnalate imprese. Ma l'esito fu ben diverso dalle speranze. Sul principio d'agosto anche Lodovico re di Francia fu rapito dalla morte, e ne' suoi stati succedette il re Carlomanno suo fratello. Aveva esso Carlomanno tenuta fin qui stretta d'assedio la città di Vienna del Delfinato. Fu essa in quest'anno obbligata a rendersi per capitolazione, il cui primo articolo fu, che la regina Ermengarda moglie del re Bosone, gloriosa per aver difesa quella città quasi due anni, resterebbe in libertà di andar colla figliuola dovunque a lei piacesse. Fu essa pertanto condotta ad Autun, dove comandava Ricardo, fratello del re suo consorte. Nè si ha da omettere che in questo anno ancora fu rimessa in libertà la vedova imperadrice Angilberga, madre di essa Ermengarda: tante furono in favore di lei le istanze di papa Giovanni. Così parlano di Carlo Augusto gli Annali bertiniani [Annales Franc. Bertiniani.], con terminare appunto il loro racconto in quest'anno: Engilbergam vero Ludovici Italiae regis uxorem, quam imperator in Alemanniam transduxerat, per Leudoardum vercellensem episcopum (arcicancelliere e consiglier d'esso Augusto) Johanni papae, sicut petierat, Romam remisit. È scritta a Suppone glorioso conte una lettera di papa Giovanni [Epist. 307 Johannis Papae VIII.], in cui lo avvisa di venirgli incontro al monte Cinisio, con pregarlo ancora di condur seco Ansperto arcivescovo di Milano, Vibodo vescovo di Parma, e l'imperadrice Angilberga, per trattare di gravi affari. Fece credere questa lettera al cardinal Baronio [Baron., Annales Eccl.], al Puricelli [Puricellius, Monum. Eccl. Ambrosian.] e ad altri, ch'esso pontefice meditasse in quest'anno di passare in Francia, ma che restasse interrotto dalla morte sua questo disegno. Nè s'avvide il dottissimo porporato che quella epistola è fuor di sito, ed appartiene all'anno 878, in cui papa Giovanni VIII non andava in Francia, ma di Francia ritornava in Italia per Clusas montis Cinisii, come s'ha dagli Annali bertiniani [Annal. Francor. Bertiniani.]. E perchè Suppone conte, siccome osservammo all'anno suddetto, non andò punto ad incontrarlo, se ne lamentò con lui esso pontefice in una lettera [Epist. 130 Johannis Papae VIII.]. Nè Angilberga Augusta era in questi tempi in Lombardia, nè in istato da potere portarsi all'Alpi della Savoia. Oltre di che, in essa lettera chiaramente dice il papa, ad Gallias properantes venimus, ut pacis atque unitatis vinculo regum corda connecteremus. Sicchè il papa era ito in Francia, nè, come si pretende, pensava d'andarvi. Pare eziandio che all'anno presente piuttosto che all'antecedente si debba riferire la epistola [Epist. 279 Johannis Papae VIII.] scritta da esso pontefice a Carlo imperadore nel dì 11 di novembre, in cui gli dice d'avere con giubilo inteso che esso Augusto, postpositis ceteris, iter vestrum in Italiam recto tramite ordinatum habeatis. Et ut utinam non solum Papiae, verum etiam propius essetis, necessitas maxima deposcit; e ciò perchè gli stati della Chiesa romana erano più che mai involti nelle miserie per cagion de' nemici Saraceni, e di Guido duca di Spoleti, del quale parla nelle seguenti parole: Ceterum de Guidone Rabia, invasore scilicet et rapaci, vestra gloria subveniat; et cum de finibus nostris, ut aliquantulum populus noster relevari valeat, ejicere modis omnibus jubeatis. Questo Guido Rabbia altri non è che Guido duca di Spoleti, onorato di questo titolo dal papa per le sue continue insolenze. Da un'altra lettera [Epist. 286 ejusd.] del medesimo papa scritta allo stesso imperadore ricaviamo, che esso Augusto volea trovarsi in Ravenna nel dì della Purificazione della beata Vergine, per abboccarsi col papa, il quale bramava che almen quattro giorni prima Carlo si portasse colà, con prendere seco Suppone glorioso conte e Fedele comune. Non iscommetterei che questa lettera fosse dell'anno presente. Giudico bensì scritta in esso un'altra [Epist. 293 ejusd.], nella quale papa Giovanni fa intendere al suddetto Carlo Augusto d'essersi portato a Fano città della Pentapoli, e che v'era giunto anche Adalardo vescovo di Verona secundum vestrae delegationis jussum, et ibi praefati Widonis, et satellitum ejus, qui nostra violenter tulerunt ac retinuerunt, praesentiam praestolati sumus, quatenus vel inde omnis emendationis et justitiae coepto initio per ceteras urbes, de omnibus juxta clementiae vestrae decretum, recipiendo coram legato vestro justitias pariter proficisceremur. Ma Guido furbescamente sempre si guardò dal comparire. Adalardo andò bensì per ipsas civitates, quae illorum gravamine opprimuntur, nella Pentapoli; ma a nulla giovò: il perchè prega l'imperadore di venir egli in persona: altrimenti non si può sperar riparo ai danni inferiti da Guido, e da' suoi aderenti e sgherri alle città di san Pietro. Anche di qui, siccome il padre Pagi [Pagius ad Annal. Baron.] osservò, si raccoglie tuttavia in vigore la sovranità ed autorità di questo imperadore negli stati della Chiesa. Ma si dee anche osservare che la Pentapoli era allora del dominio dei papi. Noi non tarderemo a vedere che il duca Guido non andò esente dal gastigo ch'egli si meritava.

Deesi qui parimenti far menzione di un'altra lettera [Epist. 199 Johannis Papae VIII.] scritta dal medesimo papa ad Anselmo arcivescovo di Milano, in cui racconta i suoi guai. Nos enim in hac terra tam Paganorum, quam malignantium Christianorum tanta persecutione patimur, ut has verbis explicare non valeamus. Inter innumeras rapinas, depredationes, et mala quam plurima, ad augmentum doloris nostri quidam sceleratus Longobardus nomine, homo Widonis marchionis, octoginta tres homines cepit; manibus singulis detruncatis apud narniensem civitatem, plures ex tali sunt incisione sine mora peremti. Ci fa intanto conoscere questa lettera che già avea terminata la carriera di sua vita Ansperto arcivescovo di Milano, già tornato in grazia del papa, e che gli era succeduto Anselmo. Leggesi presso il Puricelli [Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.] e nella Italia sacra dell'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.] l'epitaffio, tuttavia esistente in marmo, dell'arcivescovo Ansperto, la cui morte ivi si dice accaduta anno Incarnationis dominicae octingentesimo octogesimo secundo, septimo idus decembris, Indictione XV. Però il Puricelli mette francamente la sua morte nell'anno presente 882. Un grande imbroglio veramente per la cronologia di questi tempi si è l'uso vario delle indizioni, che la maggior parte mutava nel settembre, quando altri davano principio alle medesime solamente nel principio dell'anno. Similmente ne' susseguenti secoli alcuno cominciava l'anno nostro volgare non già nel primo dì di gennaio, ma nel marzo dell'anno precedente, chiamato ab Incarnatione; il che specialmente fu in uso presso i Pisani. Altri, come i Fiorentini, davano principio all'anno ab Incarnatione nel marzo seguente del nostro anno volgare. Altri in fine, non dalla circoncisione, ma dal Natale precedente cominciavano l'anno. Ora certo è che l'indizione XV del suddetto epitaffio ebbe principio nel settembre dell'anno 881, e l'altro ottocentesimo ottantesimo secondo quivi enunziato non è secondo l'epoca nostra volgare, ma secondo il rito pisano, cioè, secondo noi, altro non è che l'anno 881 di Cristo: il che fu dottamente avvertito anche dal Sassi [Saxius, in Not. ad Regn. Ital. Sigonii.]. Imperocchè è fuor di dubbio che non già nell'anno 882, come credettero il Calchi, il Puricelli, l'Ughelli, ed altri, ma bensì nell'anno precedente 881 dovette dar fine a' suoi giorni l'arcivescovo Ansperto. La sopraccitata lettera di papa Giovanni fu scritta ad Anselmo nuovo arcivescovo di Milano nel mese d'agosto di quest'anno 882. Adunque non può esser mancato di vita Ansperto nel dì 13 di dicembre di questo medesimo anno. Quel poi che finisce di chiarir questa verità, è la morte di papa Giovanni, succeduta nel dì 15 o 16 dello stesso mese di dicembre dell'anno presente. Come dunque può aver esso pontefice scritto ad Anselmo successore d'Ansperto, e già consecrato arcivescovo, quando non si metta la morte d'esso Ansperto nel dicembre dell'anno precedente 881? Nè si dee tacere, dirsi nell'epitaffio dello stesso Ansperto:

MOENIA SOLLICITUS COMMISSAE REDDIDIT VRBI
DIRUTA. RESTITVIT DE STILICONE DOMVM.

Di qui possiam conghietturare che questo arcivescovo avesse anche il governo politico di Milano, e che perciò egli rifece le mura diroccate di quella città. Così cominciarono i vescovi di Lombardia a procacciarsi il governo e dominio delle città, e i loro voti a fruttare nelle elezioni dei re d'Italia, e spezialmente allorchè ci era più d'un pretendente. Gli arcivescovi di Milano, che erano i capi in tali congiunture, seppero ben profittarne, e ne aveano anche l'esempio de' romani pontefici. Ha già inteso il lettore il tempo in cui papa Giovanni VIII, pontefice infaticabile, e di molta finezza negli affari politici, di non minor forza nel governo ecclesiastico, ma vivuto in tempi ben infelici, e sempre in mezzo alle burrasche. Anzi, se vogliam prestar fede alla continuazion degli Annali fuldensi, pubblicata dal Freero, quanto fosse il mondo cattivo, lo provò egli più degli altri, perchè non naturale fu la morte sua. Romae (dice quell'autore con parole molto imbrogliate [Annal. Fuldens. Freheri.]) praesul apostolicae sedis Johannes prius de propinquo suo veneno potatus; deinde quum ab illo, simulque aliis suae iniquitatis consortibus, longius victurus putatus est, quam eorum satisfactum esset cupiditati, qui tam thesaurum suum, quam culmen episcopatus rapere anhelabant, malleolo, dum usque in cerebro constabat, percussus exspiravit. Sed etiam ipse constructor malae factionis, concrepante turba, stupefactus, a nullo laesus nec vulneratus, mortuus (non mora) apparuit. Non mancavano dei nemici in Roma stessa a questo papa, e s'è veduto come egli fra essi contava Formoso vescovo di Porto, Gregorio nomenclatore, Giorgio di lui genero, Stefano secondicerio, ed altri, de' quali esso pontefice parla in una lettera [Epist. 319 Johannis Papae VIII.] che fu letta nel concilio pontigonense dell'anno 876. Era ben potente anche la fazione di questi. Ma quel che è più da deplorare, dopo la morte di questo pontefice, il quale niuna diligenza ommise per difendere e salvar Roma in mezzo ai guai che correvano allora, andò Roma, anzi l'Italia tutta peggiorando da lì innanzi, sino a trovarsi fra poco in uno stato di confusion mirabile, e massimamente nel secolo susseguente, siccome vedremo. Successore di papa Giovanni fu Marino, che dagli Annali suddetti vien chiamato arcidiacono della Chiesa romana, ma dagli Annali lambeciani (e pare ancora da una lettera di papa Stefano suo successore) si vede nominato vescovo, benchè non si sappia di qual sede. Era personaggio di gran credito, adoperato dai precedenti papi in cospicue legazioni, e a visiera calata opposto a Fozio patriarca di Costantinopoli; perlochè Basilio imperadore de' Greci nol volle poi riconoscere per papa, e sparlò forte di lui. Nella elezione e consecrazione sua non si sa che punto entrasse l'imperador Carlo il Grosso.

Durante quest'anno Sigifredo e Godifredo re, oppure generali de' Normanni, con una straordinaria moltitudine di que' corsari e masnadieri, venuti tutti dai contorni del mar Baltico, inondarono la bassa Germania, commettendo dappertutto immensi mali [Regino, in Chronico. Annales Fuldenses Freheri. Annales Lambeciani.]. Carlo imperadore, affin di reprimere quella diabolica nazione, raunato un potentissimo esercito di Longobardi, Bavari, Alemanni, Turingi, Sassoni e Frisoni, marciò contra di loro, ed assediò que' due generali in una loro fortezza. Se si ha a credere al continuator lambeciano degli Annali di Fulda, erano que' Barbari ridotti alla disperazione, mirando imminente la morte al vicino assalto de' Cristiani, quando eccoti quidam ex consiliariis Augusti Liutovaldus, pseudo-episcopus, ceteris consiliariis, qui patri imperatoris assistere solebant, ignorantibus, juncto sibi Wicberto comite fraudolentissimo, imperatorem adiit, et ab expugnatione hostium pecunia corruptus deduxit, atque Gothefridum ducem illorum imperatori praesentavit. Quem imperator more achabico quasi amicum suscepit, et cum eo pacem fecit. Seguita poi a dire, che non ostante l'essere stati burlati da esso Gotifredo i soldati dell'imperadore, pure esso Augusto il tenne al sacro fronte, giacchè costui si esibì di farsi cristiano, e gli concedette il governo della Frisia, con obbligarsi a pagargli una specie di tributo da lì innanzi. Ma questo autore par bene che si lasciasse sovvertir dalla passione, o dalle dicerie del volgo, e che non sussistano tutte le particolarità del suo racconto. Liutvardo, dipinto qui con colori assai neri, fu vero vescovo di Vercelli, e si trova lodato in una sua lettera [Epist. 8 Johannis Papae VIII.] da papa Giovanni VIII, e negli Annali di Metz [Annales Franc. Metenses.]; nè v'ha apparenza alcuna ch'egli si lasciasse corrompere da danari. Raccontano poi gli Annali pubblicati dal Freero molto diversamente l'affare: cioè che un fierissimo temporale e la peste entrata nell'armata imperiale sconcertarono tutte le misure dell'imperadore. Però si venne ad una capitolazione. Sigefredo (ma dovea dir Gotifredo) si fece cristiano, e ben regalato si ritirò in Frisia. Aggiugne Reginone che gli fu anche promessa in moglie Gisla figliuola del fu re Lottario; e che Sigefredo, cioè l'altro generale, comperato col dono di un'immensa somma d'oro e d'argento, promise d'uscire del regno della Lorena; e in fatti se ne andò. Comunque nondimeno passasse un'impresa tale, che sul principio promettea mari e monti; certo è che da tutti per l'Augusto Carlo riputata fu una pace sì fatta al maggior segno vergognosa ed egli restò in concetto di principe dappoco e vile: concetto che in fine produsse la sua rovina. Non vo' io lasciar passare questo anno senza riferire un fatto, di cui fa menzione il solo Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 43.]. Cioè che Pandonolfo conte ossia principe di Capoa pregò il papa di voler sottoporre al suo dominio la città di Gaeta, perchè i Gaetani allora servivano solamente al romano pontefice. Il che come fosse, non ben s'intende, perchè Gaeta avea il principe proprio, e lo stesso Ostiense altrove riconosce quella città per indipendente. Ottenne Pandonolfo quanto chiedea, e cominciò a strignere quella città. Ma Docibile duca di Gaeta non volendo sofferir questo scorno, mandò a chiamare i Saraceni abitanti in Agropoli, che vennero con un gran rinforzo a trovarlo. Pentito allora il papa del passo fatto, tanto si adoperò con buone parole e promesse, che Docibile, rotta la lega, cominciò con que' Barbari la guerra, in cui perirono assaissimi Gaetani. Si venne poscia ad un accordo, e Docibile assegnò a que' Barbari per loro abitazione un sito presso il fiume Garigliano, dove poi si fermarono per quasi quarant'anni colla desolazion di tutti i contorni. Crede il cardinal Baronio succeduto ciò nell'anno 879, ma non è ben certo. Leone ostiense narra questo fatto dopo la morte di Guaiferio principe di Salerno, accaduta nell'anno 880. Può perciò essere che appartenga ai tempi di Giovanni VIII papa. L'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., Paralip., cap. 132.] scrive che Atanasio II vescovo e duca di Napoli, per liberarsi dalla scomunica che contra di lui esso papa Giovanni avea fulminata nell'anno 881, unitosi con Guaimario principe di Salerno e coi Capoani, cacciò i Mori da Agropoli, e che costoro uniti si ritirarono al Garigliano, et ibidem prolixa tempora nimium morarunt, et undique Capuam, Beneventum, Salernum, Neapolim affligebant. Sed Athanasius ad solitam vergens fallaciam, cum Agarenis pacem iniens, Salernitanorum fines fortiter affligebat. Però il racconto di Leone ostiense si può dubitare se sia in tutto ben fondato. In quest'anno poi, secondo la relazione della Cronica di Volturno [Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Italic.], fu preso e dato alle fiamme dai Saraceni l'insigne monistero di san Vincenzo di Volturno, uccisi quei monaci, i quali aspettarono a piè fermo que' nemici del nome cristiano. Restò poi trentatrè anni derelitto e covile solamente di fiere quel sacro luogo. Tuttavia scrivendo quello storico, essere accaduto questo terribil guasto al monistero suddetto XIII kalendas novembris, feria tertia, queste note disegnano l'anno precedente 881, e non già il presente.


DCCCLXXXIII

Anno diCristo DCCCLXXXIII. Indiz. I.
Marino papa 2.
Carlo il Grosso imperad. 3.

Nell'anno presente papa Marino, per quanto pretende il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], perperam facta Johannis papae rescindens, fra l'altre cose rimise nel suo vescovato Formoso vescovo di Porto, già condannato e deposto da papa Giovanni. Confessa il porporato Annalista di non sapere i motivi per cui papa Giovanni condannasse Formoso, che ci vien dianzi dalla storia ecclesiastica rappresentato come personaggio di merito distinto. Ma s'egli ciò ignorava, non doveva già sì francamente tacciar d'ingiustizia l'atto d'esso papa Giovanni. Inoltre poteva egli informarsi dei reati dati al suddetto Formoso da quel pontefice, perchè esposti da lui in una lettera [Epist. 319 Johannis Papae VIII.] scritta ai vescovi della Gallia e Germania, che fu letta l'anno 876 nel concilio pontigonense. Se fossero questi sì o no ben fondati, se giusta la sentenza, non si può ora formarne giudizio. Possiam credere che neppure mancassero motivi a papa Marino per assolverlo, o per fargli grazia. Veggasi Ausilio [Auxilius, de Sacr. Ordin., tom. 17 Biblioth. Patrum.] scrittore contemporaneo, che attesta la restituzion di Formoso, e solamente disapprova il giuramento da lui estorto di non tornare in sua vita nè a Roma nè al vescovato. Seguitava in tanto Guido duca di Spoleti a nulla voler restituire del maltolto alla Chiesa romana; fors'anche alle iniquità passate ne aggiugneva delle nuove. Però papa Marino, dopo aver significata all'imperador Carlo il Grosso l'assunzione sua, istantemente il pregò di tornare in Italia per desiderio, anzi per necessità di abboccarsi con lui. Calò in Italia nel mese di maggio dell'anno presente esso Augusto, ed arrivato che fu a Mantova, Giovanni doge di Venezia per mezzo dei suoi ambasciatori impetrò da lui la rinnovazione de' privilegii, come costa dal documento rapportato dal Dandolo nella sua Cronica [Dandul., in Chronico., tom. 12 Rer. Ital.]. Concede ancora al patriarca di Grado e a tutti i vescovi, chiese e monisteri della sua metropoli justitiam requirendam de suis rebus in annos legales, secundum quod Ravennas habet Ecclesia. Fu dato quel diploma VI idus Incarnationis dominicae DCCCLXXXIII, Indictione I, anno vero imperii domni Caroli in Italia tertio, in Francia secundo. Actum Mantua. Fu determinato per luogo del congresso col papa l'insigne monistero di Nonantola, posto nel contado di Modena, cinque miglia lungi dalla città. Quivi, per attestato dell'Annalista freeriano [Annal. Franc. Fuldenses Freheri.], l'imperador Carlo accolse con tutto onore il sommo pontefice Marino, e concorsero colà varii magnati per ottener la conferma de' lor privilegii. Leggesi un suo diploma conceduto al monistero di Casauria [Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] XII kalendas julii, anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXIII, Indictione prima, anno vero piissimi imperatoris Caroli tertio. Actum ad monasterium, quod nuncupatur Nonantula. Un altro dato nel medesimo giorno e luogo per la pieve di Varsio sul piacentino, si trova presso il Campi [Campi, Ist. Piacent., tom. 1.]. Un altro dato VIII kalendas julii in favore del monistero di Farfa nello stesso luogo, viene accennato dal padre Mabillone [Mabill., Annales Benedict.]. E due altri in fine da me pubblicati [Antiq. Ital., Dissert. XXXIV et XLI.], l'uno dato IX kalendas junii, e l'altro II kalendas julii. Actum monasterio Nonantulas. E qui non vo' lasciar di dire avere il suddetto Campi dato alla luce un altro diploma d'esso Augusto in favore de' nobili di casa Rizzola Piacentini, scritto XII kalendas martii anno ab Incarnatione dominica Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXXIII, Indictione I, anno vero domni Caroli regni V, impera autem III. Actum Papiae. Altronde si conosce la falsità di quel documento, ma più chiaramente si raccoglie dalla data, certo essendo che nel febbraio di quest'anno Carlo Grasso era in Germania, e non già in Pavia.

Quello che risultasse dal congresso tenuto in Nonantola dal papa e dall'imperadore, l'abbiamo dagli Annali che così ne parlano [Annales Francor. Fuldenses. Freheri.]: Ibi inter alia Wito comes Tuscianorum reus majestatis accusatur: quod ille profugus evasit. Dovea dire comes Spoletinorum, ovvero Spoletanorum, se non che altri antichi tennero l'Umbria per parte della Toscana. Tante dovettero essere le premure ed istanze di papa Marino, uniforme in ciò alle massime del suo predecessore, che l'Augusto Carlo mise al bando dell'imperio il suddetto Guido duca di Spoleti. Vero o falso che fosse, noi sappiamo da Erchemperto [Erchempertus, Hist., cap. 79.] ch'egli fu accusato di avere spedito i suoi messi all'imperador de' Greci, con trattato di ribellarsi all'imperador d'Occidente, a aver preso danari per effettuare questo pensiero. Aggiugne esso storico che Guido fu preso da Carlo III Augusto, e se non gli riusciva di scappare, vi andava il suo capo. Seguita poi a dire il suddetto Annalista: Sed tamen illa fuga totam italicam terram timore concussit: quia statim manu cum valida Gentilium de gente Mauritanorum foedera firmiter pepigit. Se Guido ricorse ai Mori ossia ai Saraceni, segno è ch'egli niuna alleanza avea dianzi intavolata coi Greci. Trovavasi in questi tempi alla corte dell'Augusto Carlo Berengario duca del Friuli, appellato da essi Annali consanguineus imperatoris, per le ragioni addotte di sopra all'anno 877. A questo principe fu data l'incumbenza di togliere il ducato di Spoleti a Guido, in cui favore dovea quel popolo aver prese le armi. Mittitur ad exspoliandum regnum Witonis. Ne prese egli una parte. Avrebbe fatto lo stesso del resto, se non fosse entrata nel suo esercito la peste: malore che si dilatò per l'Italia tutta, e giunse fino alla corte del medesimo imperadore. Per questa cagione fu obbligato Berengario a tornarsene indietro. Ma questa condanna ed esecuzione contra di Guido, per attestato degli Annali lambeciani [Annal. Fuldenses., Lambecii P. II, tom. 2 Rer. Italic.], si tirò dietro delle cattive conseguenze. Imperator (scrive quello storico) omne tempus aestivum mansit in Italia, animosque Optimatum regionis illius contra se concitavit. Fra questi probabilmente fu Adalberto duca e marchese di Toscana, perchè cognato di esso Guido. Nam Witonem, aliosque nonnullos exauctoravit, et beneficia, quae illi et patres et avi et atavi illorum tenuerant (il che fa vedere che i ducati, marchesati e comitati aveano già cominciato a prendere la forma de' feudi e a passar ne' figliuoli e nipoti) multo vilioribus dedit personis. Quod illi graviter ferentes, pari intentione contra illum rebellare disponunt, multo etiam plura, quam ante habuerant, sibi vindicantes. Che commozioni fossero queste, e quali effetti producessero, lo tace la storia d'Italia. Tre diplomi di Carlo imperadore, dati alla luce dal padre Celestino [Celest., Istor. di Bergamo.], e poi ristampati dall'Ughelli [Ughell., tom. 4 Ital. Sacr. in Episcop. Bergam.] ci fan vedere questo imperatore in Murgola corte regia del territorio di Bergamo nel dì 30 di luglio. Prima di Natale passò egli in Germania, per provvedere ai Normanni che più che mai devastavano la Lorena e la bassa Germania.