Era stato eletto sommo pontefice Benedetto II prete di nazione romano, persona veterana nella milizia ecclesiastica, e studioso delle divine Scritture, amatore dei poveri, umile, mansueto, paziente e liberale. Si crede ch'egli fosse consecrato nel dì 26 di giugno dell'anno corrente. Abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Benedicto II.] che l'imperador Costantino mandò a Roma i malloni (parola che tuttavia dura nel dialetto modenese), cioè le ciocche de' capelli de' suoi figliuoli Giustiniano ed Eraclio, che furono accolti con gran solennità dal clero e dall'esercito romano. Fondatamente stima il cardinal Baronio che ciò significasse l'offerire essi principi in figliuoli adottivi al romano pontefice: degnazione convenevole a quel piissimo imperadore. Ed infatti più sotto vedremo che Paolo Diacono abbastanza ci fa intendere il rito di questa figliuolanza praticato in questi tempi. Potrebbe ancora significar quest'atto sommessione e ubbidienza che que' principi protestavano verso i successori di s. Pietro, a guisa de' servi, a' quali si tagliavano i capelli. Anche i Gentili costumavano di tagliarsi la chioma e di offerirla ai loro falsi dii, dichiarandosi in tal maniera loro servi. Lo stesso Anastasio altrove [Anastas., in Praefat. ad Concil. VIII.], scrive, tanta essere stata la divozione del re de' Bulgari verso la santa Chiesa romana, che un giorno tagliatisi i capelli, e datigli ai messi del romano pontefice, si dichiarò da lì innanzi servo dopo Dio del beato Pietro e del suo vicario. Di questa adozion d'onore è da vedere una dissertazione del Du-Cange [Du-Cange, Dissertat. XXII ad Jouvill.]. Diede il medesimo imperador Costantino un altro nobil contrassegno della sua pietà e della sua venerazione alla Chiesa Romana. Riusciva troppo gravoso a quel clero il dover aspettare da Costantinopoli, come abbiamo osservato di sopra, la licenza di consecrare il nuovo papa eletto, restando con ciò per più mesi vacante la cattedra romana, tuttochè l'eletto papa esercitasse in quel tempo ancora non lieve autorità nel governo della Chiesa. Spedì il buon imperadore una bella patente al venerabil clero, al popolo e al felicissimo esercito romano, per cui concedeva che il nuovo pontefice eletto si potesse immediatamente consecrare, il che recò somma consolazione a quella gran città.
DCLXXXV
| Anno di | Cristo DCLXXXV. Indiz. XIII. |
| Giovanni V papa 1. | |
| Giustiniano II imperadore 1. | |
| Bertarido re 15. | |
| Cuniberto re 8. |
Lagrimevole riuscì quest'anno per la morte del piissimo imperador Costantino Pogonato, ossia barbato, succeduta nel principio di settembre, e tanto più fu essa deplorabile, perchè lasciò successore dell'imperio, ma non delle sue virtù, Giustiniano II suo primogenito, già dichiarato Augusto negli anni addietro. Era questo principe appena entrato nel sedicesimo anno della sua età; e però, inesperto nel governo de' popoli, tardò poco a sconvolgere il buon ordine lasciato dal padre, e a tirare addosso a sè e a' suoi sudditi delle calamità sonore. Diede parimente fine alla breve carriera del suo pontificato papa Benedetto II nel dì 7 di maggio del presente anno, e i suoi meriti il fecero registrare nel ruolo de' santi. Dopo due mesi e quindici giorni di sede vacante fu a lui sostituito nella cattedra di san Pietro Giovanni V, nato in Soria, uomo di petto, scienziato e moderatissimo in tutte le sue azioni [Anastas. Bibliothec., in Johann. V.]. Egli è quel medesimo Giovanni diacono che fu mandato da papa Agatone per uno de' suoi legati al concilio sesto ecumenico, e portò seco a Roma gli atti del medesimo concilio, ed inoltre gli ordini pressanti dell'imperador Costantino Pogonato, perchè fossero restituiti o conservati alla Chiesa romana i varii patrimonii che ad essa appartenevano nella Sicilia e Calabria, se pur non vuol dire lo storico ch'esso Augusto esentò quei patrimonii da un'indebita contribuzion di grano ad essi imposta dai ministri cesarei. Secondo i conti di Camillo Pellegrino [Peregrinus, Histor. Princip. Longobard., tom. 2 Rer. Italic.], in quest'anno Gisolfo duca di Benevento mosse guerra alla Campania romana. Ma ne parleremo di sotto all'anno 702.
DCLXXXVI
| Anno di | Cristo DCLXXXVI. Indiz. XIV. |
| Conone papa 1. | |
| Giustiniano II imperadore 2. | |
| Bertarido re 16. | |
| Cuniberto re 9. |
Condusse papa Giovanni V la sua vita fino al dì 2 di agosto di quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo. In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete, l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse, ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza. E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi voti a Conone prete, nato nella Tracia, allevato nella Sicilia, vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore, persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi a Teodoro esarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca un Allonisino duca, il quale verisimilmente era solamente governatore di quella città, e non già della Toscana, come pretende il Fiorentini [Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.].
In quest'anno, per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e di Anastasio [Anastas., in Johann. V.], seguì una pace di dieci anni fra l'imperadore Giustiniano e Abimelec califa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino [Elmacinus, Hist. Sarac.] che in questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il forte popolo dei cristiani mardaiti, che si credono i Maroniti, abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni le gabelle di Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa, che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio bibliotecario [Anast., in Joan. V.] ed anche Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.], che, in vigore di questa pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta. Pertanto spedì Leonzio suo generale con un'armata, il quale uccise quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di tributi da quelle provincie, mandò un immenso tesoro all'imperadore. Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente condotta del principe loro.