DCLXXXVII

Anno diCristo DCLXXXVII. Indiz. XV.
Sergio papa 1.
Giustiniano II imperadore 3.
Bertarido re 17.
Cuniberto re 10.

Non più che undici mesi governò Conone papa la Chiesa di Dio, essendo anch'egli oppresso dalla vecchiaia, e per lo più infermo. Mancò di vita nel dì 21 di settembre. Un'imprudenza viene attribuita a questo papa da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Conone.], per non essersi voluto consigliare col clero romano. Cioè, per quando crede il cardinal Baronio, essendo morto Teofane patriarca d'Antiochia, esso papa col parere di persone cattive ordinò in suo luogo Costantino diacono della Chiesa siracusana, e rettore allora del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia, con inviargli a tal effetto il pallio. Ma essendosi questi trovato uomo rissoso ed atto solamente a far nascere e a fomentar delle discordie fu cacciato in prigione dai ministri dell'imperadore che governavano la Sicilia. Il cardinal Baronio ha seguitato qui un testo guasto di Anastasio. Non ha quello storico scritto ex immissione malorum hominum Antiochiae ecclesiasticorum, ma sì bene et antipathia ecclesiasticorum. Non apparteneva allora ai papi l'ordinare i patriarchi di Antiochia. Nè altro dice Anastasio, se non che Conone costituì rettore del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia quel Costantino che fece poi sì poca riuscita con disonore di chi l'aveva eletto di sua testa, senza prender consiglio dal clero. In quest'anno ancora essendo mancato di vita in Ravenna Teodoro esarco e quivi seppellito, siccome di sopra ci fece sapere Agnello, antichissimo storico delle vite degli arcivescovi ravennati, l'imperador Giustiniano mandò ad esercitar quella carica Giovanni patrizio per soprannome Platyn. Arrivò egli a Ravenna, vivente ancora papa Conone. Trovavasi infermo questo pontefice, e Pasquale arcidiacono, che ansava dietro al papato [Anastas., in Conone.], spinto dalla cieca sua ambizione, inviò incontanente persona segreta a questo nuovo esarco, per averlo favorevole nell'elezione, con adoperar anche il possente incanto dell'oro, maledetto per altro in sì fatte occasioni. Non ci volle di più perchè lo esarco mandasse ordine agli uffiziali da lui deputati al governo di Roma, affinchè dopo la morte del papa esso arcidiacono venisse eletto. Pertanto essendosi raunato il clero e popolo per eleggere un nuovo pontefice, i voti di una parte concorsero nella persona di Pasquale, ma quelli d'un'altra voleano papa Teodoro arciprete. Quindi nacque un gagliardo scisma. Fu più diligente Teodoro, ed occupò la parte interiore del palazzo patriarcale lateranense: Pasquale si fece forte nella parte esteriore, e cadaun partito cercava la maniera di prevalere all'altro. Allora i più saggi fra i Romani, cioè i principali pubblici ministri ed uffiziali della milizia, e la maggior parte del clero con una copiosa moltitudine di cittadini mal soffrendo questa scandalosa divisione e gara, unitisi insieme se n'andarono al sacro palazzo, e quivi lungamente consultarono intorno alla maniera di provvedervi; e la risoluzione fu di eleggere un terzo.

Però tutti d'accordo elessero Sergio, oriondo da Antiochia, e nato in Palermo, allora prete e parroco di santa Susanna alle due Case; e presolo di mezzo al popolo, il menarono nell'oratorio di san Cesario martire, che era in esso sacro palazzo, e di là con grandi acclamazioni per forza l'introdussero nel palazzo del Laterano. Appena fu egli entrato, che Teodoro arciprete si quietò, e corse a fargli riverenza ed a baciarlo. Non così Pasquale arcidiacono. Resistè quanto potè, e per forza in fine pieno di confusione andò a riconoscerlo per suo signore. Ma intanto egli aveva spedito segretamente avviso di quanto succedeva all'esarco Giovanni, scongiurandolo di venire a Roma, perchè si lusingava di poter carpire, coll'aiuto di lui, quella dignità, di cui, per le macchine simoniache, era più che indegno. Andò in fatti l'esarco a Roma, e così celatamente, che la milizia romana non ebbe tempo d'andarlo ad incontrare al luogo solito, ed appena uscita da Roma, il vide comparire. Vedendo l'esarco di non potere smuovere il consenso di tutti gli ordini nella persona di Sergio, ne restò non poco amareggiato, perchè perdeva cento libbre d'oro che gli erano state promesse dall'arcidiacono Pasquale. Tuttavia il tristo ritrovò presto il ripiego di non voler approvare l'elezione, se non gli si pagava la detta somma. E benchè Sergio gridasse che non si dovea questo pagamento, pure bisognò prendere i candellieri e le corone che pendevano al sepolcro di san Pietro, e impegnarle, e saziar colle cento libbre d'oro la sacrilega avarizia di questo imperial ministro. L'arcidiacono Pasquale fu poi da lì a non molto tempo processato per alcuni incantesimi e sortilegii, e deposto e confinato in un monistero, dove dopo cinque anni impenitente morì. In questo anno l'imperador Giustiniano portatosi nell'Armenia, quivi accolse i Maroniti, levati dal monte Libano, senza accorgersi d'aver privato del più forte baluardo le frontiere del suo imperio contra dei Saraceni. Poscia l'una dietro all'altre moltiplicando le imprudenze, ruppe la pace stabilita da suo padre co' Bulgari. Si figurava il baldanzoso giovane principe di poter con facilità sottomettere quel popolo, e del pari i confinanti Schiavoni; e a questo fine fece dei gagliardi preparamenti per l'anno venturo. Se alle sue idee corrispondessero gli effetti, in breve ce ne chiariremo. Provossi nell'anno presente una sì fiera carestia nella Soria, che moltissimi di quella gente vennero a rifugiarsi nelle contrade del romano impero per non morire di fame. In quest'anno parimente Pippino chiamato il Grosso, oppur d'Eristallo, dopo una gran rotta data a Teoderico II re de' Franchi, s'impadronì della monarchia francese sotto titolo di maggiordomo, cioè lasciando ai re il nome e l'apparenza regale, e ritenendo per sè tutto il comando. Cominciò dunque a tener continuamente delle guardie ai re della schiatta merovingica, affinchè non si prendessero autorità di sorta alcuna; e durò questa usurpazione, finchè un altro Pippino, nipote di questo Pippino, passò dall'essere maggiordomo al trono regale della Francia, siccome vedremo.


DCLXXXVIII

Anno diCristo DCLXXXVIII. Indiz. I.
Sergio papa 2.
Giustiniano II imperadore 4.
Cuniberto re 11.

Benchè Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 37.] scriva che Bertarido re de' Longobardi regnasse dieciotto anni, parte solo e parte col figliuolo Cuniberto; pure egli stesso avea prima detto che questo principe regnò solo per sette anni, e che nell'ottavo prese per collega nel regno esso Cuniberto, e con esso lui regnò dieci anni. Per conseguente, diecisette pare che sieno stati gli anni del suo regno, e dovrebbe egli essere giunto a morte in questo anno 688. Pertanto io la metto qui per non discordare da esso storico; e tanto più, perchè se tal morte succedette prima, si viene ad imbrogliar la cronologia dei re susseguenti. E pure gran cagione c'è di dubitarne. Imperciocchè in Lucca si conserva un diploma del re Cuniberto suo figliuolo in favore del monistero di san Frediano, accennato dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3, p. 4.], e distesamente portato dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., tom. 1, pag. 70.] colle seguenti note: Datum Ticini in palatio nona die mensis novembris, anno felicissimi regni nostri nono per Indictione quintadecima. Nel novembre dell'anno 686 correva l'Indictione XV cominciata nel settembre. Non è mai da credere che se Bertarido fosse stato vivo in quel tempo, il figlio Cuniberto avesse fatto un diploma senza mettervi in fronte il nome del padre, che tale era il costume, e così conveniva, per essere Bertarido il vero regnante. Per ciò par quasi certo che esso re Bertarido prima del novembre dell'anno 686 fosse mancato di vita. Aggiungasi che nell'antichissima cronichetta dei re Longobardi, da me data alla luce [Antiq. Italic., tom. 4, pag. 943.], e composta circa l'anno 885, si legge che Bertari regnò anni XVI, e non già diecisette, o dieciotto, come hanno i testi di Paolo Diacono; e conseguentemente viene a cader la morte di lui nel suddetto anno 686. Comunque sia, certamente credo io fuor di strada il Pagi che la mette nell'anno 691. Lasciando io intanto al lettore di scegliere quello che gli par meglio, dico che Bertarido morì, e gli fu data sepoltura nella basilica del Salvatore, fondata fuori di Pavia dal re Ariberto suo padre. Lasciò questo re una memoria onorevole di sè stesso a' posteri, per aver fatto sedere con seco sul trono il timore di Dio, la mansuetudine e l'umiltà. In fatti sotto di lui goderono i popoli un'invidiabil calma e tranquillità. Era di bella statura e di corpo pieno. Rimase solo al governo del regno Cuniberto suo figliuolo, già dichiarato re fin dall'anno 678, che in bontà e benignità d'animo riuscì non inferiore al padre, se non che sembra che fosse troppo amatore del vino. Egli prese per moglie Ermelinda figliuola d'uno dei re anglo-sassoni dominanti nell'Inghilterra. La feroce nazione de' Bulgari, uscita della Tartaria, Unni anch'essi, perchè così erano chiamati tutti i Tartari, avea, siccome accennai di sopra, occupata quella parte di paese ch'era abitata dagli Schiavoni fra la Pannonia e la Tracia di qua dal Danubio; e tale si provò la sua possanza, che Costantino Pogonato Augusto fu astretto a comperar da essi la pace con promettere un annuo donativo da pagarsi loro da lì innanzi. Ora l'imperador Giustiniano, pieno di spiriti giovanili, ma non iscortato dalla prudenza, virtù rara ne' giovani, volle stuzzicar questo vespaio [Theoph., in Chronogr.]. Pertanto con un poderoso esercito marciò contro alla Bulgaria nel presente anno. Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], seguitato dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], riferisce questa impresa all'anno seguente. Se gli fecero incontro quei Barbari, e furono ripulsati. Continuò l'imperadore il suo viaggio fino a Salonichi, con raccorre e ridurre in suo potere un immenso numero di Schiavoni, prima della venuta de' Bulgari dominanti in quel paese. Parte colla forza furono presi, parte se gli diedero spontaneamente, non amando il giogo dei Bulgari. Inviò Giustiniano tutta questa gente ad abitare nell'Asia di là dall'Ellesponto nella Troade. Ma i Bulgari, che non osavano combattere in campagna aperta, aspettarono ai passi stretti delle montagne che l'imperador tornasse indietro, e quivi assalito l'esercito cesareo colla morte e colle ferite d'assaissimi l'angustiarono talmente, che lo stesso Augusto stentò non poco ad uscir salvo da quel pericolo. Tornò in quest'anno la Persia sotto il dominio di Abimelec, principe dei Saraceni.