Se vogliam credere a Liutprando, la prima fu alla Trebbia; fra pochi giorni succedette l'altra nel bresciano; e in tutte e due toccò a Berengario di soccombere. Non la seppe giusta: cioè nell'ordine di quelle giornate campali e nell'esito di esse s'ingannò. Il primo fatto d'armi tengo io che succedesse nel territorio di Brescia, e questo nell'anno presente, e colla peggio di Guido. L'altro nell'anno susseguente, e colla peggio di Berengario. Erchemperto, il quale, siccome abbiam veduto di sopra, diede fine alla sua storia sul finire dell'anno presente, non conobbe se non una battaglia fra Berengario e Guido; e questa accaduta nel contado di Brescia; e in essa caesorum spolia a Berengario recollecta sunt. Ciò vuol dire che il cimento riuscì di maggior vantaggio ed onore a Berengario. Viene confermata la stessa verità dall'anonimo panegirista, autore anch'esso degno di gran riguardo. Dal suo racconto apparisce che nel primo fatto d'armi non riuscì già a Berengario di sconfiggere il nemico, perchè la notte sopravvenuta disturbò il corso della vittoria. Tuttavia restò egli padrone del campo della battaglia: laonde nel giorno appresso Guido spedì ambasciatori a chiedergli la grazia di poter dare sepoltura ai suoi morti, che ascendevano ad alcune migliaia; e l'ottenne. Non altro conflitto che questo penso io che succedesse nel presente anno, perchè vi volle non poco di tempo a reclutare ed aumentar le armate; e spezialmente asserendo Erchemperto che restarono i due emuli di fare un congresso nel dì della Epifania per trattar di qualche maniera di aggiustamento fra loro. Finchè non si scuopra qualche diploma che ci faccia veder Guido in Pavia nel fine di questo anno, o nel principio del susseguente, sembra più credibile ch'egli se ne impadronisse dopo la seconda battaglia nell'anno seguente. Mentre questi principi contrastavano sì aspramente fra loro, anche Ajone principe di Benevento era in faccende contra de' Greci. Gli era venuto fatto di ribellare ad essi il popolo di Bari coll'uccisione del presidio, e di rimettere quella città sotto il suo dominio. Nella Cronichetta [Antiquit. Ital., Dissert. V.] da me stampata altrove sotto quest'anno si legge: Perditio fuit facta in Varo per Graecos, cioè in Bari. Diede anche aiuto ad Atenolfo conte di Capoa, che si era sottomesso alla sua signoria [Erchempertus, Hist., cap. 73, 75, 77 et 80.], con essere cagione che questo principe non solamente ricuperò l'anfiteatro, già ridotto in fortezza da Atanasio II vescovo di Napoli, continuo martello de' Capoani, ma anche diede una rotta all'esercito di quel vescovo, con che rintuzzò non poco l'insoffribile di lui orgoglio. Fu forzato Atanasio a chiedere pace; ma le paci di questo mal unto vescovo fatte per un anno, non duravano nè pur dodici giorni. E intanto i suoi cari Saraceni abitanti al Garigliano, ovunque loro piaceva, divoravano tutti i contorni, nè davano esenzione alcuna agli stessi Napolitani, permettendo Iddio che costoro fossero il castigo di chi tutto dì si serviva d'essi per infestare i suoi vicini. Ora tornando al suddetto Ajone principe, recatogli l'avviso che Costantino patrizio e general de' Greci avea messo l'assedio a Bari, colle sue milizie e con un rinforzo de' Mori marciò per Siponto in aiuto di quella città. Arditamente attaccò la zuffa, e a tutta prima colla strage di moltissimi Greci parve che la fortuna si dichiarasse in suo favore. Quando eccoti sopraggiugnere Costantino con tremila cavalli freschi, co' quali diede una tal rotta ai Beneventani, che quasi tutti vi rimasero o morti, o prigioni, e lo stesso Ajone stentò a potersi ritirare con pochi dei suoi in Bari. Cominciò egli dipoi a tempestar con lettere Atenolfo conte di Capoa per avere soccorso; ma questi era di nuovo in rotta col suddetto vescovo Atanasio, uomo di niuna fede; e laddove in addietro i Napoletani si tenevano sotto i piedi i miseri Capoani, prevalendo ora questi, davano il guasto a tutto il territorio di Napoli. Atenolfo in vece di recar aiuto all'assediato Ajone, stabilì una pace e lega col generale suddetto de' Greci. Non dissomigliante successo ebbero l'altre premure di Ajone per avere dei rinforzi dai Galli, cioè dal ducato di Spoleti e dai Saraceni. Quantunque promettesse loro monti d'oro, niuno si volle muovere per soccorrerlo, in guisa che veggendosi beffato da tutti, e troppo ridotto in angustie, gli convenne capitolar coi Greci, e rendere loro la città. Se ne tornò egli libero a Benevento con grandi minacce contra di Atenolfo e di Maione abbate di san Vincenzo di Volturno, perchè l'avessero in tanta necessità abbandonato e deluso. Secondo la testimonianza del Dandolo [Dandol., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.], passò in quest'anno all'altra vita Giovanni doge di Venezia, in cui luogo fu concordemente eletto doge Pietro tribuno, personaggio di tutta bontà, che da Leone imperador di Costantinopoli fu creato dipoi protospatario.


DCCCLXXXIX

Anno diCristo DCCCLXXXIX. Indiz. VII.
Stefano V papa 5.
Berengario re d'Italia 2.
Guido re d'Italia 1.

O non seguì il congresso di cui si era convenuto fra il re Berengario e il duca Guido; o se seguì, non ne risultò accordo veruno, e fu perciò rimessa alla decision dell'armi la contesa del regno. Accudirono dunque amendue questi competitori nel verno e nella primavera a rinforzar le loro armate: al che fu necessario gran tempo, perchè Guido fece venir di Francia non poche brigate di combattenti. Veggonsi descritte dal panegirista suddetto [Anonym., Panegyr. Berengar. P. I, tom. 2 Rerum Italic.] le di lui schiere. Cinquecento fanti, calati dalla Francia, erano comandati da Ascario ossia Anscario fratello di Guido. Menava trecento cavalli Gaussino; altrettanti Uberto. Seguitavano le milizie della Toscana, se pure col nome di tyrrhena juventus non vuole il poeta disegnare Spoleti. Venivano appresso mille soldati di Camerino. Poscia Alberico con cento pedoni, sperando di acquistarsi tal merito, che ne avesse poi in ricompensa il ducato di Camerino. Concorse eziandio Rinieri con altre soldatesche, e Guglielmo che menava trecento corazze. Condottier di altrettante era Ubaldo, che fu padre di quel Bonifazio che noi vedremo a suo tempo duca potentissimo di Spoleti e di Camerino. Succederono in fine alcune migliaia di gente avvezza non alle spade, ma solo agli aratri. Tale era l'armata di Guido. Ragunò anche Berengario quante genti potè. Gualfredo, che era, oppure che fu poi creato marchese del Friuli, marciava alla testa di tremila Furlani. Veniva poi Unroco con due altri fratelli, tutti figliuoli di Suppone già duca di Spoleti, e dipoi, secondo le apparenze, duca di Lombardia, e suocero probabilmente del re Berengario, conducendo mille e cinquecento corazze. Marciavano Leutone e Bernardo suo fratello con mille dugento cavalli tedeschi. Poscia un Alberico con cinquecento altri cavalli, forse anch'essi tratti dalla Germania. Succedevano poi altre soldatesche sotto il comando di un Bonifazio, di un Berardo, di un Azzo feroce e di un Olrico, che era o fu poi marchese, e signoreggiava presso all'Adriatico, oltre ad una gran folla di rustiche milizie. Non è a noi possibile oggidì lo scifrare di quali città o luoghi fossero tutti questi condottieri d'armi. Attesta il suddetto poeta che in quelle armate alcuni vescovi ancora si trovarono maneggianti, in vece di pastorali, spade e lance; ma per la riputazione del sacro lor ministero non li vuol nominare. Regnava tuttavia in questo secolo un tale abuso, del quale s'è parlato altrove. Si venne finalmente alla seconda giornata campale, ma non già sul bresciano, come pensò Liutprando, ma, per quanto si può conghietturare, alla Trebbia sul piacentino. Ho io dato alla luce un diploma del medesimo Guido [Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.], scritto IX kal. maii anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIIII, Indictione VIII, Actum Placentiae. Potrebbe questo documento comprovar ch'egli appunto si trovasse in Piacenza nel dì 23 di aprile di quest'anno, cioè prima o dopo il sopraddetto conflitto, se non che abbiam qui la Indictione VIII che non s'accorda coll'anno 889, ed appartiene all'anno susseguente, convenendo per altro tutto il resto ad un autentico diploma. E si osservi che quivi Guido conta già l'anno II del regno: segno ch'egli, per non essere da meno di Berengario, avesse cominciato a dedurre il principio del suo regno dalla morte di Carlo il Grosso; ma forse fu dato quel diploma solamente nell'anno appresso. Abbiamo poeticamente descritto questo fatto d'arme, che costò la vita a parecchie migliaia di persone, dal panegirista di Berengario. Ma chi ne bramasse una più minuta ed esatta descrizione, non ha che a leggere la storia di Spoleti di Bernardino de' conti di Campello [Campelli, Istor. di Spoleti, lib. 9.], il quale, benchè vivesse e scrivesse nell'anno 1672, pure dovette aver la fortuna di trovarsi presente, e di mirar tutte le circostanze di quel sanguinoso conflitto, ch'egli credette fatto sul bresciano, e ch'io più verisimilmente tengo succeduto sul piacentino. Quantunque il poeta anonimo nel panegirico di Berengario asserisca, aver la notte fatto ritirare ai lor campi le infuriate armate di Berengario e di Guido; pure il suo silenzio e gli effetti succeduti danno abbastanza ad intendere che ne riportò la peggio Berengario. Scrive Reginone [Regino, in Chronico.], che dopo insorta la gara fra questi due principi, tanta strages ex utraque parte postmodum facta est, tantusque humanus sanguis effusus, ut juxta dominicam vocem, regnum in se ipsum divisum, desolationis miseriam paene incurrerit. Ad postremum Wido victor existens, Berengarium regno expulit. Ma non sussiste che riuscisse a Guido di cacciar Berengario fuori del regno. Questi tenne sempre saldo il ducato del Friuli, e fece sua residenza in Verona. Soggiornava egli in questa medesima città nel dì 10 di settembre del presente anno, come costa da un suo diploma ch'io ho pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. XVII.], le cui note sono: Data IV idus septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis II, Indictione VIII. Actum Veronae. Il truovo io anche in Cremona, e padrone tuttavia di Brescia nel dì 18 d'agosto, ciò apparendo da un suo diploma pubblicato dal Margarino, e dato XV kalendas septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXIX, anno vero regni domni Berengarii II. Indictione VII. Liutprando [Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.] attesta che nella seconda battaglia, quum maxima strages fieret, fuga se se Berengarius liberavit. Ragionevolmente dunque si può credere che dopo rimasto in questa campal giornata depresso Berengario, venisse in mano di Guido Pavia e Milano con altre città della Lombardia.

Non ho io saputo intendere perchè il padre Pagi [Pagius, in Annales Baron.] parli delle due suddette battaglie solamente all'anno 892. Senza qualche fatto d'arme non sarebbe entrato Guido in possesso di Pavia e della Lombardia. Ora noi abbiamo, che stando esso Guido nella città di Pavia, avendo fatta raunare in quella città una gran dieta di vescovi delle città a lui suggette, si fece solennemente eleggere re d'Italia. L'atto di questa elezione si truova dato alla luce nella mia Raccolta Rerum italicarum [Rerum Ital., P. I, tom. 2.], e di nuovo nelle mie Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. III.]. Ricordano que' vescovi in esso decreto bella horribilia, cladesque nefandissimas fino allora succedute, e tanti mali, che sarebbe impossibile il contarli o scriverli. Aggiungono aver eglino consentito di accettare per re Berengario (senza nondimeno nominarlo) volentes nolentesque minis diversis et suasionibus inretiti furtive ac fraudulenter. Dicono di più che i nemici, superveniente perspicuo principe Widone bis jam fuga lapsi, ut fumus, evanuerunt; il che è da temere che fosse dettato dall'adulazione. Pertanto di comun parere eleggono praefatum magnanimum principem Widonem ad protegendum et regaliter gubernandum nos in regem et seniorem, ec., giacchè egli si è obbligato di amare e di esaltar la santa Chiesa romana, e di conservare i diritti dell'altre chiese, e le leggi de' popoli, e di non permettere le rapine, e di volere la pace. Non si sa che il re Guido facesse altra impresa in quest'anno, avendo egli probabilmente atteso ad assicurarsi dei voti favorevoli dei suddetti vescovi, e a ridurre in suo potere quelle città della Lombardia che tardavano ad umiliarsi alla fortuna delle armi di lui. All'incontro Berengario è da credere che si applicasse tutto a fortificarsi in Verona, e a cercar soccorsi dalla Germania, siccome in fatti vedremo all'anno susseguente. Nel presente la vedova imperadrice Angilberga presentendo o temendo che Arnolfo re di Germania meditasse d'impadronirsi del regno d'Italia, ricorse a lui affinchè le confermasse i beni da lei goduti in esso regno; e a tal fine spedì in Germania Ermengarda sua figliuola, regina di Provenza, vedova del re Bosone. Vien rapportato dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.] quel diploma, dato II idus junii anno dominicae Incarnationis DCCCLXXXIX, Indictione VII, anno secundo piissimi regis Arnulfi. Actum Forachen. Ma Ermengarda per altri più importanti affari s'era portata in Germania, siccome vedremo. Abbiamo accennato di sopra che circa questi tempi si cominciarono a conoscere in Germania e in Italia gli Ungri, o vogliamo dire gli Ungheri. Ora si vuol aggiugnere la terribile descrizione di questa fiera nazione, che poi divenne il flagello dell'Italia, a noi lasciata descritta da Reginone [Rhegino, in Chronico.] sotto quest'anno. La ferocissima gente, dice egli, degli Ungheri, più crudel d'ogni fiera, non mai udita nè nominata in Occidente ne' secoli addietro, uscì dai regni della Scitia, cioè della Tartaria, e dalle paludi del fiume Tanai. Costoro non coltivano se non di rado la terra, non hanno casa o tetto, non luogo stabile; ma (a guisa degli Arabi) coi loro armenti e colle loro gregge vanno qua e là vagando, conducendo seco le mogli e i figliuoli sopra le carrette coperte di cuoio, delle quali in tempo di pioggia e di verno si servono in vece di case. Gran delitto è presso di loro il furto. Non appetiscono l'oro e l'argento, come fan gli altri uomini. Il loro piacere è nella caccia e nella pesca. Si cibano di latte e miele. Non usano vesti di lana, supplendo al bisogno con pelli di fiere per guardarsi dai freddi continui nelle loro contrade. Spinti costoro fuori del proprio paese da altri Tartari chiamati Pezinanti, perchè non bastava alla cresciuta lor popolazione quella terra, vennero nella Pannonia; e scacciati o sottomessi gli Unni, appellati anche Avari (benchè Tartari anch'essi di nazione), s'impadronirono di quel regno: di là cominciarono a far delle scorrerie nella Bulgaria, nella Moravia e nella Carintia, uccidendo pochi colle spade, ma molte migliaia di persone colle saette, scagliate da loro con tal maestria, che difficilmente se ne possono schivare i colpi. Non sanno combattere da vicino in forma di battaglia. Combattono a tutta corsa coi cavalli, fingendo di quando in quando di fuggire, e bene spesso quando talun si crede di averli vinti, si truova più che mai in pericolo di esser vinto. Negli Usseri moderni, discendenti da essi, dura anche oggidì parte di questi loro costumi. Seguita a dire: Vivono a guisa di fiere, e non d'uomini; e fama è che mangino carne cruda, e bevano sangue. Inumani al maggior segno, in quei cuori non entra compassione o misericordia alcuna. Si radono il crine sino alla cute. Con gran cura insegnano ai loro figliuoli e servi l'arte del cavalcare e saettare. Gente superba, sediziosa, fraudolenta; e truovasi la medesima ferocia nelle femmine che nei maschi: gente di poche parole, ma di molti fatti. Tali erano gli Ungri, da' quali prese la Pannonia il nuovo nome d'Ungheria, popolo nefando, la cui crudeltà in breve si vedrà venir a desolare il meglio dell'infelice Italia. Cedreno [Cedren., in Annal.] dà a questa barbarica nazione anche il nome di Turchi, nome che si stendeva a non poche popolazioni della Tartaria, e si è udito già più volte ne' secoli antecedenti.


DCCCXC

Anno diCristo DCCCXC. Indizione VIII.
Stefano V papa 6.
Berengario re d'Italia 3.
Guido re d'Italia 2.

Abbiamo da Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chron.] che in quest'anno Arnolfo re di Germania ex verbis apostolici obnixe rogatur, ut Romam veniens Italiamque sub ditione sua retinens, a tantis eam eruat tyrannis. Era Stefano V pontefice di rara virtù, e non è improbabile che i malanni di Roma per cagion dei Saraceni, e quei dell'Italia per la guerra dei due re, il movessero a procurar la venuta d'Arnolfo. Tuttavia sapendo noi quanta parzialità egli nudrisse per Guido re d'Italia, con apparenza ancora che coi suoi buoni uffizii l'avesse egli aiutato a montare sul trono, non pare sì facilmente da credere l'invito che qui si suppone da lui fatto ad Arnolfo di calare in Italia, e di levarla di mano dei due nemici regnanti. Anzi son io d'avviso che in questo racconto v'abbia dell'errore, essendo ben vera la chiamata, ma questa fatta nell'anno susseguente, oppure nell'anno 893, siccome vedremo, e non già nel presente; e da Formoso papa, e non già da Stefano, tuttavia vivente in quest'anno. Il continuatore degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freherii.], pubblicati dal Freero, molto più antico di Ermanno Contratto scrive sotto quest'anno, ma fuor di sito, in parlando del re Arnolfo: A Formoso apostolico enixe rogatus interpellabat (scrivo interpellabatur) ut urbe Roma (si scriva urbem Romam) domum sancti Petri visitaret, et Italicum regnum a malis christianis, et imminentibus Paganis ereptum ad suum opus restringendo dignaretur tenere. Sed rex multimodis caussis, in suo regno increscentibus praepeditus, quamvis non libens, postulata denegavit. Copiò Ermanno Contratto queste parole, ed anche egli intese di nominar Formoso col nome di apostolico, e non già di parlare di papa Stefano. Ora certo è che Formoso solamente fu eletto romano pontefice nell'anno seguente, e per conseguente a quello si dee riferir l'invito fatto al re Arnolfo: se pur non volessimo immaginare che Formoso vescovo in questi tempi di Porto, e non per anche papa, avesse chiamato in Italia il re Arnolfo, col quale egli manteneva buona corrispondenza, ed era legato, siccome vedremo, con parziale affetto. Ma, siccome dissi, piuttosto nell'anno 893 si adoperò papa Formoso per tirare in Italia il re Arnolfo, e quivi perciò ne riparleremo. Attestano gli Annali suddetti, che trovandosi esso re Arnolfo in Forcheim dopo Pasqua nel mese di maggio ibi ad eum filia Hludovvici italici regis, vidua Bosonis tyranni, magnis cum muneribus veniens honorifice suscepta, ac ad propria remissa est. Ma neppure questo fatto è rapportato al suo luogo. Da un diploma d'esso Arnolfo, che io ho accennato di sopra, abbiamo già appreso che la vedova imperadrice Ermengarda si trovò nell'anno precedente alla corte del re Arnolfo in Forcheim. Il motivo del suo viaggio e dei sontuosi regali portati al re Arnolfo, fu il desiderio che Lodovico figliuolo suo e di Bosone, già pervenuto ad età convenevole per governar popoli, assumesse il titolo di re del regno arelatense ossia di Provenza, ch'ella fin qui avea governato come tutrice a nome del figliuolo. Non voleva ella far questo passo senza licenza del re Arnolfo, principe potentissimo, che manteneva pretensioni sopra tutta la monarchia dei Franchi. E siccome Odone in Francia ossia nella Gallia, e Berengario in Italia, non si crederono sicuri del possesso dei loro regni, se prima non si furono accordati con esso Arnolfo: così Ermengarda ricorse a lui per avere il consentimento suo in favore del figliuolo; con riconoscere anch'ella il regno suddetto dipendente dalla sovranità del re della Germania. Però tornata ch'ella fu in Provenza, raunati i vescovi e baroni del regno, fece solennemente riconoscere per re, e coronar Lodovico suo figliuolo.