Nec latet Arnulfum, rursus succrescere bellum

Hesperia. Widonem etiamnum milite fretum

Affore, cervicesque procaci attollere fastu

Audiit, ec.

Perciò prese Arnolfo la risoluzion di venir egli stesso in Italia. Non vuol dunque dire tertia lunae cornua che nel mese di marzo dell'anno 891 Zventebaldo, chiamato Sinibaldo dal poeta, si ritirasse dall'assedio di Pavia, come ha creduto taluno; ma bensì che erano appena passati tre mesi dacchè esso Zventebaldo avea ricondotto dall'Italia in Baviera l'esercito paterno, quando l'imperador Guido più ferocemente che prima assalì il piccolo regno rimasto a Berengario, e che il re Arnolfo determinò di venirne a far la vendetta in persona. Attesta il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] d'aver veduto dei diplomi dati da esso Arnolfo anno DCCCXCIII, V idus novembris Veronae; e per conseguente, secondo lui, sul principio di novembre dell'anno presente. Non ne ho io mai veduto alcuno. So bensì che in esso giorno V idus novembris, dell'anno presente Berengario si trovava in Verona, dove fece un dono all'insigne monistero di San Zenone [Antiquit. Ital., Dissert. XXI, p. 217.]. Reginone [Rhegino, in Chronico.] poi pretende che Arnolfo solamente nell'anno seguente si movesse verso l'Italia; e il continuatore degli Annali di Fulda [Annales Fuldenses Freheri.] più precisamente scrive che questo re celebrò il Natale di quest'anno (da cui i Tedeschi cominciavano a contar l'anno nuovo) in curte regia Weibilinga, cioè fra Maneim ed Eidelberga; e che dipoi intraprese il viaggio verso l'Italia. Abbiamo anche da Frodoardo [Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 8.], avere Folco arcivescovo di Rems dato avviso in quest'anno allo imperador Guido, che il suddetto re Arnolfo non volea pace con esso Guido. Verisimilmente accadde in quest'anno ciò che viene scritto dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitanus apud Peregrin., P. I, tom. 2, Rer. Italic.]. Dacchè i Greci s'erano impadroniti di Benevento e del suo principato, andavano spiando le maniere di sottomettere al lor dominio quello ancora di Salerno. Accadde che alcuni nobili salernitani banditi dalla lor patria vennero a fissar l'abitazione in Benevento. Segretamente costoro intavolarono un trattato con Giorgio patrizio, governatore di quella città, promettendo di farlo entrare a man salva in Salerno. Vi accudì il greco ministro, e fatta una massa di quanta gente potè dalla Calabria e dalla Puglia, sotto colore di voler portare le armi contra de' Saraceni abitanti al Garigliano, una notte s'istradò coll'esercito alla volta di Salerno, le cui porte gli furono spalancate da chi dentro tenea mano coi suddetti banditi. Era spedita per quella città; ma Pietro arcivescovo di Benevento ed altri nobili beneventani, o perchè loro non piacesse il maggiore ingrandimento de' Greci da loro malveduti, o perchè veramente temessero di qualche trattato doppio, mostrarono renitenza ad entrare in quella città, e intimidirono talmente il generale de' Greci, che tutti frettolosamente se ne tornarono a Benevento, e in questa maniera restò salvo Salerno. Scoprì poi Guaimario I principe di quella città, i traditori, e contuttociò loro perdonò. In questi tempi Atenolfo conte e principe di Capoa teneva ora con Atanasio II vescovo di Napoli, ora con Guaimario, ed ora coi Greci, voltando vela a seconda dei venti. Di esso Guaimario ho io riferito [Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 755.] un diploma scritto all'anno 889, in cui fa alcuni doni ad una chiesa fondata da Guaiferio principe suo padre. S'intitola Guaimario imperialis patricius e dice d'essergli stato conceduto dagl'imperadori Leone ed Alessandro di poter fare e disfare, allegando firmissimum praeceptum bulla aurea sigillatum de' medesimi Augusti: il che fa intendere che in questi tempi il principato di Salerno era dipendente dai greci imperadori. Ma dappoichè gl'ingordi Greci tentarono d'impadronirsi di quella città, si può ben credere che Guaimario prendesse delle altre misure.


DCCCXCIV

Anno diCristo DCCCXCIV. Indizione XII.
Formoso papa 4.
Lamberto imperadore 5 e 1.
Berengario re d'Italia 7.

Se non era calato verso il fine del precedente anno in Italia il re Arnolfo con poderose schiere d'armati, certamente ci comparve sul principio di questo. Da Verona marciò alla volta di Brescia, che si dovette rendere; e proseguì il viaggio, accompagnato sempre dal re Berengario, verso la città di Bergamo [Annales Fuldenses Freheri.]. Era quivi conte, cioè governatore per l'Augusto Guido, Ambrosio, che non volendo mancare alla fedeltà dovuta al suo principe, e confidato nella forte situazione di quella città posta sul monte, e ben provveduta d'armi e di forti mura e di una buona palizzata, si accinse alla difesa. Animati i Tedeschi dalla presenza e dalla voce dei due re, fecero delle maraviglie [Annales Fuldenses Lambecii, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Quantunque i cittadini soddisfacessero a tutte le leggi del valore, anzi combattessero da disperati, pure si spinsero i nemici sotto le mura, e con gli arieti talmente le flagellarono, che si aprì una larga breccia, per cui entrò l'infuriata milizia, con dare il sacco a lei promesso all'infelice città nel dì 2 di febbraio della Purificazion della Vergine. Non si perdonò neppure ai sacri luoghi, neppure alle vergini consecrate a Dio, ed erano condotti i ministri del tempio quai bestie legati da chi non si ricordava d'essere cristiano. Tralascio l'altre iniquità accennate da Liutprando. Si rifugiò il conte Ambrosio in una torre. Pure fu preso e condotto davanti al re Arnolfo, che caldo per ira diede immediatamente l'ordine barbarico che fosse impiccato per la gola ad un albero; e questo fu puntualmente eseguito. Restò preso anche il vescovo Adalberto, e dato in custodia al vescovo Addone. La crudeltà usata in questa città sparse tal terrore fra l'altre di Lombardia e della Toscana, che niuno aspettò l'arrivo dell'esercito tedesco per rendersi ad Arnolfo. Così fecero Milano e Pavia, nella prima delle quali città, secondo la testimonianza di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 7.], egli lasciò per governatore Ottone duca di Sassonia, avolo di Ottone, poscia primo fra gl'imperadori di questo nome. Vennero i marchesi d'Italia in persona a sottomettersi al vittorioso re, fra' quali specialmente, per attestato degli Annali lambeciani, si contarono Adalberto II marchese e duca di Toscana, e Bonifazio suo fratello, e Ildebrando e Gerardo, marchesi di non so qual contrada. Sed praesumptuose se inbeneficiari ultra modum jactantes, omnes capti sunt, et in manu principis dimissi ad custodiendum: cioè pretesero di essere investiti di varii o governi o feudi; e perchè non piacque ad Arnolfo la lor pretensione, li fece mettere in arresto, con accordar loro non molto dappoi la libertà, ma con esigere da essi il giuramento di fedeltà. Se ne fuggirono di poi Adalberto e Bonifazio, senza più far caso della promessa fede. Arrivò Arnolfo a Piacenza coll'esercito suo malconcio per la stanchezza e per le malattie; e di là passò circa la Pasqua al castello d'Ivrea verso d'Alpi, tenuto da Ansgero conte a nome dell'Augusto Guido, entro il quale stava un buon presidio, inviatovi da Rodolfo re della Borgogna superiore. Gran voglia nudriva Arnolfo di far del male a questo Ridolfo, e però con immense fatiche valicò le Alpi; ma senza profitto alcuno, perchè Ridolfo si ritirò fra le montagne degli Svizzeri, ridendosi delle forze dei Tedeschi. Che Arnolfo s'impadronisse d'Ivrea, tuttochè gli Annali non ne facciano menzione, lo raccolgo io da un suo diploma, da me pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. XXI.], e dato XV kalendas maii, anno Incarnationis Domini DCCCXCIIII, Indictione XII, anno regni Arnulfi regis in Francia VII. Actum Yporegiae. Se ne tornò Arnolfo per quella via in Germania, e spedì il figliuolo Zventebaldo ai danni di Rodolfo re, che lasciando devastare il paese piano, si ricoverò, come dissi, nei siti forti delle montagne. Strana cosa è che tanto il poeta panegirista [Anonym., in Paneg. Bereng., lib. 3.] di Berengario, benchè autore sì riguardevole, quanto Liutprando scrittore del seguente secolo mostrino di aver creduto che in quest'anno Arnolfo passasse anche a Roma, perseguitando l'imperador Guido, che s'era salvato in quelle parti. Ma si sono ingannati questi scrittori, e probabilmente il primo indusse in errore il secondo. Siccome vedremo, più tardi succedette quest'altro viaggio d'Arnolfo. L'Anonimo salernitano [Anonymus Salernit. apud Peregrin.] attribuisce il ritorno d'Arnolfo in Germania alle malattie del suo esercito. Sed idem fame et intemperie aeris compulsus reversus est ad propria. Che poi Arnolfo facesse nel presente anno le conquiste suddette per sè, e non già per Berengario, e che giugnesse a farsi eleggere re d'Italia, fu avvertito dall'Eccardo [Eccard., Rer. German., lib. 32.], mercè di un suo diploma riferito dall'Ughelli ne' vescovi di Chiusi, e dato in Roma IV kalendas martii die, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, Anno regni Arnulfi regis in Francia nono, in Italia tertio. Un altro diploma di lui (il che fu parimente osservato dal signor Sassi [Saxius, in Not. ad Sigon. de Regn. Ital.]) presso il Puricelli [Puricellius, Monument. Eccl. Ambros.], fu dato V iduum martii die, anno domini DCCCXCIV, Indictione XII, anno VII regni domni Arnulfi serenissimi regis in Francia et in Italia primo. Actum Placentiae.

Vedemmo anche di sopra che i marchesi di Toscana e d'altre parti vennero a trovare Arnolfo per riconoscere da lui i loro governi e feudi, e che a lui, e non a Berengario, giurarono fedeltà. Ma non lascia d'essere strano il vedere chiamato in Italia Arnolfo da Berengario in aiuto suo, e Berengario al pari di Guido Augusto depresso da questo re. Potrebbesi qui sospettare che non fosse una vana diceria quanto lasciò scritto il Dandolo [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.] con dire: Arnulfus intravit Italiam, Berengarium regem cepit, Ambrosium comitem in furca suspendit, et Italia se sibi subdidit, et per montem Jovis in Galliam rediit. Non pare improbabile che questo ambizioso e feroce principe, allorchè vide la fortuna sì favorevole all'armi sue in Italia, si beffasse del re Berengario, e gli mettesse anche le mani addosso per assicurarsene: il che fatto, forzasse i principi in Pavia a consentir nella sua elezione in re d'Italia. Tuttavia a me non si può persuadere questo titolo di re d'Italia, assunto da Arnolfo, dacchè, per quanto abbiam veduto di sopra, nel diploma dato in Ivrea XV kalendas maii dell'anno presente egli non nomina gli anni del regno d'Italia. Neppur fa menzione in un altro riferito dal padre Pez [Pez, Thesaur. Anecdot., tom. 1, Part. III, pag. 34.] e, dato II idus maii anno Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno vero VII (oppure VIII) regni Arnolfi piissimi regis. Actum Dripura. Similmente un altro da me prodotto altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.] ha queste note: Data kalendarum decembrium die, anno Incarnationis Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno regni Arnolfi regis VIII. Actum Papiae. Resta perciò da cercare perchè in quei diplomi, e non in questi, si veggano annoverati gli anni del regno d'Italia. E tanto più parrà difficile a credersi questo fatto d'Arnolfo, perchè troviam Berengario che nel dicembre dello stesso presente anno è padrone di Milano, e quivi esercita l'autorità regale, siccome costa da un privilegio suo pel monistero ambrosiano, riferito dal Puricelli con queste note: Data IV nonas decembris anno Incarnationis Domini DCCCXCIV, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis septimo, Indictione XIII. Actum Mediolani. Pareva non men di questo punto di storia imbrogliato l'altro della morte di Guido imperadore. Ma è già deciso essersi ingannato il cardinal Baronio nel differirla sino all'anno 899. Il Sigonio, il padre Pagi, l'Eccardo ed altri tengono per indubitato ch'egli per isputo di sangue terminasse i suoi giorni in quest'anno, arrivato ch'egli fu al fiume Taro fra Parma e Piacenza. Reginone [Rhegino, in Chron.] e l'Annalista di Metz [Annalista Metensis.] (l'uno d'essi ha copiato l'altro), Ermanno Contratto [Hermannus Contractus Canis.] ed altri rapportano a quest'anno il fine d'esso Guido. Così fa anche l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitanus apud Peregrin.]. Quel che è più, nel frammento del Continuatore freeriano [Annales Lambecii, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], che fu dato alla luce dal Lambecio, chiaramente si legge sotto il presente anno: Wido italici regni tyrannus, morbo correptus obiit. Cujus filius Lantbertus eodem modo regnum invadendo affectatus est. Finalmente il Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] accenna uno strumento scritto anno ab Incarnationis ejus octingentesimo nonagesimo quarto post ovilo domni nostri Widoni imperatoris anno primo, tertio kalendas januarii, Indictione decimatertia, cioè nel dì 30 di dicembre dell'anno presente; il che mette in chiaro non doversi rimovere dall'anno presente la di lui morte, contuttochè il panegirista di Berengario, Liutprando ed altri antichi scrittori la rapportino più tardi. E si osservi, come in Toscana non si contano in questi tempi gli anni di Lamberto imperadore, per non dispiacere, credo io, al re Arnolfo, a cui Adalberto II duca e marchese di quella provincia avea giurata fedeltà. L'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.] rapporta un diploma d'esso Guido Augusto, conceduto ad Agilolfo abbate di Bobbio, colle note seguenti: Dat. idus aprilis anno ab Incarnatione Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno vero regni ejus V. Actum Papiae. Crede l'Eccardo [Eccardus, Rer. German., lib. 32.] che qui sia stato adoperato l'anno pisano, cominciante nel dì 25 di marzo l'anno nuovo, con precedere circa nove mesi l'anno nostro volgare; e per conseguente che questo privilegio sia dato nell'anno presente 894. Ma non avvertì egli che nel dì 13 d'aprile di questo anno Arnolfo, oppur Berengario, e non Guido, dominava in Pavia. Oltre di che, l'Indizione XIII non può convenire all'aprile d'esso anno 894. Però quel diploma s'avrebbe da riferire all'anno 895, come ivi è scritto. Ma se abbiam detto che già nell'anno presente 894 Guido cessò di vivere, come può dunque egli aver comandato in Pavia nel dì 13 d'aprile dell'895? Aggiungasi che in quel diploma non si veggono notati gli anni del suo imperio contro il costume di tali documenti. Perciò se il lettore prenderà diffidenza di quell'atto, non gli mancheranno ragioni. Dovette succedere la morte d'esso imperador Guido dopo il dì 12 di dicembre dell'anno presente, perchè uno strumento di Domenico arcivescovo di Ravenna accennato da Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], è scritto anno, Deo propitio, pontificatus domni Formosi summi pontificis et universalis papae in apostolica sacratissima beati Petri sede tertio; imperante domno Widone a Deo coronato, anno quarto, die XII mensis decembris, Indictione XII. Ravennae. Si vede che in Ravenna l'Indizione si mutava solamente al principio dell'anno. E di qui si conferma che Guido era imperadore prima che Formoso fosse papa, e però fu egli coronato da Stefano V, e non già da Formoso, come pensò il cardinal Baronio.