DCCCXCV

Anno diCristo DCCCXCV. Indizione XIII.
Formoso papa 5.
Lamberto imperadore 4 e 2.
Berengario re d'Italia 8.

Dappoichè fu partito d'Italia il re Arnolfo, noi non possiam giugnere a sapere se Milano, Pavia e il resto della Lombardia seguitassero almen per qualche tempo a star sotto il governo degli uffiziali da lui lasciati qui, o se tornassero sotto il dominio di Lamberto imperadore. Chi vuol qui prestar fede a Liutprando storico [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 10.], crederà tosto che Berengario, appena intesa la morte dell'Augusto Guido, passasse a Pavia, e s'impadronisse non men di quella che del resto del regno. Soggiugne esso storico: Sed quia semper Italienses geminis uti dominis volunt, quatenus alterum alterius terrore coerceant, Widonis regis defuncti filium, nomine Lantbertum, elegantem juvenem, adhuc ephoebum, minusque bellicosum, regem constituunt. Poscia aggiugne, che, non osando Berengario di stare a fronte di Lamberto, il quale s'era incamminato con una grossa armata verso di Pavia, si ritirò a Verona, cedendo al più forte. Ma Liutprando ha la disgrazia d'essere stato un cattivo storico per conto degli affari non succeduti al suo tempo. Son chiari gli abbagli da lui presi in differir troppo la morte di Guido, in supporre che Lamberto solamente fosse dichiarato re, dappoichè mancò di vita suo padre, quando egli tanto prima era anche imperadore. Tralascio altri suoi falli: motivi tutti di non riposar sulla fede di lui per conto di questi avvenimenti, qualora non si veggano confermati da altri scrittori. Abbiamo nondimeno assai lume da un documento, riferito dal Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.], per intendere che Lamberto potè ricuperar, se non tutto, almen parte degli stati paterni nell'anno presente. Questo è un diploma d'esso imperadore, dato in Parma mense februario, Indictione XIII, anno vero imperii domni Lamberti serenissimi caesaris et imperatoris augusti quarto in Italia. Niuna menzione facendosi qui di Guido suo padre, ancor questo cel dà a conoscere mancato di vita. Di qui ancora si può raccogliere che nel mese di febbraio dell'anno 892 Lamberto numerava il primo anno del suo imperio. E s'egli era in Parma nel mese di febbraio dell'anno presente, segno è o che questa città si tenne forte per lui nella calata del re Arnolfo, il quale non arrivò che a Piacenza; ovvero ch'egli l'avea ricuperata dopo la di lui ritirata in Germania. E qui si vuol mentovare un altro suo diploma, già pubblicato da me [Antiquit. Ital., Dissert. VIII.] con queste note: Anno Incarnationis Domini DCCCXCV. Domni quoque Lantberti piissimi imperatoris quincto, VIII idus decembris, Indictione XIII. Actum Regiae civitatis, cioè nella città di Reggio, per quanto io vo credendo. Pare che qui sia adoperata l'era pisana, e che questo anno DCCCXCV abbia, secondo noi, da essere l'anno 894, e massimamente se l'indizione XIII vien presa dal settembre. Certamente, siccome vedremo, non sembra verisimile che nel dicembre di quest'anno esso Augusto Lamberto soggiornasse in Reggio di Lombardia. Quel solo che a tal supposto si oppone, è quell'anno V dell'imperio, perciocchè possiam tenere per fermo che nel dì 6 di decembre dell'anno 894 correva solamente l'anno IV del suo imperio. Forse così sarà scritto nell'originale, il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.] fa menzione di questo diploma all'anno 896. Che esemplare egli abbia veduto, nol so. E ben sarebbe da desiderare che chi prende a trattar tali materie, arrivato a questi dubbi ed ostacoli, potesse aver sotto agli occhi gli originali stessi, per poter giudicare se portino seco tutti i contrassegni della loro autenticità. Per quel che riguarda il re Berengario, abbiamo presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5. in Episcop. Veronens.] un suo diploma, dato sul principio di maggio in Verona, dove si parla del circo pubblico di quella città, una cui parte per la vecchiezza era caduta. Le note del documento son queste: IV nonas maii anno ab Incarnatione dominica DCCCXCV, anno vero regni Berengarii serenissimi regis IX. Indictione XIII.

Non cessava intanto Folco arcivescovo di Rems, per attestato di Frodoardo [Frodoardus, Hist. Remens., lib. 4, cap. 3.], di impegnar papa Formoso in favore di Lamberto imperadore, che rimasto in età giovanile dopo la morte del padre, poco atto al governo de' popoli, abbisognava di assistenza da tutti i lati. Gli rispondeva il pontefice, de ipso Lamberto, patris se curam habere, filiique carissimi loco eum diligere, atque inviolabilem cum eo concordiam se velle servare. In un'altra lettera Formoso si rallegra col suddetto arcivescovo della di lui premura per gli vantaggi di Lamberto imperadore, asserens, se eum ipso tantam pacis et dilectionis habere concordiam, ut nequeant aliqua jam ab invicem pravitate sejungi. Ma per disgrazia gran tempo è che bene spesso la lingua degli uomini non va d'accordo col cuore; e qui si può appunto dubitare che Formoso nella segreteria adoperasse un linguaggio differente dai desiderii dell'interno suo gabinetto. Ciò dico io, perchè gli Annali del Freero [Annales Fuldenses Freheri.] ci fan sapere in quest'anno che Arnolfo re di Germania fu di bel nuovo invitato da papa Formoso a ritornare in Italia, con promessa, per quanto si può credere, di crearlo imperadore ad esclusione di Lamberto. Iterum rex (così quello storico) a Formoso apostolico per epistolas et missos enixe Romam venire invitatus est. Arnolfo, dopo avere ascoltato il parere de' suoi vescovi, determinò questa seconda spedizione, e nel mese di settembre mosse l'esercito alla volta dell'Italia. Passato ch'egli ebbe il Po, divise l'armata in due corpi, l'uno de' quali inviò per la via di Bologna verso Firenze, coll'altro marciò egli per la via di Pontremoli fino alla città di Luni, la quale, se non è scorretto questo testo, non dovea per anche essere stata smantellata; e quivi solennizzò il santo Natale. Ma, siccome vedremo, non in Luni, ma bensì in Lucca ciò dovette avvenire. Probabilmente papa Formoso non si credeva assai sicuro, dacchè il suo emulo Sergio ricoveratosi in Toscana, molto s'era intrinsicato con Adalberto II, potentissimo duca e marchese di quella provincia, e la fazione di Sergio era tuttavia possente in Roma. Liutprando scrive [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 8.] che hoc in tempore Formosus papa religiosissimus a Romanis vehementer afflictabatur. Suppone egli ciò fatto, dappoichè, siccome vedremo, il re Arnolfo fu a Roma, colà chiamato dal papa; ma non è inverisimile che questa persecuzione cominciasse molto prima. Se un diploma di Arnolfo, da me accennato all'anno precedente, è legittimo, e niuna scorrezione v'ha, questo principe nel dì primo di decembre era in Pavia. Ma qui è da ascoltare Ermanno Contratto [Hermann. Contract. in Chron. edition. Canisii.], che così scrive di Arnolfo all'anno presente: Per epistolas a Formoso papa rogatus, Italiam petiit; Berengariumque perterritum, ad deditionem venientem, regnumque pervasum Italiae reddentem, suscepit; et Waltfredo, Maginfredoque comitibus Italiam cis Padum distribuit, et omnia vastando, divisisque ad superum et inferum mare copiis, transiens ipse natalem domni Lucae celebravit. Adunque Arnolfo solennizzò il santo Natale non in Luni, ma bensì in Lucca, dove il marchese Adalberto II dovette accoglierlo. E di qui chiaramente apparisce che Berengario fu abbattuto da Arnolfo, il quale affatto lo spogliò di stati, perchè diede il ducato del Friuli a Gualfredo, e quello di Milano a Maginfredo. Finalmente è da avvertire che nel dì 4 di maggio l'imperador Lamberto si truova in possesso di Pavia, ciò apparendo da un suo diploma indubitato, da me ivi dato alla luce [Antiquit. Itali. Dissert. XLI, pag. 739.], in cui fa una donazione all'imperadrice Ageltruda sua madre: atto bastante a far conoscere suggetto a molti dubbii il diploma suddetto spettante al primo dì di dicembre dell'anno precedente, dove Arnolfo comparisce padron di Pavia.


DCCCXCVI

Anno diCristo DCCCXCVI. Indiz. XIV.
Bonifazio VI papa 1.
Stefano VI papa 1.
Lamberto imperadore 5 e 3.
Arnolfo imperadore 1.
Berengario re d'Italia 9.

Mentre il re Arnolfo col suo esercito svernava in Toscana, abbiamo dagli Annali di Fulda presso il Freero [Annales Fuldenses Freheri.] che si sparse voce, Berengarium nepotem ejus (cioè Berengario piuttosto zio che nipote suo) a fidelitate sua defecisse, et in Italiam jam per hoc reversum esse. Adalpertum videlicet marchionem Tusciae mutuis colloquiis Berengarii, ne aliquo modo ad regis fidelitatem intenderet. Manca qui qualche parola: tuttavia si comprende avere Arnolfo avuto sentore che Adalberto II, duca e marchese di Toscana, e il re Berengario maneggiassero sott'acqua una ribellione contra di lui: il che conturbò non poco l'esercito suo e lui. Nè era senza fondamento tal fama. Il vedere che Arnolfo due volte era calato in Italia, non per aiutare, come si credeva, alcuni de' principi in essa dominanti, ma per soggiogarli tutti, non potea piacere neppure ai principi contendenti fra loro. Dalle parole ancora suddette potrebbe nascere dubbio che l'ambizioso e barbaro Arnolfo sotto qualche pretesto avesse confinato in Germania il re Berengario; e ch'egli, come se la vide bella, se ne tornò in Italia, con darsi poi a strignere lega col duca di Toscana, mal soddisfatto anch'esso del procedere d'Arnolfo. Ma nel Bullario casinense v'ha un suo diploma, dato V nonas martii, anno dominicae Incarnationis DCCCXCVI, domni vero Berengarii regis IX. Actum Veronae. Questo ci fa vedere o ch'egli non era partito da Verona, o v'era ritornato, ed esercitava l'autorità regale. In questa ambiguità di pensieri prese Arnolfo la risoluzion di passare a Roma, per prendervi la corona dell'imperio, figurandosi che fatto questo passo, gli sarebbe più agevole il dissipar chiunque si scoprisse contrario ai suoi voleri. Per istrade cattive, e con gran perdita di cavalli arrivò colà. Ma in Roma ancora trovò quello che non si aspettava. Ageltruda vedova del defunto imperador Guido, donna di viril coraggio, per sostenere i diritti dell'Augusto Lamberto suo figliuolo, avea prevenuto l'arrivo di esso Arnolfo, e con un buon nerbo di gente entrata in Roma, s'era accinta alla difesa non men di quella gran città che della città Leonina. Parve irrisoluto Arnolfo alla vista di questo inaspettato ostacolo; ma veggendo irritate le sue squadre da qualche villania lor detta dai Romani che guardavano le mura, e tutte avide di combattimento, diede l'ordine per un generale assalto. Liutprando narra un avvenimento [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 8.] che ha tutta la ciera d'una favola: cioè che scappando una lepre verso la città, accompagnata dalle grida grandi dell'esercito d'Arnolfo, cadde il cuore per terra ai difensori di Roma: del che accortisi i soldati di Arnolfo, diedero l'assalto alla città Leonina, e la presero. Per questo anche i Romani capitolarono la resa di Roma. Certo è che Roma venne per forza alle mani d'Arnolfo, e che papa Formoso, perseguitato, e forse imprigionato dalla fazione di Sergio, unita coll'Augusta Ageltruda, fu rimesso in libertà. Concertata dipoi la coronazione imperiale, tutto il senato romano colla scuola dei Greci e colle bandiere e croci andò a ricevere Arnolfo a Ponte Molle, e fra gl'inni e cantici sacri il condusse alla basilica vaticana, nelle cui scalinate si trovò papa Formoso, che con amore paterno l'accolse, ed introdottolo nel sacro tempio, quivi il creò ed unse imperadore Augusto, con porgli in capo l'imperial corona. Da lì a pochi dì Arnolfo, dopo aver dati molti ordini pel governo della città e per la sicurezza del pontefice, fece raunare in san Paolo il popolo romano, e da essi ricevette il giuramento di fedeltà secondo il rito antico. Tale fu quel giuramento: Juro per haec omnia Dei mysteria, quod salvo honore et lege mea, atque fidelitate domni Formosi papae, fidelis sum et ero omnibus diebus vitae meae Arnolfo imperatori, et numquam me ad illius infidelitatem cum aliquo homine sociabo. Et Lamperto filio Agildrudae (adunque era mancato di vita Guido Augusto suo padre, nè si trovò in questo sconvolgimento di cose, come vuole il panegirista di Berengario e Liutprando) et ipsi matri suae ad secularem honorem numquam adjutorium praebebo. Et hanc civitatem Romam ipsi Lamberto et matri ejus Agildrudae, et eorum hominibus per aliquod ingenium, aut argumentum non tradam. S'era Ageltruda, per attestato di Reginone [Rhegino, in Chronico.], segretamente ritirata da Roma, allorchè furono per entrarvi le milizie d'Arnolfo. Presso il Campi [Campi, Istor. Piacent., tom. 1, Append.] si veggono due diplomi conceduti dal novello imperadore Arnolfo in favore del monistero delle monache di san Sisto di Piacenza. È dato il primo VII kalendas maii, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, anno imperii ejus primo. Actum Romae. L'altro fu dato a richiesta di papa Formoso kalendis maii colle stesse note. Anche l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.] riporta un altro diploma d'Arnolfo, con cui conferma i suoi diritti al monistero di san Salvatore di monte Amiate. Ivi son queste note: Signum domni Arnulphi invictissimi imperatoris Augusti. Data IV kalendas martii die, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, anno regni Arnulphi regis in Francia nono, Italia tertio. Actum Romae. Lascerò io considerare ai lettori, perchè questo diploma sia dato da Arnolfo, già dichiarato imperadore, senza poi far menzione in esso dell'anno primo dell'imperio; e se sia da credere ch'egli fosse dichiarato imperador de' Romani prima del dì 27 di febbraio di quest'anno, che fu bisestile. Noi abbiamo appreso dai suddetti due sicuri documenti del monistero piacentino che Arnolfo era in Roma nel dì primo di maggio; e gli Annali freeriani [Rhegino, in Chronico.] ci fan sapere che ipse XV tamdem die, postquam venerat, ab urbe digressus est. Adunque non potè il diploma amiatino essere dato nel febbraio. Forse invece di martii si avrà da leggere maii. Il padre Papebrochio e il p. Pagi, che fondarono su questo documento alcuni loro raziocinii, certamente non posarono il piè sicuro. Dopo le funzioni suddette, Arnolfo fece prendere Costantino e Stefano, due de' principali baroni di Roma, come rei di lesa maestà, per avere introdotta in Roma l'imperadrice Ageltruda, e legati seco li condusse in Baviera: Urbem vero ad suas manus custodiendam Faroldo cuidam vassallo concessit.

Erasi ritirata l'imperadrice vedova Ageltruda nella città di Spoleti. Mosse a quella volta Arnolfo con pensiero di coglierla o di scacciarla di là. Ma sopravvenutagli una grave infermità di capo (Reginone le dà il nome di paralisia), in vece di accudire a questa impresa, ebbe da pensare a scappar d'Italia, dove non si fidava più di fermarsi, per gli tanti nemici ch'egli aveva, o si era fatto colle sue crudeltà e co' suoi ambiziosi disegni. Però con isforzate marcie il più tosto che potè, prima del fine di maggio, si ritirò dipoi per la via di Trento in Baviera, seco conducendo la pericolosa malattia onde era stato assalito. Secondochè lasciò scritto Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 9.], fu attribuito questo suo malore alla sagacità della suddetta Augusta Ageltruda, assediata da esso Arnolfo nel castello di Fermo, perchè le riuscì di guadagnar coll'oro un domestico del medesimo Arnolfo, e di fargli dare un sonnifero che gli sconcertò la testa e la sanità in maniera, che non si riebbe mai più. Ma questa è verisimilmente una diceria, divulgata fra il popolo che troppo inclina a credere soprannaturali, o effetti della umana malizia, alcuni mali, massimamente de' gran signori. Altre cose soggiugne dipoi Liutprando, cioè che Guido re (questi era imperadore e morto molto prima) prese ad inseguire il quasi fuggitivo Arnolfo. E che esso Arnolfo, giunto che fu a monte Bardone sul Parmigiano, determinò di cavar gli occhi a Berengario, per tenere più sicuramente da lì innanzi l'Italia. Ma avvertitone Berengario da un amico suo cortigiano, se ne scappò frettolosamente a Verona: dopo di che tutti gl'Italiani cominciarono a sprezzare Arnolfo. Parimente racconta Liutprando, che, giunto esso Arnolfo a Pavia, e svegliatasi una sedizione del popolo, fu fatta tanta strage della di lui gente, che n'erano piene le cloache tutte di quella città. E perciocchè Arnolfo non potea passar per Verona, marciò pel Piemonte ad Ivrea, città governata da Anscario marchese, uomo timidissimo, che s'era dianzi ribellato. Giurò allora Arnolfo di non partirsi prima di sotto a quella città, se non aveva nelle mani Anscario. Ma i cittadini, fatto uscir di città Anscario, per poter veridicamente giurare che egli era fuggito, ottennero da Arnolfo di restare in pace. Finalmente dice Liutprando, che Arnolfo pel Mongivì e per la Savoia passò ai proprii paesi. Tutte immaginazioni e tradizioni false, perchè il continuatore degli Annali di Fulda, autore contemporaneo, e però più degno di fede, attesta, siccome abbiam veduto, che Arnolfo da Spoleti a dirittura venne a Trento, ed uscì d'Italia prima che fosse spirato il mese di maggio. In somma la storia di questi tempi si truova assai maltrattata dai più antichi scrittori. Falla di molto anche la Cronica di Reginone [Rhegino, in Chronico.], che sotto quest'anno ci vuol far credere accaduta la morte di Lamberto imperadore, e l'entrata in Italia di Lodovico figliuolo di Bosone re di Provenza. Chiaramente vedremo la falsità di tali racconti, nè è da credere che vengano da Reginone. Le stimo io giunte, disordinatamente fatte alla di lui Cronica, quantunque il padre Mabillone [Mabillon., in Annal. Benedictin. ad hunc annum.] ed altri le prendessero per buona moneta. Lasciò Arnolfo, prima di abbandonare l'Italia [Annales Fuldenses Freheri.], Rotoldo suo figliuolo bastardo al governo di Milano, credendo in tal guisa di tenere in ubbidienza il popolo d'Italia. Ma gl'Italiani alzarono il capo, e Ratoldo fu costretto a tornarsene pel lago di Como in Germania. Lamberto imperadore, per quanto si può scorgere, non fu pigro ad accorrere in queste parti e a ripigliare il possesso di Milano e di Pavia col rimanente della Lombardia. Maginfredo ossia Magnifredo conte di Milano, ed anche marchese della marca di Milano, come si può dedurre da Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, edition. Canis.] dall'anno 895, perchè avea tenuto forte pel partito del re Arnolfo, ebbe, d'ordine di Lamberto, tagliata la testa; e ad un suo figliuolo e ad un suo genero toccò la pena di perdere gli occhi. Vo' io credendo che in questa occasione patisse dei grandi affanni la città di Milano, perchè a' tempi di Landolfo seniore, storico di Milano [Landulphus senior, Hist., tom. 4, Rer. Italic.] del secolo undecimo, durava la tradizione che un Lamberto re d'Italia avea fatto un aspro trattamento alla città di Milano, con averla assediata e presa con inganno, dove poi fece un'orrida strage dei cittadini, distrusse i palagi, le torri e l'altre belle fabbriche e fortificazioni di quella nobil città. Pieno di favole e d'anacronismi è questo racconto di Landolfo, copiato poi da Galvano Fiamma [Flamma, Manipul. Flor., tom. 11, Rer. Ital.], perchè suppone vivuto questo re Lamberto circa l'anno 570, e prima che i Longobardi calassero in Italia: sbaglio inescusabile, e testimonio della somma ignoranza di que' secoli, perchè solamente circa cento ottanta anni dappoi fiorì questo Landolfo. Dice egli ancora che Ilduino era allora duca di Milano, e che Lamberto fu poi ucciso alla caccia in un bosco con una spina da Azzo figliuolo di questo Ilduino. Tuttavia chiara cosa è che egli intende di parlare dell'imperador Lamberto, siccome apparirà dalla maniera della sua morte. E però dalle sue popolari fole abbastanza traluce ch'esso Lamberto dovette maltrattare non poco la città di Milano a cagion di sua ribellione. Ordinariamente non sono senza qualche fondamento simili tradizioni de' popoli. Anche il re Berengario dal canto suo (giacchè venne in questi tempi a mancar di vita Gualfredo duca e marchese del Friuli, che ribellatosi a lui s'era dato ad Arnolfo) ritornò in possesso di Verona e del Friuli, con istendere il suo dominio fino all'Adda; con che si può credere che Brescia ancora e Bergamo venissero alla di lui ubbidienza. Ho io pubblicato [Antiquit. Ital., Dissert. LXVIII.] un suo diploma dato pridie kalendas decembris, anno Incarnationis Domini Jesu Christi DCCCXCVI, regni vero domni Berengarii serenissimi regis IX, per Indictionem XV. Actum Corte Aquis. Vedemmo di sopra all'anno 881 un diploma di Carlo il Grosso, scritto Aquis Palatio. Non so se abbia che fare con questa Corte Aquis, la qual senza fallo non può essere Aiqui città del Monferrato, perchè fin là non si stendeva la giurisdizione di Berengario.